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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 12/11/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Misiani: Sull'ex Ilva trattare ma non ad ogni costo
«La via maestra è riaprire il confronto con Arcelor-Mittal ma non ad ogni costo». Lo afferma il viceministro dell’Economia, Antonio Misiani (Pd) intervistato da Francesca Basso per il Corriere della Sera. Si fa insistente la voce di un coinvolgimento di Cassa depositi e prestiti per il salvataggio dell’ex Ilva. È così? «La via maestra è riaprire il confronto con ArcelorMittal, tenendo conto che i 5 mila esuberi annunciati sono inaccettabili e che gli impegni contrattuali sottoscritti un anno fa vanno mantenuti. Bisogna discutere sulle mutate condizioni di mercato, affrontando i problemi con tutti gli strumenti disponibili». Sarà coinvolta Cdp? «È prematuro. Non è nel novero delle azioni in discussione». Il governo sta valutando la nazionalizzazione? Sarebbe compatibile con le regole Ue? «Tecnicamente è poco fattibile e problematica sotto vari punti di vista». Ieri il gruppo cinese Jingye ha raggiunto un accordo per acquisire il produttore siderurgico britannico British Steel in bancarotta. È questo il futuro? «Il futuro nel settore siderurgico è la crescente integrazione tra i grandi gruppi, ma non vuol dire che l’Europa e l’Italia debbano abbandonare un settore strategico per il comparto manifatturiero. Dobbiamo difendere la presenza siderurgica nel nostro Paese. Quindi dobbiamo negoziare e costringere Arcelor- Mittal a discutere, mettendo da parte le proposte non accettabili così come l’idea di disimpegno». Le multinazionali non ascoltano molto i governi. «Non credo che i governi debbano farsi intimidire dalle multinazionali. C’è un interesse nazionale: portare a compimento il piano ambientale e industriale».
 
Buscema: Su fisco nessuna invasione di campo. Corte dei conti può dare un aiuto
«Nessuna invasione di campo. Abbiamo solo messo a disposizione del governo, del Parlamento e dell’opinione pubblica il nostro contributo per una riforma della giustizia tributaria di cui si parla da tempo, attraverso lo strumento appositamente codificato della risoluzione del Consiglio di presidenza». Il presidente della Corte dei conti, Angelo Buscema, intervistato da Lorenzo Salvia per il Corriere della Sera, interviene sulla polemica scoppiata nei giorni scorsi dopo la risoluzione che la stessa Corte ha inviato al presidente del consiglio Giuseppe Conte con l’idea di inserire i propri magistrati nelle commissioni tributarie provinciali e regionali.  Presidente, sulla vostra proposta sono stati sollevati molti dubbi, anche di costituzionalità. Cosa risponde? «Credo ci sia stata una lettura difforme rispetto ai con- tenuti stessi della nostra risoluzione. Noi non abbiamo avanzato nessuna proposta di cancellare le attuali commissioni tributarie, provinciali e regionali, per poi attribuire le loro competenze alla Corte dei conti». E cosa avete proposto, invece? «Il nostro suggerimento è di mantenere le commissioni tributare sia provinciali che regionali, integrandole progressivamente con singoli magistrati della Corte dei conti. Non ci sarebbe nulla di traumatico, si tratterebbe di un subentro graduale. E soprattutto la competenza non sarebbe spostata alla Corte dei conti ma cambierebbe progressivamente la composizione delle attuali commissioni tributarie. È una cosa ben diversa». Ma non ci sarebbe più la competenza della Cassazione. «Anche questo non è vero. Se restano le commissioni tributarie resta pure la competenza della Cassazione ed è in- fatti questo l’unico modo per rispettare la Costituzione». Ma come è nata la vostra proposta? Vi siete mossi in modo autonomo? «Il dibattito sulla riforma della giustizia tributaria va avanti nel nostro Paese da molti anni. Noi abbiamo dato semplicemente la nostra disponibilità, considerate le competenze della Corte dei conti e la storia della giurisdizione della stessa. I magistrati contabili sono i giudici dei bilanci pubblici, quindi di entrate ed uscite in una visione unitaria dell’ordinamento. Il tutto per garantire una migliore tutela degli interessi diffusi».
 
De Cristoforis: In Iraq aiutiamo nella caccia ai jihadisti
“Pensare che l’Isis sia finito è un’illusione. Dopo la sconfitta territoriale, si stima che ci siano ancora 15.000 unità combattenti in Siria e in Iraq. Rimangono nascoste, ma hanno mantenuto le reti di connessione. Che cosa facciamo noi laggiù? Da un anno e mezzo aiutiamo l’esercito iracheno e i peshmerga curdi che sono impegnati direttamente nella caccia ai terroristi». Lo dice il generale dell’Aeronautica Nicola Lanza de Cristoforis, 59 anni, capo del Comando interforze per le operazioni delle forze speciali intervistato da Fabio Tonacci per la Repubblica.  Qual è esattamente il ruolo degli incursori? «A Bagdad e a Kirkuk addestrano i soldati iracheni del Counter Terrorism Service e i curdi delle forze di sicurezza. Addestramento basico, cioè l’uso dei fucili e tattica, e di livello avanzato: come si organizza una missione, come si fanno perlustrazioni, la gestione dei rischi. Svolgono un ruolo molto importante». Anche quella di domenica può essere definita come operazione di addestramento? «Sì. Il nostro personale stava aiutando il comandante peshmerga che dirigeva i curdi nella perlustrazione di alcuni siti di interesse per la missione. Non eravamo direttamente coinvolti. Non lo possiamo essere, a meno che non veniamo attaccati: in quel caso, seguendo le regole di ingaggio, possiamo rispondere al fuoco. Al termine di quell’operazione c’è stata l’esplosione. L’indagine è in corso, non posso aggiungere altro».
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