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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 16/10/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Fanizza: l’Italia riveda il suo sistema fiscale
«L’economia globale attraversa il momento più difficile dalla crisi del 2008. L’Fmi pensa che sia necessario intervenire al più presto, sfruttando l’opportunità dei tassi bassi a lungo termine, per rilanciare gli investimenti pubblici nelle infrastrutture. Anche l’Italia deve farlo, nonostante abbia margini più ridotti rispetto ad altri Paesi»». E’ la ricetta di Domenico Fanizza, direttore del Fmi per il nostro Paese, intervistato sulla Stampa da Paolo Mastrolilli. L’Outlook pubblicato dall’Fmi ha rivisto al ribasso le previsioni per l’Italia. Perché? «Le tensioni commerciali hanno prodotto un declino mondiale degli scambi, e la crisi dell’industria manifatturiera legata alla transizione energetica ha colpito soprattutto la Germania, con cui siamo molto integrati. Sono in corso grandi trasformazioni strutturali del comparto produttivo, a cui dobbiamo adattarci». La politica monetaria non basta più a proteggerci? «Ha fatto molto e bene, e credo abbia ancora dei margini, ma ora va supportata dalla politica fiscale». Abbiamo le risorse per fare questi investimenti? «L’Italia ha spazi limitati, per le questioni della finanza pubblica che conosciamo, ma bisogna fare tutti gli sforzi possibili, tenendo però sotto controllo il bilancio. Fare una manovra restrittiva ora complicherebbe la situazione». E’ giusto invocare la flessibilità europea? «C’è sempre stata. Il problema non è la Ue, ma i mercati». Ha senso finanziare gli investimenti in deficit? «I mercati negli ultimi tempi ci hanno dato importanti segnali di fiducia. Si può fare, se stiamo attenti a chiarire che i conti sono sotto controllo e il debito non aumenta in modo sostanziale. Bisognerebbe spostare le risorse dalle spese correnti agli investimenti, e rivedere in modo complessivo il sistema fiscale».
 
Rotondi: se Conte chiama Berlusconi può diventare il nuovo Moro
«Se ora Conte chiama Berlusconi può diventare il nuovo Aldo Moro». Lo afferma Gianfranco Rotondi, intervistato da Fabrizio D’Esposito sul Fatto Quotidiano dopo la visita che lunedì scorso il premier Giuseppe Conte ha fatto ad Avellino, ospite della fondazione Fiorentino Sullo. C’eravate tutti, voi irpini, anche Gargani, Zecchino, Franco De Luca. «Erano 25 anni che non accadeva. Ma non siamo una corrente». Un’élite. «Nella Dc eravamo considerati un’etnia, la famiglia più snob in circolazione. Un club esclusivo di cui il presidente Conte ha colto l’alterigia». Uno di voi. «Conte cita sempre La Pira e Moro. E ripete una frase di Scoppola: ‘Non è più tempo di Democrazia Cristiana ma di democrazia dei cristiani’». E’ la pietra miliare dell’umanesimo di Conte. Meglio di Salvini. «Sicuramente». Vi sentite finalmente risarciti? «Conte si richiama ai nostri valori, ha sdoganato la Dc mentre gli altri l’hanno sempre rimossa». Compreso lei. «Io sono rimasto democristiano cedendo il marchio ad aziende più grandi». Berlusconi. «Mi telefonò Martinazzoli, un mese prima che morisse. Che c’entra Martinazzoli? Mi disse: ‘Gianfranchino ho visto che ti arrampicavi sugli specchi per difendere il tuo premier (Berlusconi, ndr), ma ricordati che il compito della tua generazione è quello di custodire il seme’». Lei ha custodito tutto, anche il simbolo della Dc. «Come un sacramento. Però quando Conte è venuto a parlare non l’abbiamo esposto. Ci mancava solo questa». Il momento arriverà. «Dobbiamo fare la democrazia dei cristiani». Scoppola. «Ecco». E poi, quando il seme sarà fecondato? Ci sarà l’umanesimo che va da Forza Italia a Conte. Berlusconi, ancora. Se uno inizia con Moro e finisce con l’Appello ai liberi e forti di Sturzo, alla fine dovrà tradurre tutto con due parole». Solo due. «Solidarietà nazionale». Conte il nuovo Moro. «Se telefonasse a Berlusconi, lo diventerebbe. Siamo arrivati al punto. Conte può fare questa evoluzione».
 
Orofino: non ci arrendiamo. Questo stabilimento è nostro
«Noi non ci arrendiamo, questo stabilimento è nostro”. Lo afferma Italia Orofino, operaia da oltre vent’anni allo stabilimento Whirlpool di Napoli, intervistata su Repubblica da Conchita Sannino. Annuncio definitivo, vogliono chiudere. Avete perso, Italia? «No, stiamo lottando. Lascio i colleghi per la notte, devo andare a casa perché non vedo i miei figli da due giorni, ma alle sei del mattino starò qui di nuovo. Oltre i cancelli, è venuto mio padre Vincenzo che qui ha lavorato quasi 40 anni, e con lui altri padri di altri compagni di produzione, che qui sono stati operai. La fabbrica non si lascia sola». È “lei” che lascia soli voi. «La fabbrica come luogo fisico è nostro. Ha camminato sulle gambe delle nostre famiglie. Non è da buttare, e non ci faremo rottamare. E a qualunque costo, qui si continuerà a combattere. Siamo stati lavoratori leali, ci stanno calpestando come se fossimo figurine di carta». A giugno, si sperava ancora: il decreto salvaimprese, i 17 milioni che avrebbe messo il governo. Tutto inutile, 132 giorni dopo. E ora? «Ora sta montando una grande rabbia. Insieme al senso di impotenza. Non vale l’accordo del 25 ottobre 2018, con cui la Whirlpool garantiva al governo gli investimenti per Napoli: eppure è dopo quel pezzo di carta che tanti miei colleghi hanno contratto un mutuo, hanno fatto sposare un figlio, acquistato un’auto, deciso una ristrutturazione. Ricordo i sorrisi e la festicciola in azienda». Poi, a maggio, voi vedete una X sulla slide: il segno che cancella lo stabilimento di Ponticelli. «Sì, solo sette mesi dopo. Così io, quasi alla soglia dei 50 anni, insieme con tanti, scopriamo che siamo dentro un mondo diverso: non c’è Italia, non c’è Europa, non c’è tutela. Non pesa la legge, non è vincolante un accordo, non ci sono premier o ministri che tengano di fronte alla decisione di una multinazionale. E’ solo la legge del più forte, è la giungla».
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