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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 15/10/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Carlo De Benedetti: I miei figli non sanno fare gli editori
Per Salvare Repubblica occorre risanare la casa madre Gedi e far confluire tutte le azioni in una Fondazione. Lo afferma Carlo De Benedetti che, intervistato da Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera è molto duro con i figli: “non sanno fare gli editori”. Ingegner De Benedetti, lei il 14 novembre compirà 85 anni. Che senso ha ricomprarsi Repubblica e il gruppo Gedi? «Sono ben conscio della mia età. Ma mi sento molto bene. E sono in condizioni di condurre in porto un’operazione in due tempi». Perché in due tempi? «Il primo: raddrizzare la gestione dell’azienda, che è stata del tutto inefficace». Perché dice questo?«Non lo dico io; lo dice il mercato. Il metro dell’inefficacia della gestione è il prezzo di Borsa cui il titolo è precitato: 25 centesimi. È un’azienda senza vertice e senza comando. Una nave senza capitano, in balia di onde altissime: perché il mestiere dell’editoria quotidiana non è facile in nessuna parte del mondo». Quale soluzione propone? «Riprendere a investire pesantemente in un settore in cui Repubblica per anni ha eccelso: il digitale. Poi verrà il secondo tempo. Una volta che l’azienda sarà in condizione di navigare, pur sapendo che i mari resteranno procellosi, dobbiamo trovare un approdo». Vale a dire? «Portare le mie azioni, convincendo gli altri azionisti a fare altrettanto, in una Fondazione. Una Fondazione cui parteciperanno rappresentanti dei giornalisti, dirigenti del gruppo, personalità della cultura. L’obiettivo è assicurare un futuro di indipendenza a un pezzo di storia italiana». Dovrà prima convincere i suoi figli. Ha parlato con loro? «No. Sarebbe stato inutile, perché non accettano le premesse: riconoscere che non sono capaci di fare questo mestiere». Sono parole molto dure. «I miei figli sanno fare bene altri mestieri. Ma non hanno la passione per fare gli editori. Non hanno neanche la competenza; ma prima di tutto non hanno la passione. E senza passione non puoi fare un mestiere così particolare, artigianale, per il quale occorrono sensibilità, gusto estetico, cultura, capacità di conduzione di uomini, talento per mettere insieme un’orchestra e il direttore che la dirige, decidere quale spartito suonare. I miei figli, in particolare Rodolfo, lo considerano un business declinante; e non hanno neanche torto. Ma questo significa considerarlo un mestiere qualsiasi; e invece l’editore non è un mestiere qualsiasi. La grande ingenuità dei miei figli è continuare da tempo a cercare un compratore per il gruppo. Una ricerca inutile: in Italia un compratore non c’è». 
 
Brambilla: Pensioni, no a ripensamenti
“Sulle pensioni, no a ripensamenti, ma servirà un altro sistema per uscire prima dal lavoro”. Lo afferma Alberto Brambilla, esperto previdenziale alla guida il Centro studi di Itinerari previdenziali, intervistato da Enrico Marro per il Corriere della Sera. «Allungare di tre mesi le ‘finestre’ per accedere a quota 100 si può anche fare, ma non è questo ciò che risolve il problema aperto da questa misura temporanea». Quale problema? «Quota 100 scade il 31 dicembre 2021. Se nel frattempo non si prendono provvedimenti, dal primo gennaio 2022 non si potrà più andare in pensione a 62 anni d’età, avendo 38 anni di contributi, ma bisognerà aspettare fino a 67 anni e due mesi». Uno «scalone» improvviso. «Esatto. Per questo sarebbe bene pensarci per tempo». Secondo i renziani il problema si potrebbe eliminare alla radice cancellando da subito quota 100. «Sarebbe una mossa sbagliata perché numerose aziende hanno già fatto gli accordi per mandare in pensione i lavoratori e si creerebbe quindi una nuova ondata di esodati. Inoltre, il grosso dei lavoratori col sistema retributivo o misto, che poteva approfittare di quota 100 senza rimetterci tanto, è già uscito. Invece, dal prossimo anno la maggior parte di coloro che potrebbero accedere al pensionamento anticipato avrebbe almeno il 60-65% dell’assegno calcolato col contributivo, perdendoci in media il 10%, che non è poco. Questo spiega perché siamo passati da un ritmo di circa 3.500 domande di quota 100 al giorno a 250». Lei cosa propone per il dopo quota 100? «Di predisporre un canale anticipato di uscita dal lavoro strutturale, che sia accessibile in particolare ai giovani per i quali la riforma Fornero è troppo rigida, perché consente l’accesso alla pensione a 64 anni solo a patto di aver maturato un assegno pari a 2,8 il minimo, oggi circa 1.300 euro, una soglia che taglia fuori il 65-70% dei giovani, viste le basse retribuzioni».
 
Carcedo: La Spagna è uno stato di diritto, si processano i fatti, non le idee
Il governo spagnolo non accetta la teoria che sia stato un processo politico: «Nessuno viene giudicato per le proprie idee». Lo afferma María Luisa Carcedo, ministra della Sanità e dirigente di peso del partito socialista del premier Pedro Sánchez, intervistata da Francesco Olivo per La Stampa. Il presidente catalano Torra parla di vendetta di Stato, come risponde? «La Spagna è una democrazia donde vige la separazione dei poteri. È stato un processo trasparente, tutti quelli che hanno voluto seguirlo lo hanno potuto fare. Altro aspetto importante: è stata una decisione presa all’unanimità dai membri del tribunale. Le sentenze si accettano». Il Tribunale però ha smentito la procura: non c’è la ribellione violenta di cui si è parlato per anni. «Sin dall’inizio di questo processo il reato di ribellione è stato messo in discussione da molti esperti. Anche l’avvocatura dello Stato lo aveva escluso». E ora? «Noi puntiamo sulla convivenza e sul dialogo». Si può dialogare se gli interlocutori sono in carcere? «Intanto la Catalogna ha altri rappresentanti che sono stati eletti dal popolo. E in ogni caso nessuno è stato condannato per le proprie idee ma per dei fatti specifici. Hanno superato il confine della legge, della costituzione e dello stesso statuto catalano». Alcuni degli imputati erano stati  eletti  nel  parlamento spagnolo e in quello europeo e  sono  stati  sospesi, anche perché imputati per il reato di ribellione, ora che questo reato non compare nella sentenza non si pone un problema democratico? «Non c’è alcun problema democratico. C’è una legge e si applica, come in ogni stato di
diritto».
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