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Il ruolo smarrito degli Usa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 14/10/2019

Il ruolo smarrito degli Usa Il ruolo smarrito degli Usa Angelo Panebianco, Corriere della Sera
Ricordate l’imperialismo americano, la «sporca guerra del Vietnam», yankee go home,e il resto del repertorio? Adesso gli americani stanno andando sul serio a casa. E, come si vede in Medio Oriente, è un patatrac. Così Angelo Panebianco in un editoriale sul Corriere della Sera. Donald Trump, con una telefonata, ha dato il via libera a Erdogan, alla sua agognata «soluzione finale» nei confronti dei curdi siriani, ossia di quelli che erano stati gli alleati principali degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico. Li ha ceduti (gratis) a uno che nemmeno lo ringrazierà. L’abbandono dei curdi è un disastro politico. Come la scelta americana di trattare con i talebani in Afghanistan. Nessun potenziale alleato degli occidentali, in qualunque area di crisi, potrà più fidarsi. È quella cruciale risorsa strategica che si chiama credibilità che è stata compromessa dalla politica di Trump. In un’epoca in cui la competizione per le sfere di influenza fra le grandi potenze è ricominciata con intensità in molte parti del mondo (Europa inclusa), un’America che si gioca la credibilità offre, nei vari scacchieri, un insperato vantaggio alle potenze autoritarie siano esse grandi (Russia, Cina) o medie (Turchia, Iran). L’invasione turca in corso dovrebbe fare riflettere su tre questioni: l’appartenenza della Turchia alla Nato, le sorti dell’Unione europea, la parabola dell’egemonia statunitense. Riguardo all’ultimo punto Panebianco si chiede se il  declino della potenza americana sia inevitabile. Ma ammesso –  e non concesso – che esso sia irreversibile, conclude, è certo che i tempi del processo possono essere accelerati o ritardati dalle scelte dell’Amministrazione. Trump, con la sua America first, sta accelerando il processo, ha picconato le istituzioni che hanno sorretto l’egemonia statunitense dal dopoguerra a oggi, ha minato la credibilità dell’America. A tutto vantaggio delle potenze autoritarie.
 
Claudio Tito, la Repubblica
Un governo pallido. Senza scelte. In politica economica come in politica estera. Avvolto costantemente nel velo autoassolutorio dell’antisalvinismo. L’impasto emergenziale che ha dato vita meno di due mesi fa alla nuova maggioranza – scrive Claudio Tito su Repubblica – sta già mostrando tutti i suoi limiti. L’estemporaneità di quella operazione politica sembra avere il fiato corto e scolorisce ogni decisione nel tentativo di nascondersi. L’indistinto è un rifugio per celare la propria natura improvvisata. Per non denunciare l’assenza di una visione progettuale. La Legge di Bilancio è così lo specchio del deficit che accompagna l’intesa tra M5S e Pd. Una manovra senza carattere. Senza un provvedimento che possa dare un nome e un cognome alla nuova stagione. La politica economica è il nucleo fondante di un esecutivo o di una coalizione. Eppure il confronto dentro la maggioranza è fatto di balbettii, di mezze frasi che alludono a mezze promesse e che poi diventano delle intere retromarce. I partiti sono preoccupati di difendere le rispettive bandiere più che di costruire una prospettiva. Si agitano dentro un quadro fatto di pallori. È evidente che le casse pubbliche del nostro Paese non consentano facili sciali. Sono i tempi che viviamo e tutti dovrebbero esserne consapevoli. Le difficoltà del momento, però, non possono impedire di provare almeno a imprimere un segno. Certo, bisognerebbe avere un disegno comune. L’unico elemento condiviso sembra invece la paura. La paura di non essere demagogici o di non assecondare gli istinti della propria base elettorale. Questa classe dirigente è presa dal terrore di aumentare l’Iva, dallo spavento di cancellare misure sbagliate come Quota 100, dallo smarrimento di fronte all’idea di sacrificare una cosa per farne un’altra. Magari più giusta o più utile. Litigano per raschiare coperture a favore di provvedimenti amorfi. E in extremis scoprono che i fondi provenienti dalla lotta all’evasione fiscale sono a dir poco evanescenti. La prossima Finanziaria in questo modo è senza titolo.
 
Massimiliano Panarari, La Stampa
Il film Joker sta spopolando nelle sale, e Beppe Grillo si presenta travestito come il personaggio del momento. Lo ha fatto – osserva Massimiliano Panarari sulla Stampa – nel video che ha introdotto la kermesse «Italia a 5 Stelle» di Napoli e, dal momento che il decennale del Movimento è una ricorrenza molto attenzionata da cittadini e media, non poteva non sfoggiare un’entrata drammaturgicamente a effetto. Le tensioni all’interno dei gruppi dirigenti sono tante, e trovate come queste vanno lette anche come «armi di distrazione di massa» per sviare la discussione dai punti dolenti. Grillo è un’incarnazione vivente, alla lettera, di ciò che si intende con politicaspettacolo. Grillo è entrato in politica trasferendovi innanzitutto il proprio bagaglio professionale. Quasi come fosse stato «scritturato» da Gianroberto Casaleggio per fare il buttadentro di consensi (e, quindi, di voti). E si convertì immediatamente nel leader carismatico del «non-partito» antipolitico che voleva rivoluzionare la vita pubblica italiana. Un carisma non esattamente nell’accezione weberiana, anche per la formula peculiare di governance (una diarchia tra lui e Casaleggio) del M5S. E in questo suo potere carismatico ha fatto incessantemente capolino l’altra anima: quella del trickster, del fool, del giullare antisistema. Insomma, visto con gli occhi dell’oggi, di Joker. Un dualismo interno che, forse, corrisponde ai temi del doppio e della «dissociazione», cari a molti attori. Joker-Grillo, conclude Panarari, è dunque l’ennesima conferma della vittoria assoluta dell’immaginario della cultura pop anche nel campo politico (quella che alcuni studiosi chiamano la transpolitica), poiché la riconoscibilità di massa dei prodotti dell’industria culturale mainstream vale come automatica garanzia di popolarità per chi associa a essi la propria immagine.
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