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Un governo pi¨ giallo che rosso

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 07/11/2019

Un governo pi¨ giallo che rosso Un governo pi¨ giallo che rosso Giovanni Orsina, La Stampa
Ogni giorno che passa – scrive Giovanni Orsina sulla Stampa –, il governo giallorosso rende sempre più palesi le note e notevoli fragilità dei gialli e dei rossi. Il che, in verità, era ampiamente prevedibile. Era meno prevedibile, invece, che nell’attività di governo i gialli avrebbero finito per prevalere sui rossi. Al contrario, era lecito immaginare che il Partito democratico, forte d’una consolidata abitudine al potere, avrebbe facilmente addomesticato gli ingenui pentastellati. Non sta andando così, e vale la pena cercar di capire perché. L’identità del Movimento 5 stelle era fatta di tre elementi. L’opposizione all’establishment era il più importante e redditizio alle urne. Seguiva il sogno casaleggiano della democrazia diretta. E venivano infine le rivendicazioni puntuali del Movimento delle origini, ispirate ai temi della decrescita felice, della protezione dell’ambiente, del «piccolo è bello», della polemica anticasta. Bene: i primi due elementi sono ormai appassiti. Il Movimento è al governo col partito che i grillini hanno accusato per anni di essere la quintessenza dell’establishment. E l’uso sporadico della piattaforma Rousseau non basta certo a sostenere la speranza originaria che la democrazia diretta via web fosse un’alternativa realistica alla democrazia rappresentativa. A testimoniare la «diversità» dei pentastellati restano oggi i provvedimenti identitari, dal taglio dei parlamentari alla battaglia sull’Ilva. E non possiamo certo sorprenderci, allora, se il Movimento li difende coi denti e con le unghie. Certo, ai grillini interessa pure che il governo sopravviva, perché se si tornasse alle urne andrebbero incontro con ogni probabilità a una dura sconfitta. Ma il Movimento non è una forza di governo e di stabilità – è una forza di opposizione, di rottura, di destabilizzazione. Sensibile solo fino a un certo punto ai richiami della responsabilità perfino quando l’irresponsabilità rischia di condurlo all’estinzione.
 
Massimo Gaggi, Corriere della Sera
Brutte notizie dalle urne per Donald Trump ma, soprattutto, per i repubblicani che perdono tanto dove si sono appoggiati al presidente (Kentucky) quanto dove non si sono identificati con lui (Virginia). In una logica elettorale tradizionale – scrive Massimo Gaggi sul Corriere della Sera – oggi le campane dovrebbero suonare a morto per un Trump il cui partito, da quando lui è alla Casa Bianca, ha perso tutte e tre le elezioni tenute per il Congresso e negli Stati. Invece Trump oggi sembra volare verso una probabile rielezione (sempre che non cada prima per l’impeachment). Non è solo l’opinione dei suoi molti fan e degli analisti politici più disincantati: i sondaggi dicono che la pensa così il 56% degli americani. Tra questi, l’85% dei repubblicani, ma anche il 35% dei democratici. Si può non dar peso a questi dati, ma l’inquietudine della sinistra è reale: da settimane politici e giornali progressisti si chiedono se non ci sia ancora tempo per mettere in campo altri candidati meglio attrezzati per tenere testa al leader populista. Tra quelli oggi in campo, Biden appare invecchiato e vulnerabile, mentre la Warren e Sanders propongono, soprattutto sulla sanità, ricette economiche radicali che gli stessi democratici moderati giudicano suicide. Difficile fare previsioni a un anno dal voto, ma lo scenario di fine 2020 potrebbe essere simile a quello, diviso, del secondo mandato di Obama: presidente repubblicano e Congresso in mano all’opposizione democratica. La sensazione che Trump sia difficile da arrestare nasce dalla tenuta granitica del suo elettorato ma anche dal fatto che il presidente è avanti nel confronto con Elizabeth Warren ed è testa a testa con Joe Biden laddove il voto conta davvero: i sei swing states, gli Stati in bilico da lui conquistati tre anni fa a sorpresa (Michigan, Wisconsin, Pennsylvania, Florida, Arizona e North Carolina).
 
Ezio Mauro, la Repubblica
Ma bisogna credere nell’anima, o nel mondo nuovo in cui siamo entrati se ne può fare a meno? La vecchia questione – osserva Ezio Mauro in un editoriale su Repubblica – torna all’ordine del giorno, davanti ai rantoli del governo che non sa decidere se sopravvivere o affidarsi all’eutanasia, concludendo la sua breve corsa. Naturalmente i protagonisti di quest’avventura senza nome vorrebbero tirare avanti, perché essendo minoranza nel Paese di fronte all’ondata di destra, nessuno di loro ha convenienza a misurarsi oggi nelle urne. Ma l’organismo politico a cui tutti insieme e per ragioni diverse hanno dato corpo – cioè il governo e la sua maggioranza – non è vitale. Vegeta, più che vivere. Soprattutto, dopo aver bloccato la pretesa di Salvini di assumere i “pieni poteri” non ha ancora trovato il significato politico del suo potere, un proprio sentimento repubblicano, lo spirito di una missione culturale da indicare alla pubblica opinione, una ragion d’essere che risponda ai bisogni e alle attese della fase: un’anima politica, appunto. Questo succede quando l’alleanza di governo non nasce da una comune interpretazione delle vicende del Paese e da una visione condivisa della sua storia politica e istituzionale, componendo un disegno unitario, in cui le diverse parti si riconoscono. No: al contrario, sembra che i Cinque Stelle e il Pd si siano trovati per caso sul pianerottolo delle scale di un condominio. E che da qui abbiano deciso di proseguire insieme fino al bar vicino a casa, ruminando ognuno le proprie idee, senza nulla da mettere in comune, e soprattutto senza nessuna voglia di farlo. In più, si è aggiunto anche l’inquilino del piano di sotto, scaltro e litigioso, rendendo il clima ancora più sospettoso e guardingo, senza slanci da parte di nessuno. Ma senza un’anima – conclude Mauro – nessuna alleanza sta in piedi, perché è come un sacco vuoto.
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