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La caduta dei nostri modelli

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 18/10/2019

In edicola In edicola Beppe Severgnini, Corriere della Sera
La vicend Brexit sotto Boris Johnson e le imprevedibilità di Donald Trump segnano, da Londra agli Stati Uniti, la caduta dei modelli politico-diplomatici per l’Occidente. Lo scrive Beppe Severgnini sul Corriere della Sera. “C’è qualcosa di surreale - dice l’editorialista - nella politica internazionale. Qualcuno dirà: c’è sempre stato. È vero. Ma alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti, anche nel momenti di tensione e disaccordo, il mondo riconosceva una sorta di primato. A quelle due antiche democrazie di lingua inglese molti di noi guardavano come a un punto di riferimento. Se ne potevano discutere le scelte, ma si ammirava il rispetto delle convenzioni e delle procedure, anche nei momenti più drammatici. Questo rispetto formale ha prodotto, negli ultimi decenni, conseguenze sostanziali. Anche nelle parti del mondo in cui le scelte di Washington e Londra venivano osteggiate — pensate al Medio Oriente, dove i confini britannici e le guerre americane hanno segnato la storia recente — la convinzione era di avere un solido interlocutore. Ostile, per alcuni governi e regimi nel mondo. Affidabile, per noi europei, che sugli Stati Uniti e sul Regno Unito abbiamo contato, e contiamo ancora. Potevano sbagliare e compiere scelte che non capivamo. Ma erano paesi amici e alleati. Non solo: erano termini di paragone. Ci servivano per misurare la nostra crescita democratica ed economica. In tre anni, è cambiato tutto. Quello che sta accadendo in questi giorni è solo un esempio della nuova confusione anglosassone. Ed è sotto gli occhi di tutti. Il caos a Londra e a Washington — dove la speaker della Camera dei Rappresentanti e il Presidente sono arrivati a darsi vicendevolmente del malato mentale — è sbalorditivo. Non nuovo, tuttavia. È l’esito di un processo che dura dal 2016, l’anno di Brexit e dell’elezione di Donald Trump. Un processo, insieme, politico e psicologico. Non è cambiata la classe legislativa, governativa e amministrativa dei due Paesi: è cambiata la leadership, oggi impulsiva e imprevedibile. Due aggettivi che, fino a poco tempo fa, nelle semplificazione del mondo, venivano associati al carattere e alla politica delle nazioni latine”.
 
Federico Rampini, la Repubblica
Sulla Siria il presidente Usa, Donald Trump ha messo in atto un nuovo grande bluff. Così Federico Rampini in un editoriale su Repubblica: “‘Un risultato fantastico, ringrazio la Turchia, ringrazio i curdi, milioni di vite sono salve’. È straripante Donald Trump nel celebrare un presunto armistizio, tregua o cessate il fuoco che secondo lui congela l’avanzata turca nella Siria settentrionale e ferma l’escalation delle vittime nella zona controllata da milizie curde. Twitta congratulazioni personali a Erdogan. Cioè a quello stesso autocrate che pochi giorni fa aveva letteralmente cestinato una stranissima missiva in cui Trump lo invitava a ‘non fare lo scemo’. In una settimana l’anti-diplomazia trumpiana è stata bombardata di critiche, non solo nel resto del mondo ma da tutto l’establishment americano, inclusa gran parte del partito repubblicano. La Camera di Washington ha censurato la sua decisione di ritirare le truppe dalla Siria — quella che di fatto diede via libera all’invasione di Erdogan — e perfino il Senato a maggioranza repubblicana rischia di fare lo stesso. Trump ha dovuto improvvisare la spedizione diplomatica del suo vice Pence e del segretario di Stato Pompeo, quelli che ieri sera al termine di un lungo colloquio con Erdogan hanno fatto il ‘miracolo’. Ma di che miracolo si tratta? Probabilmente solo di salvare la faccia di Trump per qualche giorno. Il governo turco non parla neppure di ‘cessate il fuoco’ bensì di una ‘pausa’. Nel frattempo le sue truppe sono sconfinate in Siria ben oltre le 20 miglia che sarebbero la zona concordata con i curdi. Questi ultimi hanno ricevuto zero garanzie: quand’anche rispettino i termini dell’accordo ritirandosi, non ci sono autorità internazionali (né truppe americane) a presidiare l’area per vigilare sulla sicurezza delle popolazioni. Non è chiaro se questo accordo sia concordato con i nuovi protettori dei curdi, cioè la Russia e Assad. Buio totale perfino sul tema che riguarda la sicurezza degli Stati Uniti: che fine faranno i jihadisti dell’Isis detenuti finora sotto la vigilanza dei combattenti curdi. L’unico vincitore sicuro in quell’area sembra essere Vladimir Putin. Trump è un incompetente, impulsivo egomaniaco, ma c’è una logica profonda negli eventi di questi giorni. Il declino dell’egemonia Usa lascia dei vuoti che altri riempiono”.
 
Stefano Stefanini, La Stampa
La crisi in medio oriente aperta dall’invasione turca del nord della Siria controllato dai curdi era al punto di non ritorno ed era quindi arrivato il momento giusto per la diplomazia. Lo scrive Stefano Stefanini sulla Stampa: “Per gli Usa stava crollando l’influenza sulla crisi siriana, con ricadute sull’intero Medio Oriente. Per la politica americana, un bilancio semplicemente disastroso. Dopo essersi arrampicato sugli specchi  per  una  settimana, con spiegazioni poco o nulla convincenti, dopo essersi trastullato con sanzioni che lasciavano indifferente Erdogan, il presidente americano ha capito che doveva far qualcosa per evitare la tempesta perfetta. Ha inviato d’urgenza Pence e Pompeo ad Ankara. Un’azione diplomatica che ha pochi precedenti, ma pochi ne ha la situazione che si era creata. L’America conta ancora e il risultato è stata la sospensione dell’intervento turco. Oggi la situazione sul terreno in Siria nord-orientale resta difficilissima e fragile: turchi da una parte, forze di Damasco, spalleggiate da alleati russi (e forse iraniani) dall’altra, curdi delle Forze Democratiche Siriane (Ypg) in mezzo. Più altre milizie siriane di dubbia affiliazione, e detenuti Isis a piede libero. L’operazione di limitazione danni è riuscita. Resta adesso la parte più difficile che richiede il coinvolgimento degli altri attori: curdi, Assad, Russia. In tutto questo l’Italia può vantare il tempismo perfetto della telefonata di ieri di Giuseppe Conte, prima dell’arrivo dei due Mike ad Ankara. In genere Roma non  ama esporsi troppo apertamente su controversie internazionali. Preferisce navigare di conserva, trincerandosi dietro consolidate posizioni Ue o Nato. Conte ha rotto la consuetudine per dire a Recep Tayyip Erdogan che l’Italia era nettamente contro l’intervento anti-curdi in Siria. La telefonata è giunta nel momento in cui la pressione americana su Ankara stava raggiungendo la massa critica. Decisiva infatti la visita di Pence e Pompeo. Farla è stato ugualmente importante per l’Italia. Questo è fare politica estera. Bravo Giuseppe: la Turchia era anche in agenda in Consiglio Europeo e i colleghi gli avranno fatto i
complimenti”.
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