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Quello che (non) serve alla partite Iva

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 20/10/2019

In edicola In edicola Dario Di Vico, Corriere della Sera
Il Governo sta stringendo sulla manovra e, sul Corriere della Sera, Dario Di Vico prova ad indicare “quello che (non) serve alle partite Iva”: “La manifattura italiana ha risposto alla Grande crisi scomponendosi in filiere produttive e recuperando così in flessibilità ed efficienza. Il settore dei servizi ha invece maturato un diverso indirizzo: ha fatto prevalere la dittatura del massimo ribasso e rafforzato la tendenza verso un terziario low cost. È questo il contesto nel quale va letta la disputa di queste ore, all’interno del governo, sulla tassazione delle partite Iva. Lo sforzo da fare è quello di considerare il lavoro di professionisti e free lance non una materia riservata ai soli fiscalisti ma una delle questioni chiave del rilancio del sistema Paese. Si può pensare a un ciclo virtuoso dell’innovazione che non veda come protagoniste le moderne competenze professionali, il cui modello lavorativo si colloca sempre di più fuori dalle grandi organizzazioni? La risposta ovvia è no, eppure ci comportiamo in maniera opposta. Guardiamo il Fisco invece della luna. Con lo stesso vizio si era mosso il precedente governo che, con il solo scopo di consolidare la vicinanza tra il centrodestra e le partite Iva, aveva varato una legge, la cosiddetta mini flat tax, che aveva subito fatto storcere la bocca a un attento conoscitore della materia come Giulio Tremonti. Del resto con un Pil stagnante e un’economia a scartamento ridotto era possibile che nascessero migliaia di nuove attività con partita Iva? No, il ciclo economico è comunque più forte delle norme fiscali e così la mini flat tax più che spingere verso l’auto-imprenditorialità legioni di giovani è servita solo per aggiustamenti fiscali di carattere opportunistico. Il nuovo governo aveva il diritto e il dovere di intervenire per riparare queste distorsioni ma gli uomini che ne compongono il baricentro politico hanno il difetto di non conoscere il mondo delle partite Iva e di essere legati ai vecchi schemi di una sinistra fordista, portata a pensare che fuori dalle grandi organizzazioni ci sia solo marginalità professionale e culto dell’evasione. Così quello che poteva essere un intelligente ridisegno della legge leghista è diventato uno strumento di punizione per professionisti e free lance, che di fatto avevano trovato nella flat tax una compensazione (impropria) a un mercato e a una committenza (anche pubblica) che giocano al massimo ribasso e non riconoscono il valore creato a valle del processo manifatturiero. Ci consideriamo il Paese della creatività ma pretendiamo di pagare poco il lavoro creativo”.
 
Massimiliano Panarari, La Stampa
Quella che abbiamo di fronte ai nostri occhi in queste settimane ha tutta l’aria di essere la “stagione dei populisti fiscali”. Lo scrive Massimiliano Panarari sulla Stampa. a San Giovanni delle destre è servita a mobilitare le truppe. E a lanciare all’opinione pubblica due segnali: Matteo Salvini rimane saldamente in campo a dispetto degli incidenti di percorso, e la formula è irreversibilmente diventata quella di un destra-centro “unito” da lui egemonizzato (ma con una Giorgia Meloni parecchio in ascesa). Questo destra-centro, però, è più disunito di quanto vorrebbe far apparire, e lo è molto di più di quello che era il centrodestra di oltre 13 anni fa, quando nel dicembre 2006 volle piantare per la prima volta il suo vessillo nella storica piazza romana della sinistra. Ed ecco, allora, che per presentarsi come un coeso “fronte populista” (a dispetto dei distinguo di certi settori di Forza Italia, e in primis di Mara Carfagna e Renato Brunetta) ha voluto sfoderare una specie di “sovranismo fiscale” da opporre al governo giallorosso. Tuttavia, nei discorsi salviniani e meloniani, di liberale non c’era nulla, mentre abbondavano l’ideologia e le parole d’ordine sovranpopuliste. Alla ricerca di un’identità comune, accanto alla bandiera sicuritaria i leader del destra-centro hanno impugnato quella del populismo fiscale. Un format che si risolve nella contrapposizione tra il «popolo» (che ospita a pieno titolo anche gli evasori, per l’appunto) e le élites portatrici di vampirismo contributivo. Il sistema impositivo italiano è, a volte, forte coi deboli e debole coi forti, non di rado cervellotico e in alcuni aspetti poco equo, e le tasse non sono propriamente «bellissime». Ma tra i principi dello Stato di diritto – come illustrava il motto della Rivoluzione americana «no taxation without representation» – si ritrovano precisamente la lealtà fra le istituzioni pubbliche e i cittadini contribuenti e l’adempimento degli obblighi fiscali. E, invece, il paesaggio politico italiano sembra tornare a orientarsi verso la caccia al voto degli evasori. Un eterno ritorno”.
 
Alessandro Sallusti, il Giornale
Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, commenta l’invito di Renzi ai liberali di Forza Italia, mettendo in guardia i possibili transfughi dai pericoli e dalle incongruenze di un eventuale approdo a Italia Viva: “Una delle doti di Matteo Renzi è la furbizia, uno dei suoi limiti è l’eccesso di furbizia. È come il giocoliere che cammina su un filo teso nel vuoto e la sua probabilità di rimanere in equilibrio è proporzionale al numero dei fessi disposti a credergli. L’ultima volta è caduto, direi malamente precipitato, e oggi ci riprova con rinnovato vigore, al punto che ieri, dal palco della Leopolda, ha fatto appello al popolo liberale di mollare Forza Italia e confluire nel suo nuovo partito, Italia Viva. Siccome i fessi abbondano, che qualche deputato o senatore cada nel tranello è sempre possibile, dipende dal prezzo che Renzi è disposto a pagare. Ma se parliamo del «popolo liberale», cioè degli elettori, mi chiedo perché mai mettersi nelle mani del segretario del primo partito della sinistra europea, oggi ex non per scelta ma solo perché cacciato. Ma lasciamo perdere per un attimo il passato, parliamo del presente. Matteo Renzi è quello che poche settimane fa ha riportato il Pd al governo, e salvato il fondoschiena ai giustizialisti dei Cinque Stelle, pur di impedire al «popolo liberale» di andare a votare e vincere le elezioni. È quello che in queste ore sta mettendo la sua decisiva firma su una legge finanziaria che innalza la pressione fiscale e punisce la classe media, artigiani e commercianti oltre che i pensionati. Non basta? Questo autocandidato leader dei liberali si appresta a dare il suo consenso a «più manette per gli evasori» e a «meno contante per tutti». L’elenco delle illiberalità firmate Renzi sarebbe lungo, ci fermiamo qui. Facile fare il liberale dal palco di un congresso o nei talk show televisivi, urlare «il Pd è il partito delle tasse» e poi in Consiglio dei ministri, e in Parlamento, sottoscrivere le politiche più comuniste viste nella storia repubblicana. C’è un detto per mettere in guardia dai venditori di fumo che recita: «Prima vedere moneta, poi dare cammello». Siccome la moneta non c’è, io il mio cammello me lo tengo stretto”. 
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