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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 23/10/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Zingaretti: il Pd al Governo finché produce risultati per il Paese
«Basta con le polemiche e le liti per avere visibilità». Lo auspica il segretario del Pd Nicola Zingaretti in una lunga intervista concessa a Stefano Cappellini di Repubblica. La manovra è stata appena varata tra liti e veti e la questione pare già un’altra: quanto può durare un governo con una maggioranza così litigiosa? «Io di certo non voglio votare. Però pretendo che si governi bene e lealmente. Da segretario del Pd uso questo verbo non a caso. Si producano dei fatti, la si smetta con la ricerca ossessiva di polemiche e visibilità, perché questa è una degenerazione della politica che gli italiani non tollerano più e in tal modo resterebbe solo il governo delle poltrone, dei ministeri e delle nomine. Noi al governo restiamo solo finché produce risultati utili al Paese». La trattativa sulla manovra è sembrata il secondo tempo del governo giallo-verde. Solo che prima litigavano in due, e ora litigate in tre. «Ci sono due aspetti da considerare: il merito e il metodo. Sul merito sono soddisfatto: abbiamo messo in campo un’idea di sviluppo legata alla giustizia sociale. Sul metodo, invece, non va: la cornice di litigi, polemiche e rincorsa a mettere bandierine sui provvedimenti rischia di oscurare quanto di buono è stato fatto». Cosa c’è di buono, a parte la neutralizzazione dell’aumento Iva? «Intanto non sottovaluterei i 23 miliardi recuperati per evitare l’aumento dell’Iva: abbiamo fermato la valanga sul villaggio. Poi abbiamo fatto delle scelte di campo chiare. Siamo passati dalle balle e dai debiti di Salvini, che voleva tassare le cassette di sicurezze e mettere 15 miliardi sulla flat tax, a una prima grande inversione di tendenza: taglio delle tasse sul lavoro, 11 miliardi di investimenti green, finanziamenti per Industria 4.0, asili nido gratuiti, bonus per le facciate dei palazzi e l’introduzione del piano casa. Sono colpito dal fatto che non tutti rivendichino questi risultati».
 
Bonafede: i grandi evasori sono parassiti
«E’ una svolta epocale». Così il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, intervistato sul Corriere della Sera da Giovanni Bianconi, commenta il decreto che prevede il carcere per i grandi evasori. «Epocale» è un termine che aveva usato anche per la riforma del processo penale che dovevate approvare insieme alla Lega, e s’è visto com’è andata. «La differenza è evidente, la Lega ha bloccato la riforma, questo governo invece fa norme coraggiose. Io rivendico che dal punto di vista anche solo culturale la norma che prevede pene da 4 a 8anni per chi evade cifre superiori ai 100mila euro rappresenti un grande cambiamento. La soglia minima di quattro anni fa sì che non si acceda automaticamente a misure alternative alla detenzione, anche se poi toccherà sempre ai magistrati valutare i singoli casi e decidere». Il carcere una svolta culturale? «Sì, perché questa riforma è uno dei tasselli della lotta all’evasione fiscale, fra i più importanti. I cittadini devono sapere che lo Stato fa pagare il dovuto a tutti, e ciò consentirà a tutti di pagare meno. I grandi evasori sono parassiti che camminano sulla testa dei cittadini onesti, un fenomeno che non può rimanere impunito. Governo e maggioranza compatti hanno dato un segnale chiarissimo e netto». Ci sono magistrati come Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita che ritengono la riforma sostanzialmente inutile: rischia di ingolfare i tribunali con migliaia di nuove inchieste e processi. «Non condivido questa preoccupazione. Si parla di una soglia minima di 100mila euro, non di tutte le evasioni fiscali. Secondo l’Agenzia delle Entrate, coloro che evadono oltre quel limite rappresentano l’82,3% delle somme evase nel totale: di fronte a questa situazione è inaccettabile che lo Stato rinunci all’azione penale. Il problema dell’ingolfamento dei tribunali ci sarebbe stato senza la soglia minima, ma così mi pare che non si ponga».
 
Dadone: nei contratti Pa aumenti medi oltre i 96 euro
I 3,2 miliardi a regime per i contratti 2019-2021 del Pubblico impiego contenuti nella manovra «servono ad archiviare anni di emergenza per tornare a una fisiologia triennale. E lo stesso obiettivo torna per graduatorie e reclutamento, e per la valutazione su cui a novembre presenteremo le Linee guida. Perché le riforme non vanno solo approvate, devono essere attuate». Lo afferma la ministra della Pa Fabiana Dadone che in un’intervista a Gianni Trovati del Sole 24 Ore fa il punto sui lavori del cantiere Pubblica amministrazione. Il contratto è in cima alle attenzioni dei 3 milioni di dipendenti pubblici. Che effetti si devono aspettare in busta paga? «Con le risorse in manovra abbiamo un recupero di potere d’acquisto di circa il 3,5%, ben superiore all’Ipca (l’indice dei prezzi al consumo di riferimento per i contratti Pa). Il rinnovo dovrebbe andare oltre i 96 euro lordi mensili nella media tra Stato e autonomie. Ma le cifre sono soprattutto una base di partenza per una valorizzazione delle risorse della Pa». Per arrivarci bisognerebbe però mettere mano davvero ai sistemi di valutazione del personale, di cui si parla da anni senza risultati. «Anche per questo le riforme vanno attuate. Per la prima volta stiamo per mettere a punto le linee guida che consentiranno anche di applicare davvero il principio di partecipazione dei cittadini alla valutazione delle performance. In legge di bilancio, poi, stiamo vincolando agli obiettivi raggiunti parte della retribuzione di risultato dei dirigenti responsabili della transizione digitale. E a breve convocheremo un tavolo per affrontare i temi dell’oggettività e trasparenza della valutazione».
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