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La ricetta che somiglia all'Italia

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/10/2019

La ricetta che somiglia all'Italia La ricetta che somiglia all'Italia Marco Zatterin, La Stampa
“La legge di bilancio è lo specchio dell’Italia, come lo è la maggioranza che l’ha partorita”. Sulla Stampa Marco Zatterin parte da questa considerazione per analizzare la manovra delineata ieri dal Governo. “A differenza di quella varata dal Conte-uno, disegna un piano finanziario con meno mance e più attenzione alla produzione, cercando di puntare sulla correzione del disagio sociale e della sofferenza d’impresa che ci tiene sul filo della recessione e gonfia le diseguaglianze. Ma come per gli esecutivi che lo hanno preceduto, è intrappolata dall’algebra delle scarse risorse. Cerca di guadagnare tempo sapendo che, se va bene, andrà benino. Ma che, se va male, saranno guai grossi. Sono state sterilizzate le clausole Iva (23 miliardi), poi sono stati racimolati 7 miliardi per le spese di routine e quelle utili per cercar di dare una scossa all’economia. L’europragmatismo di Gualtieri rende l’azione del Tesoro più solida, così avremo un taglietto al cuneo fiscale, del tutto benvenuto, almeno nella logica del poco che è meglio di niente. Il superticket dovrebbe essere scontato, gli asili avranno finalmente un contributo superiore al quasi nulla. E’ il segno di un difficile principio. Ma si poteva fare meglio. L’ideale sarebbe stato smontare la manovra gialloverde che redistribuiva in modo inefficace e incompiuto dai poveri ai poveri. Impossibile, ovviamente, persino nella culla del trasformismo. Allora sarebbe bastato il coraggio di rivedere l’Iva, e dar retta agli economisti che da sempre sostengono che una soluzione delle difficoltà italiche sta nello spostamento del peso fiscale dai beni produttivi a quelli improduttivi. Invece è prevalso il terrore di regalare all’altro Matteo un tweet sui vampiri che alzano le tasse. Era possibile andare oltre. Ma occorreva la forza dell’unione che non c’è fra troppi personaggi in cerca di autore”.
 
Federico Fubini, Corriere della Sera
“C’è sempre uno scarto fra ciò che servirebbe a un Paese per usare al meglio le proprie risorse e ciò che serve ai partiti che lo governano”. Con questa premessa Federico Fubini commenta sul Corriere della Sera il via libera del Consiglio dei ministri al Documento programmatico del bilancio. “Come sarebbe stato questo pacchetto in assenza di gravità politica? Cosa avrebbe deciso, con i cinque miliardi a disposizione, un tiranno illuminato, per perseguire l’interesse collettivo e di lungo termine degli italiani? Negli ultimi nove anni – argomenta Fubini - un milione di giovani italiani è emigrato, secondo l’Istat, ma per motivi amministrativi questa è una cifra errata per difetto: sono di più. Proprio qui, nella perdita di un’umanità giovane e dinamica, si trova una grande causa della stagnazione del Paese e dunque anche parte dell’antidoto per spezzare il sortilegio. Bene, un governo degli esperti forse avrebbe concentrato le sue poche risorse per tamponare questa falla: detassare molto il solo lavoro giovanile e femminile, incoraggiare di più le aziende a crescere in dimensioni e tecnologia. Non spruzzare a pioggia minuscoli benefici. Naturalmente quello in carica non è un governo degli esperti, a stento lo è degli eletti. I quattro partiti della maggioranza hanno piena legittimità costituzionale, ovvio, ma non avevano mai chiesto il voto per allearsi. Sanno che molti italiani li sospettano di essersi messi insieme solo per conservare il posto in parlamento e non essere travolti dalla Lega. Dunque M5S, Pd, Leu e persino Italia Viva di Renzi  avvertono su di loro l’enorme pressione psicologica di dare subito qualcosa al maggior numero di elettori possibile. Hanno fretta di dimostrare che nella loro operazione c’è un dividendo anche per i governati, non solo per i governanti. Il risultato è un bilancio senza una lettura del Paese”.
 
Massimo Giannini, Repubblica
“Nella decisione unilaterale della Whirlpool di mettere i sigilli a una delle sue più importanti fabbriche c’è prima di tutto la spregiudicata impudenza di un capitalismo che straccia accordi aziendali e patti sociali, cavalcando la tigre della globalizzazione selvaggia, sfruttando il dumping salariale, inseguendo il massimo profitto a qualunque costo”. Lo scrive su Repubblica Massimo Giannini, secondo il quale, “in questo dramma, c’è anche e soprattutto il fallimento di un governo che non sa gestire le crisi aziendali, di una politica che non sa immaginare i modelli di sviluppo, di un Paese che non sa difendere la produzione e il lavoro. C’è la resa di una classe dirigente che pensa a tutt’altro che ai mali strutturali del suo sistema economico. Salvo poi precipitarsi all’ultimo minuto al capezzale del morente di turno, appena in tempo per constatarne il decesso. Ed è paradossale che stavolta il certificato di morte della Whirlpool sia stilato proprio a Palazzo Chigi, nello stesso luogo e nello stesso giorno in cui l’esecutivo prova a dimostrare, manovra alla mano, la discontinuità tra la coalizione giallo-verde e quella giallo-rossa. Purtroppo non è così. Il Conte Due, che ieri mattina ha ricevuto inutilmente i rappresentanti del gruppo Usa, è lo stesso premier di prima: cioè il Conte Uno che, nei quattordici mesi precedenti, non si è mai preoccupato di gestire uno solo dei troppi tavoli di crisi esplosi in Italia. Li ha lasciati alle cure del ministro ‘competente’ Di Maio che seduto su quattro poltrone (vicepremier, capo politico e plenipotenziario al Lavoro e allo Sviluppo) in più di un anno non ha saputo sbloccare un solo dossier industriale. Il Paese, con le sue paure e le sue speranze – conclude il vicedirettore di Repubblica -, resta confinato in un altrove’ perenne, che la politica non vede e non sente”.
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