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Altro parere

Qualcuno era comunista

Redazione InPi¨ 12/11/2019

Altro parere Altro parere Michele Brambilla, il Giorno
L’anniversario della caduta del Muro di Berlino ‘vede’ ora, come in passato, molte amnesie politiche in Italia. Lo scrive Michela Brambilla sul Giorno: “Trent’anni fa, alla Bolognina, finiva la lunga storia del Partito Comunista Italiano. Achille Occhetto, l’ultimo segretario, ne cambiò il nome in Pds, Partito Democratico della Sinistra: e lo cambiò fra le lacrime. Ma dopo la commozione, fra il popolo della sinistra cominciò una gigantesca e un po’ grottesca opera di rimozione. Paolo Mieli, grande giornalista e grande storico, intervistato da Pierfrancesco De Robertis a pagina 9, dice: «Si sono inventati che nessuno era mai stato comunista». Invece prima della caduta del Muro di Berlino e prima della Bolognina «qualcuno era comunista», come raccontò Giorgio Gaber in un commovente monologo (lo trovate su YouTube). Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia. Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti. Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo. Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio. Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio. Insomma si poteva essere comunisti per tradizione familiare, per motivi più psicologici che politici, perfino per opportunismo o per moda. Ma a trent’anni dalla caduta del Muro e dalla Bolognina, credo che anche chi non è mai stato comunista (e chi scrive è fra quelli) possa riconoscere del vero anche in queste altre parole di Gaber: «Qualcuno era comunista perché credeva di poter esser vivo e felice solo se lo erano anche gli altri. Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno. Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita». Il comunismo ha fallito. E credo che abbia fallito non perché sia stato applicato male, ma perché ne è sbagliato il presupposto: l’illusione del paradiso terrestre. La pretesa di una società di eguali ha portato ai più cupi stati di polizia: ai lager, alle torture, alla prigionia. Infine, all’implosione per disperazione. Ma dopo tanti anni credo sia giusto riconoscere che per molti è stato un sogno sincero. La guerra è finita, e grazie al Cielo hanno vinto le democrazie liberali. Ma se queste democrazie liberali hanno oggi un sistema sociale più equo che cent’anni fa, un po’ è anche merito di qualcuno che era comunista”. 
 
Maurizio Crippa, il Foglio
Contro Mastro Ciliegia, la rubrica di Maurizio Crippa sul Foglio prende di petto la proposta di candidare Liliana Segre alla presidenza della Repubblica. “Reduce da una domenica pomeriggio televisiva e barricadiera, con gli operai dell’Iva, ieri a Milano, Lucia Annunziata ha cambiato tastiera ma non registro) la lotta dura senza paura è tornata di moda) e ha lanciato la proposta di candidare Liliana Segre alla presidenza della Repubblica. E se perdonabile è la sede - il primo convegno dell’Huffington Post, dunque la necessità di squillare - meno perdonabile è la motivazione addotta: ‘Vogliamo far partire da qui, d questo convegno, la proposta di candidare Liliana Segre alla presidenza della Repubblica per togliere il Quirinale dalla partigianeria della politica’. E da quando, di grazia, la presidenza della Repubblica sarebbe espressione di politica partigiana? Anche più discutibile , se si prova a rileggere le parole dopo averle raffreddate, la motivazione che il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, ha aggiunto: ‘Candidare Segre significa candidare un simbolo che racconta un’altra visione dell’Italia’. La senatrice a vita Liliana Segre va onorata, tutelata e garantitane suo diritto di testimonianza per i motivi che ben conosciamo in nome di quali si può anche sorvolare su certi tartufassi ascoltati in questi giorni (non da Annunziata e Verdelli, ovviamente). Ma trasformarla in un ‘simbolo’ per giunta di ‘un’altra visione dell’Italia’ cioè buttandola in partigianeria politica, in un paese in cui l’antisemitismo è invece bestia così trasversale, è un’idea criticabile. Non certo per banali motivi anagrafici, ma perché Liliana Segre va rispettata per quello che è, una pietra d’inciampo vivente per la nostra memoria. Trasformarla in un simbolo di lotta a uso politico, no”.
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