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I 5 Stelle e la realtÓ

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 15/10/2019

In edicola In edicola Marco Imarisio, Corriere della Sera
I 5 Stelle stanno inziando a fare i conti con la realtà; e la loro trasformazione ne è la testimonianza. Lo scrive Marco Imarisio sul Corriere della Sera: “L’abituale raduno appena concluso a Napoli era molto temuto dai vertici pentastellati, perché era il primo appuntamento pubblico dopo l’ennesima metamorfosi seguita all’alleanza con il Partito democratico. La previsione generale era che in questo matrimonio di convenienza il Pd avrebbe perso la sua anima. Può succedere anche questo, ma quel che è avvenuto finora è una repentina costituzionalizzazione del suo partner di governo. Movimento che nacque come non partito, munito solo di un «non Statuto» e di poche regole, si è normalizzato fino a diventare, ironia della sorte, un vero e proprio partito. Con un manuale di regole interne alto due dita, diverso dagli altri solo per curiose scelte linguistiche, laddove per «facilitatori» si deve invece leggere segreteria politica, con tanti saluti ai vecchi meet up, le cellule originarie progettate per essere uno strumento di democrazia dal basso. Non mancano neppure le correnti, sinistra e destra contrapposte, al punto che ieri a Luigi Di Maio nella sua prolusione finale è uscita di bocca la parola «sintesi», tanto amata dai vecchi leader democristiani nonché panacea di ogni dissenso interno. Non aveva certo tutti i torti Pier Luigi Bersani quando nel marzo 2013, dopo la «non vittoria» alle elezioni politiche, scelse di sedersi al tavolo con gli esponenti di M5S, per il celebre incontro in diretta streaming che gli valse solo critiche e sberleffi. L’ex segretario del Pd era convinto del fatto che un movimento non abbia mai una forma precisa. Soprattutto allo stato nascente, viene modellato dalle circostanze e dagli impulsi esterni, dalle contaminazioni. Un movimento non è mai un monolite, semmai ricorda la creta. A quell’epoca i tempi non erano maturi. E neppure i Cinque Stelle. Furono proprio loro a rifiutare con forza ogni ipotesi di accordo, nel timore di sporcarsi con le impurità della politica. Le hanno accettate cinque anni dopo, alleandosi con la Lega. Ma gli effetti della cura Salvini hanno anche rappresentato un notevole bagno di realtà per M5S e i suoi massimi dirigenti. Non è possibile stare dentro le istituzioni e al tempo stesso scimmiottare il decisionismo e la carica destabilizzante dell’alleato leghista cercando improbabili avventure fuori porta con i Gilet gialli e altre scelte estemporanee che testimoniavano soltanto una sensazione di subalternità, quando non di inadeguatezza. Per giocare, se uno lo vuole fare davvero, si deve stare alle regole, bisogna accettarle senza fingere una diversità ormai rintracciabile quasi esclusivamente nei libri sulle origini del Movimento. La lezione che M5S sembra avere imparato è questa. Sta diventando un partito, più o meno come li abbiamo conosciuti finora, con un leader, Beppe Grillo, che detta la linea e la benedice cercando di tenere insieme tutte le anime della sua creatura. La mutazione è avvenuta. I Cinque Stelle ormai sono un partito, adesso devono trovare una loro identità”.
 
Bernardo Valli, la Repubblica
La crisi causata dall’offensiva turca contro i curdi nel nord della Siria lascia una domanda senza risposta: perché nessuno ferma il Sultano Erdogan? Prova a rispondere Bernardo Valli in un editoriale su Repubblica: “Per Erdogan, il presidente turco, i principali obiettivi dell’offensiva in Siria sono uno politico e l’altro militare. Quello politico riguarda la Turchia dove la sua popolarità era in netto ribasso, come si è visto alle ultime elezioni amministrative, quando l’opposizione ha ottenuto un notevole successo. Da lui subìto come un’umiliazione. Le azioni a sfondo nazionalista consentono di recuperare larga parte dell’opinione pubblica ed è quello che sta accadendo con la spedizione contro i curdi di Siria. Le minoranze sono spesso le vittime. In Turchia uno pensa agli armeni. Il carattere politico dell’operazione ha un’ampia dimensione internazionale. Il ritiro americano e quindi l’abbandono degli alleati curdi decisi da Donald Trump hanno lasciato a Erdogan la libertà di agire. La fedeltà agli impegni del presidente della superpotenza non si è dimostrata salda. Ancor meno autentica. Non ha tenuto conto che i curdi sono stati la sua fanteria nella lotta contro il ‘califfato’. Trump ha superato i suoi predecessori, Bush padre e Bush figlio, nel provocare danni in Medio Oriente. Vladimir Putin è alleato del regime di Damasco, che negli ultimi giorni si è schierato con i curdi e ha mandato l’esercito sul confine turco. Ma il presidente russo si è limitato a favorire l’accordo tra curdi e Bashar el Assad. In quanto agli europei che hanno sbattuto la porta in faccia per anni alla Turchia ansiosa di entrare nell’Unione, in questa occasione dimostrano tutta la loro debolezza. La loro vergognosa inconsistenza è evidente di fronte alla grave crisi, che rischia di traboccare in un conflitto più ampio. Non lo esclude quel che sta accadendo tra Turchia da un lato e dall’altro il regime di Damasco e i curdi. La sua offensiva mette in risalto l’incapacità degli europei a concordare un’azione comune e riduce a frantumati balbettii le dichiarazioni sull’embargo delle armi ai suoi danni. Visto che la Turchia è uno dei principali membri è lecito parlare di un forte scollamento tra alleati nella Nato. Il secondo obiettivo, quello militare, non manca di incognite. Il progetto di Erdogan sarebbe di installare nelle zone abitate dai curdi la massa di siriani profughi che si trovano in Turchia. Servirebbe da muro di separazione tra le due comunità a ridosso del confine. Il popolo curdo merita l’attenzione dell’Occidente. Il Kurdistan iracheno, ricco di petrolio, ha conquistato una forte autonomia rispetto allo Stato iracheno, e ha creato istituzioni assai più liberali di quelle esistenti tra i vicini. È curioso che, almeno fino a qualche tempo fa, la Turchia avesse buoni rapporti con il Kurdistan iracheno. E al tempo stesso perseguitasse le minoranze curde di casa. Adesso anche quelle siriane. La spiegazione è forse che i curdi dell’Iraq hanno il petrolio”.
  
 
 
Marcello Sorgi, La Stampa
La vicenda delle dimissioni del capo della gendarmeria vaticana sembra quella classica del capro espiatorio buono per tutti i misteri. Lo scrive Marcello Sorgi sulla Stampa. “‘Spontanee’  o  ‘spintanee’ che siano - osserva - le dimissioni del capo della Gendarmeria  vaticana  Domenico Giani, subito accettate da Papa Francesco, che lo ha congedato con le rituali lodi, possono significare molte cose. Per la sorpresa che le ha accompagnate, per il fatto che avvengono nel bel mezzo di un’inchiesta - l’ennesima - sullo Ior, la banca della Santa Sede che ogni pontefice, negli  ultimi  trenta-quarant’anni, ha cercato invano di bonificare, e perché Giani ha ricoperto quella responsabilità accanto a tre Papi e per oltre vent’anni, il tempo necessario per andare a guardare negli scandali più clamorosi avvenuti al di qua e al di là delle sacre mura. Inoltre, a differenza di Camillo Cibin, il suo predecessore e superiore diretto fino a che non è andato in pensione, del quale a stento si conosceva il nome, Giani era diventato un personaggio molto noto, «mediatico» verrebbe da dire, con un termine molto in voga di questi tempi, ed è stato questo probabilmente a costargli il posto. Va da sé che pur essendo la parola di Francesco incontestabile per definizione, la sequenza delle inchieste degli ultimi anni, da Vatileaks all’arresto del maggiordomo del Papa, al ricorrente disseppellimento di ossa attribuite (e poi non confermatesi tali) alla scomparsa Emanuela Orlandi, al ritorno, di tanto in tanto, di risvolti della vicenda della Banda della Magliana più o meno connessi al passato recente della Santa Sede, hanno portato una specie di capovolgimento nello stile della casa. Tal che se prima i ‘misteri vaticani’ erano tali perché non venivano mai risolti, e a un certo punto pure tacitati sotto la coltre di oblìo millenario caratteristico dei porporati, adesso, complice anche un certo cinema, una certa serialità televisiva e una certa letteratura, la percezione, giustificata o no da quanto sta accadendo, è l’esatto contrario: come se appunto quel lembo di territorio alle spalle di San Pietro, e coloro che lo abitano e lo frequentano, che dovrebbero essere una sorta di succursale terrena del mondo trascendente, a poco a poco, per una sorta di bradisismo immorale, fossero invece  stati  inghiottiti  dal  decadimento secolare e dall’inarrestabile crisi della Capitale. Di tutto questo ovviamente il povero comandante Giani non aveva alcuna colpa diretta. Ma avendo voluto accentrare su di sé e sulla sua rafforzata Gendarmeria,  oltre  alla  protezione del Papa, tutti i poteri della polizia giudiziaria, togliendoli tra l’altro alle guardie svizzere che li detenevano da oltre cinque secoli, è diventato una sorta di capro espiatorio di una Santa Sede che in fatto di misteri è rimasta a metà del guado: tra i cardinali più tradizionalisti che preferirebbero la vecchia scuola minimizzatrice e insabbiatrice, e Francesco che pretende di andare fino in fondo”.
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