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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 11/11/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Bertolini: Dietro l’attentato di Kirkuk c’è una regia precisa
«Non credo purtroppo si tratti di un’azione isolata, anzi ho il timore che dietro l’ordigno che è esploso ci sia una regia: potrebbe essere iniziata una nuova fase, con l’Isis che piano piano si riorganizza, anche se una risposta certa potranno darcela solo i nostri analisti già al lavoro nella zona di Kirkuk...». Lo afferma il generale in congedo Marco Bertolini, che ha diretto dal 2004 al 2008 il «Comando interforze per le operazioni delle forze speciali», intervistato da Fabrizio Caccia per il Corriere della Sera. Dunque, generale, lei pensa che l’Isis si stia riorganizzando e quello di Kirkuk potrebbe essere un segnale? «Di sicuro, da quando Trump ha annunciato il ritiro degli americani dall’est dell’Eufrate, si stanno rimescolando le alleanze in tutta la grande area del Kurdistan, area sempre più instabile. Ricordo che l’Isis nel 2014 nacque proprio nel nord dell’Iraq e a Mosul addirittura batteva moneta. Ora è molto più debole certo, ma non vorrei che l’esplosione che ha coinvolto i nostri militari fosse l’azione di qualcuno che voglia accreditarsi, mettersi in luce, ritagliarsi nuovo spazio». Per i 600 militari italiani della missione «Prima Parthica», perciò, il rischio aumenta?  «Non sappiamo ancora se fossero proprio loro i bersagli, in quanto militari italiani. Comunque gli incursori del Comsubin e i ragazzi del Col Moschin sono davvero le nostre forze speciali. Non è un gioco di parole, sono professionisti addestrati e devono superare selezioni durissime, fisiche e psicologiche. Eppoi l’addestramento dei peshmerga non si fa mica al chiuso di un’aula o di una caserma, si fa per strada. Dove non si vanno a raccogliere funghi: così uno Ied, un ordigno improvvisato, può anche non essere visto in tempo, perché si può azionare a pressione, a strappo, con un radiocomando, una cellula fotoelettrica. La guerra è così: è sempre uno scontro di coraggi e di intelligenze».
 
Boccia: Un Piano Taranto e canone scontato a Mittal se investirà su ambiente
Il Governo pensa a un piano per Taranto e a canone scontato per ArcelorMittal in cambio di investimenti sull’Ambiente. Lo afferma Francesco Boccia è ministro delle Autonomie, intervistato da Giuliano Foschini per la Repubblica. Che accadrà? «Nel prossimo consiglio dei ministri il premier presenterà all’ordine del giorno “il cantiere Taranto”. Un intervento sull’area con progetti che avranno una ricaduta economica, sociale e ambientale. Si riuniranno stakeholders, associazioni, istituzioni locali e si metteranno in campo progetti concreti per costruire il futuro di Taranto». Ci saranno finanziamenti? «È possibile. Ma è importante l’idea: Conte vuole davvero fare di Taranto un laboratorio». State pensando a un superamento dell’Ilva? «No. L’Ilva e l’acciaio sono un asset centrale del paese. Ma ci sono le regole che vanno rispettate. È bene che Arcelor Mittal lo capisca: in Italia gli impegni contrattuali si rispettano. E poi ci sono cose poche chiare». A che cosa si riferisce? «Questi signori lo scorso anno hanno fatto un’offerta e preso degli impegni. La congiuntura era prevedibile, così come i dazi. Se c’erano esuberi me li sarei aspettati in altre parti di Europa o in India; non a Taranto, nel nuovo investimento». Che si fa se vanno via? «Si portano in tribunale, come ha detto il presidente. Si nomineranno dei commissari. A proposito: i tecnici scelti dal precedente governo perdevano meno di Arcelor. E’ possibile che il più grande gruppo mondiale dell’acciaio faccia peggio dei commissari italiani? E’ strano. Ecco perché bisogna capire se sono vere quelle perdite. Capire da chi sono state comprate materie prime con prezzi fuori da mercato. Se per esempio fossero state comprate da altre aziende del gruppo Arcelor...». Però avete tolto lo scudo penale. «La questione non è lo scudo. Se Mittal capisce che Ilva va sposata e non utilizzata le cose cambiano. Se Mittal non lo avesse ancora capito, dopo la visita del premier dovrebbe essere loro chiaro: non si possono fare ricatti sulla pelle dei lavoratori. Siamo pronti a reinserire lo scudo, scrivendolo per bene. Ma devono rinunciare ai 5 mila esuberi. Ci può essere anche uno sconto sull’affitto, ma solo se Arcelor si impegna a nuovi investimenti. Solo così la partita si può riaprire».
 
Mendoza: Abascal non è un fascista ma un estremista moderno
I politici danno risposte antiche a problemi moderni. Abascal non è un fascista ma un estremista moderno. Lo afferma lo scrittore Eduardo Mendoza, intervistato da Francesco Olivo per La Stampa, commentando l’exploit del partito di destra Vox nelle elezioni spagnole.  Eduardo Mendoza, come si risolve questa paralisi politica? «Servirebbe fantasia e nessuno dimostra di averne». In molti ritengono che in Spagna  manchi  una  cultura dell’accordo, condivide? «Di patti ne sono stati fatti in passato,ma ora è diverso.I partiti danno soluzioni vecchie, a problemi nuovi. Non sanno affrontare le questioni profonde dei nostri giorni, così resta solo l’insulto reciproco». La soluzione potrebbe essere un governo di coalizione di sinistra? «È possibile, ma è molto complicato. A Sánchez manca coraggio e Podemos non è mai costruttivo». Già si parla di un ennesimo ritorno alle urne. «Una follia.Non ci voglio pensare. Se dovesse succedere, a quel punto Vox vincerebbe davvero. Sono gli unici che propongono qualcosa di alternativo ai partiti e avrebbero gioco facile, non hanno niente da perdere». Vox raddoppia i seggi, come se lo spiega? «La cosa strana è che in Spagna non sia apparso prima un movimento simile a quelli sorti nel resto del mondo, dal Brasile, all’Italia». Sono franchisti? «Si pensa a volte che Abascal ambisca a essere Francisco Franco, ma in realtà vuole diventare un Salvini. Lo si è visto nel dibattito tv, gli avversari credevano di aver di fronte un fascista classico». E invece? «Vox, almeno in apparenza, non rifiuta la democrazia. Il suo discorso è xenofobo, populista e ultra liberale in campo economico. Tutti sanno che non tornerà la Falange. Anzi, credo che la fine relativamente recente del franchismo spieghi il fatto che finora in Spagna non era nato un movimento così».
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