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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 14/10/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Berlusconi: in piazza contro la sinistra che vuole tasse e manette
Intervistato da Alessandro Sallusti sul Giornale, Silvio Berlusconi spiega le ragioni della sua adesione alla manifestazione contro il governo giallorosso di sabato 19 ottobre in piazza San Giovanni a Roma, organizzata dalla Lega di Matteo Salvini. «Questa sinistra ci deve molto, molto preoccupare – dice il leader di Forza Italia –. Nel ’94 siamo scesi in campo perché temevamo che il Partito democratico andasse al governo. Adesso al governo abbiamo quattro partiti comunisti. E i 5 Stelle sono il peggio del peggio. Non hanno storia, non hanno mai lavorato nella loro vita se è vero che l’87% di loro non ha mai fatto una dichiarazione dei redditi. È gente che sostiene davvero la decrescita felice, che consiste in quello che i comunisti dicono da sempre: non occorre crescere, basta togliere i soldi a chi li ha e darli a chi ne ha meno. Se a questo si aggiungono anche le manette... Al tassa e spendi della sinistra s’è aggiunto il tassa e metti in galera. Chi deciderà della vita di ciascuno di noi sarà un certo si-gnore che si chiama Davigo, che tutti conoscete. Ciascuno di noi sarà nelle mani della sinistra. Dire che uno ha fatto un’evasione fiscale da 50mila euro sarà un gioco da ragazzi. Io sono stato condannato per frode fiscale di un’altra società, la Mediaset, perché avrei suggerito come risparmiare in una dichiarazione dei redditi dieci milioni. Punto primo non avevo suggerito niente. Punto secondo sarebbe stata una cosa assolutamente legale. Punto terzo le mie società avevano versato all’erario la bella somma di 5 miliardi 860 milioni. Abbiamo di fronte a noi un pericolo grave, più grave del ’94. Hanno annunciato che vogliono introdurre anche per chi è accusato di evasione fiscale per 50mila euro, magari in cinque anni, le manette. Un’insidia al nostro diritto di libertà. Quindi il giorno 19 sarò anch’io in piazza per protestare contro questo governo».
 
Fioramonti: sulla scuola non ci saranno tagli
Il ministro per l’Istruzione, l’Univeristà e la Ricerca, Lorenzo Fioramonti, ribadisce in una intervista a Claudia Voltattorni, sul Corriere della Sera, che non ci sarà il taglio progressivo di 4 miliardi delle risorse alla scuola in tre anni, di cui si era parlato alcuni mesi fa. «Non ci saranno tagli, anzi. Sto lavorando da tempo, già da quando ero sottosegretario, per reperire nuove risorse per la scuola, l’università e la ricerca». Come pensa di reperire le risorse che chiede per il suo ministero? «Le mie proposte sono conosciute: fisco intelligente attraverso una rimodulazione dell’Iva su consumi dannosi alla salute e all’ambiente, in particolare una sugar tax ed una tassa di scopo sui voli aerei. Proposte che sono state non solo criticate, ma anche messe in ridicolo dall’opposizione, nonostante leggi del genere ci siano nei Paesi più avanzati». E ora che siete alle battute finali della manovra, le sue proposte vengono considerate?«Alla fine mi sembra che il buon senso stia prevalendo, superando quello che sembrava un tabù». Lei all’inizio del suo mandato ha chiesto tre miliardi di euro: due per la scuola, uno per l’università, altrimenti si sarebbe dimesso. Da dove arriveranno questi fondi? Arriveranno? «La sugar tax e la tassa di scopo sui voli aerei sono due proposte, ma si sta ragionando anche su altre tasse che possiamo definire virtuose perché indirizzano verso comportamenti ecologici e sostenibili. Sono felice per esempio che oggi (ieri,ndr) a Napoli alla festa per i dieci anni del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio parlando di come sostenere un’economia più verde abbia proposto tasse differenziate alle aziende: se si imbottiglia una bibita nella plastica si paga di più, con il vetro si paga di meno. È un ragionamento che è cominciato». È fiducioso quindi che i fondi si troveranno? «Sono convinto che ci sia la buona volontà per trovare quelle risorse — tre miliardi, appunto — che sono necessarie per far ripartire il mondo della scuola, dell’università e della ricerca». Basteranno tre miliardi al mondo dell’istruzione e della ricerca italiana? «Non è una richiesta fuori misura, anche così resteremmo sotto ai livelli di spesa di dieci anni fa».
 
Calenda: guai a fare patti su Roma. Raggi va cacciata e poi commissario
Carlo Calenda, che in tanti nel Pd. da poco suo ex partito, vedrebbero bene in Campidoglio per rimettere in moto la Capitale, per adesso dice di non essere interessato. Ma intanto – intervistato da Giovanna Vitale su Repubblica – critica l’appoggio offerto dal segretario del Pd Nicola Zingaretti alla sindaca di Roma Virginia Raggi, la quale a questo punto potrebbe pensare di ricandidarsi magari con l’appoggio del Nazareno. «Altro che secondo mandato, il peggior sindaco della storia di Roma dovrebbe dimettersi subito», dice Calenda. «Sostenere il contrario, come ha fatto Zingaretti, è molto grave. La scusa che deve restare sennò vince Salvini è assurda. Ormai in questo Paese non si può più fare un’elezione. Basta!». E invece la sindaca rilancia, onorevole. Oggi ha dichiarato che il dialogo col Pd è avviato, si fa strada l’allargamento della giunta ai dem. «È il timbro definitivo sulla grillizzazione del Pd. Guardiamo a quanto è successo sulla manovra: il Pd è totalmente schiacciato sulla linea dei 5S. Che si parli di reddito di cittadinanza, di quota 100, o del ministero istruzione: era una priorità e poi è stato dato a Fioramonti che parla solo di merendine. L’apertura a Raggi è l’abdicazione a svolgere un ruolo autonomo rispetto alll’M5S». Quindi Zingaretti ha sbagliato a dire che non deve dimettersi?«Lui, che da governatore del Lazio è stato con me al tavolo per Roma e ha visto la totale inconsistenza di Raggi, aveva il dovere di fare una cosa sola: invitare la sindaca ad andarsene subito e chiedere come ho fatto io di commissariare la città. Obbligando contestualmente il governo a varare un piano per dare poteri e risorse straordinari alla capitale. Condizione da porre per proseguire l’esecutivo nazionale. Avrebbe dimostrato di non essere subalterno a Di Maio».
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