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Le nostre missioni da rivedere

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/11/2019

In edicola In edicola Franco Venturini, Corriere della Sera
L’attentato in Iraq con il ferimento di 5 soldati italiani pone un interrogativo sulle nostre missioni all’estero da rivedere. Lo scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera. “Sul finire della guerra del Vietnam si diceva che i soldati americani «combattevano con un braccio legato dietro la schiena». Voleva dire, quella battuta per nulla scherzosa, che i marines schierati al fronte non avevano l’appoggio del fronte interno, che l’opinione pubblica, nella Patria lontana, voleva il loro ritiro più della loro vittoria. Per fortuna le missioni all’estero dei soldati italiani sono lontane dal tragico esempio vietnamita: il loro compito è di garantire una pace già raggiunta, di addestrare forze locali, di stabilizzare zone percorse da conflitti latenti. Mentre esprimiamo una solidarietà non di circostanza ai feriti e ci inchiniamo davanti ai caduti, il nostro dovere è allora di chiederci se per caso anche i nostri soldati abbiano, almeno in parte, un braccio legato dietro la schiena. Dobbiamo chiederci se la nostra politica estera garantisca ai nostri soldati un adeguato appoggio, al di là del rito semestrale del finanziamento parlamentare. Se un Paese confuso come il nostro, con priorità assai diverse che vanno dell’ex Ilva alla ricerca perenne di un minimo di stabilità governativa, abbia la forza e soprattutto la voglia di stringersi ai suoi figli in armi quando non sono impegnati a spalare fango o a soccorrere terremotati. Ma quanto ha a che fare questa nostra non-politica estera con le missioni militari all’estero e con i rischi che pesano sui nostri militari? Moltissimo. Perché le missioni militari all’estero, non da ieri, hanno di fatto sostituito la nostra timida politica estera compensando assenze o mancanze di iniziativa. Le missioni militari sono uno dei pochi capitali che abbiamo saputo spendere. Ed è per questo che i nostri dirigenti non devono aspettare l’incidente o il lutto per spiegarne il senso alla pubblica opinione, non devono accettare nemmeno la più lieve impressione che i nostri soldati abbiano una mano, se non il braccio, legata dietro la schiena. Ridisegnare alcune missioni, questa è la sfida che il governo deve cogliere. Provando a smuovere anche gli altri soci della Ue. E senza perdere di vista gli appuntamenti che molto hanno a che fare con il futuro incerto della sicurezza europea, a cominciare dal vertice della Nato di dicembre a Londra”.
 
Alessandro Penati, la Repubblica
“Il caso Ilva è un esempio di tre ostacoli allo sviluppo economico dell’Italia: mancanza di certezza del diritto e delle regole; troppe quantità di risorse (lavoro e capitale) investite in settori in declino irreversibile; e la generale richiesta di un maggiore intervento pubblico nell’economia, pur senza risorse e soprattutto strategie o obiettivi chiari”. Lo scrive Alessandro Penati su Repubblica. "I problemi di oggi - sottolinea - hanno origine negli anni ’60 con la decisione dello Stato di insediare a Taranto un grande impianto siderurgico integrato (dal minerale al laminato d’acciaio).. Una scelta per promuovere l’industrializzazione del Paese e del Mezzogiorno, urbanizzando le aree limitrofe per dare alloggio ai lavoratori provenienti dalle campagne. L’impatto ambientale allora non fu preso in considerazione. Lo Stato poi cedette Ilva ai Riva (per circa 1,7 miliardi ai valori correnti) nel 1995, senza imporre di adeguare gli impianti a più stringenti vincoli ambientali. Nel 2012, la procura mette la cosiddetta area a caldo (gli altiforni) sotto sequestro per disastro ambientale (incidentalmente nessuna condanna è stata ancora emessa nel processo ai Riva). La procura, sulla base di una propria perizia, con criteri diversi e non strettamente collegati ai limiti alle emissioni e ai requisiti richiesti dalle Direttive europee o dalle norme dello Stato allora vigenti, interviene perché ritiene che l’impianto, nelle attuali condizioni, sia un pericolo per la salute pubblica. Chi stabilisce se, a quali condizioni, e quanto produrre a Taranto? Le procure, il governo (ammesso che abbia voce univoca), o l’Europa? Il governo è in un vicolo cieco. Una parte delle forze politiche che lo sostiene vuole la chiusura dell’area a caldo, che non potrà mai essere green. Di questo ha fatto una bandiera, anche se sarebbe la morte di Ilva e bisognerebbe importare l’acciaio da lavorare. Ma non vuole assumersi la responsabilità dei costi sociali ed economici. Come se ne esce? Sicuramente si cercherà qualche soluzione di compromesso per tirare la palla avanti. Di sicuro la credibilità del governo e delle nostre istituzioni ne esce ulteriormente danneggiata. Rendendo i tre ostacoli indicati all’inizio ancora più difficili da superare”.
 
Stefano Lepri, La Stampa
La Stampa con Stefano Lepri dedica l’attenzione alla crisi del ceto medio.: "Il ceto medio è soprattutto uno stato d’animo. Sentirsene parte deriva da molti fattori: non fare troppa fatica ad arrivare alla fine del mese, avere una ragionevole certezza sui propri mezzi di sostentamento negli anni futuri, poter trasmettere un minimo di beni ai propri figli. Dipende anche dal confronto con gli altri, dal non restare indietro a ciò che si percepisce come media. L’Italia non è l’unico Paese in cui si diffonde in molti l’impressione di essere declassati rispetto a una condizione precedente. Ma, confrontando con indicatori precisi, le differenze sono grandi. Negli Usa, ad esempio, è indubbio che siano cresciute le disuguaglianze sociali: di fronte all’arricchimento dei ricchi, chi prima si sentiva nella media si vede sospinto verso il basso. In Italia l’aumento del benessere si è fermato anche nella media, da quasi trent’anni secondo analisi approfondite; si tratta di un fenomeno unico nel mondo avanzato. Le disuguaglianze sociali, al contrario, non si sono allargate molto. I «cinque milioni di poveri» sono una esagerazione grossolana. Il reddito di cittadinanza è stato richiesto da meno persone di quanto si prevedesse. Il confronto con gli altri è distorto dalla poca speranza di migliorare domani. Così, ci si può sentire lasciati indietro anche quando i vicini di casa non sono andati avanti nemmeno loro. Gli effetti si scaricano soprattutto sui giovani, ulteriore differenza rispetto ad altri Paesi europei. Anche chi trova un posto fisso guadagna poco; vede davanti una carriera lenta pur se dimostra di saper fare bene. A far sentire ceto medio è la speranza di migliorare. In Italia studiare è meno utile che altrove, se si punta a un domani più agiato. Non siamo l’unico Paese dove si teme che i figli non raggiungeranno il tenore di vita dei genitori. Ma altrove in Europa (non negli Usa,  dove  l’università  è  carissima) almeno istruirsi apre una strada più promettente. Di fronte a questi problemi la nostra politica appare priva perfino di parole. Tutta: la coalizione precedente gareggiava in promesse costose, impossibili da realizzare, e in demagogie furiose; nella coalizione attuale il populismo del M5S dilania il Pd, incerto se assecondare in chiave di sinistra o resistere in nome della responsabilità. La politica deve ritrovare la sua arte migliore, unire i cittadini su interessi larghi in nome dei quali accettare piccole rinunce. Altrimenti, se ad accomunare resta solo il rancore per «non essere più» ciò che si era prima – ceto medio o altro – non ne può venire nulla di buono”.
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