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Il conto della demagogia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 05/11/2019

Il conto della demagogia Il conto della demagogia Paolo Bricco, Il Sole 24 Ore
“La politica italiana, sull’Ilva, ha coltivato le sue peggiori caratteristiche: superficialità e demagogia”. Paolo Bricco sul Sole 24 Ore firma un durissimo commento sulla decisione di ArcelorMittal di “restituire le chiavi” dell’impianto di Taranto, il cui azzeramento “comporta la perdita di 3,5 miliardi di Pil e di 1 miliardo di investimenti all’anno. “L’attuale Governo – spiega Bricco - ha completato lo smantellamento del quadro giuridico che garantiva a qualunque investitore avesse vinto l’asta pubblica di non pagare prezzi per colpe di altri. C’è stata prima la delegittimazione morale: quasi che chiedere di non ritrovarsi in tribunale o in carcere per atti manageriali o amministrativi compiuti prima dell’arrivo a Taranto fosse inaccettabile. Poi c’è stata la demolizione politica, con la sottrazione graduale ma inesorabile di ogni tassello dal mosaico di certezza normativa su cui era radicato il contratto di cessione, prima di affitto e poi di vendita, rafforzato da un addendum che ne circostanziava i meccanismi protettivi. Il risultato è stata l’esposizione di ArcelorMittal a un rischio giuridico che si è diffuso nella percezione di chiunque operasse nella fabbrica, inibendone l’attività. La cancellazione dello scudo giuridico ha fatto il paio con alcune precise scelte compiute dalla Procura di Taranto che ha prima sequestrato senza facoltà d’uso l’altoforno 2, per poi riconcedere la facoltà d’uso imponendo però tempi molto stretti per la sua messa a norma. Tutto questo è stato giudicato incomprensibile dai vertici di una multinazionale quotata a Londra che ha stabilimenti in tutto il mondo e che ha compiuto turnaround di acciaierie perfino in Paesi teatro di guerra. Evidentemente a Taranto e a Roma è più difficile operare. Interpretare quella di ArcelorMittal come una mossa negoziale è in linea con la mentalità italiana, che ritiene l’ambiguità un elemento strutturale del discorso pubblico. Ma è una mentalità assai poco coerente con le regole del business internazionale, in cui i patti si rispettano e gli atti sono uno la conseguenza dell’altro”.
 
Federico Fubini, Corriere della Sera
La politica industriale in Italia ha perso la bussola. Lo afferma Federico Fubini che sul Corriere della Sera firma un corsivo sulla decisione di ArcelorMittal di rescindere l’accordo per acquisire le acciaierie ex Ilva di Taranto. “Ad ArcelorMittal è stato regalato l’alibi perfetto non solo per disimpegnarsi da Ilva, che dovrebbe dare lavoro a 10.700 persone, ma potenzialmente far sì che l’impianto si spenga. Con l’attuale eccesso di produzione d’acciaio nel mondo, oggi l’azienda italiana perde 50 milioni al mese. I Mittal – spiega Fubini - erano motivati nell’investimento dal desiderio di non lasciare la capacità produttiva di Taranto a un rivale, ma di controllarla essi stessi. Ora se possono eliminarla senza spendere (ritirando le tutele legali promesse, il governo lo permette) gli indiani non chiedono di meglio. Un errore del genere obbliga a chiedersi se ci sia ancora qualcuno che gestisce le crisi industriali in Italia. Alitalia procede nella confusione, con un investitore (Fs) che è anche un concorrente (sulla rotta Roma-Milano) e la prospettiva di grandi tagli occupazionali. Più piccolo ma non meno grave, il caso Whirpool a Napoli è stato lasciato degenerare nell’inazione. Un fondo pubblico da un miliardo per il «venture capital» è fermo da un anno perché i politici litigano sulle nomine. E sempre da un anno Sider Alloys di Portovesme (ex Alcoa) attende dal governo una misura vitale che le permetta di calmierare il costo dell’energia. Al Mise – fa notare Fubini - la figura di riferimento per le 160 crisi industriali oggi è Giorgio Sorial, un ex deputato M5S di 36 anni non rieletto ma noto per aver definito «boia» il presidente Giorgio Napolitano. I lavoratori, intanto, aspettano risposte”.
 
Massimo Giannini, Repubblica
“Sull’Ilva hanno sbagliato in tanti: capitalisti e sindacalisti, ministri e governatori regionali, magistrati e Arpa. Hanno fallito tutti i governi. Ma nessuno ha fatto peggio degli ultimi due”. Su Repubblica Massimo Giannini offre una lettura più politica del caso Ilva. “Il Conte I combina il pasticcio più grave - ricorda Giannini- : il 6 settembre 2018 Di Maio, vicepremier e ministro dello Sviluppo, concorda con ArcelorMittal uno scudo penale per i manager che sa di non poter garantire. Il Conte II, infatti, non lo garantisce e così propizia il disastro definitivo: il 21 ottobre 2019 i 5S cancellano tutto con un colpo di spugna in Parlamento, pretendendo il voto di fiducia su un loro emendamento e gridando ancora ‘onestà, onestà’. Mai come stavolta a sproposito. Sia perché quella tutela giuridica non è una pretesa d’impunità, sia perché in ogni caso è stato il loro capo politico a trattarla e a concederla formalmente agli azionisti dell’Ilva. E’ possibile che i rapaci indo-francesi cercassero solo un pretesto per rompere i patti. Ma il peccato mortale della politica è averglielo offerto su un piatto d’argento. M5S rimangiandosi la parola data, il Pd lasciandoglielo fare. Ora è troppo tardi per l’Ilva. Come sarà troppo tardi per le altre 160 crisi aziendali e per l’Alitalia che giace senza più cassa. Sono botte dolorose per la coalizione demo-stellata, sono batoste sanguinose per il Pd di Zingaretti, che fa il Cireneo e porta la croce mentre Di Maio e Renzi mangiano popcorn seduti sul ciglio del Golgota. Il segretario si affanna, li striglia, li chiama: ma il suo ‘toc toc’ cade nel vuoto. Il ‘conto del Papeete’ non basta più a spiegare né le criticità della fase. E se adesso cominciano a venir fuori anche ‘bombe sociali’ come l’Ilva, e la sinistra se le fa esplodere in casa senza neanche averle innescate, allora tanto vale che la Resistibile Armata Giallo-rossa si arrenda subito”.
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