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E' l'innovazione che riduce l'inquinamento

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 11/10/2019

In edicola In edicola Alberto Mingardi, La Stampa
L’inquinamento non si riduce per decreto ma stimolando l’innovazione tecnologica. Lo scrive Alberto Mingardi sulla Stampa all’indomani dell’approvazione in consiglio dei ministri del decreto clima, uno dei pilastri del ‘Green new deal’ governativo. “Si tratta - scrive - di misure, per ora solo abbozzate, finalizzate a ridurre l'impronta ecologica del nostro sistema economico e raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione fissati a livello europeo per il 2030. Tali obiettivi sono ambiziosi, è probabile comportino un non disprezzabile aggravio dei costi del nostro sistema produttivo, ma non sono più negoziabili. Bisogna  dunque chiedersi se gli strumenti scelti per perseguirli siano adeguati e se si propongano di farlo nel modo meno oneroso. Per ora la sensazione è quella di uno sforzo più orientato alla comunicazione che al risultato. Il metodo scelto è quello, sempre gradito alla politica, di elargire piccoli incentivi. Su tutto, aleggia l’idea che per il governo l’attenzione all’ambiente coincida in realtà con l’imposizione di uno stile di vita: povero è bello. Non si spiega altrimenti l’attenzione a temi con forte carica simbolica, ma dall’impatto sull’inquinamento almeno discutibile. Per esempio, gli incentivi ai prodotti sfusi sono del tutto incomprensibili. Non è affatto detto che la mera riduzione degli imballaggi determini particolari benefici ambientali. Ancor più assurdo è legare gli incentivi alla rottamazione per i veicoli più vecchi alla spesa in abbonamenti di trasporto pubblico. Si tratta tra l'altro di una misura clamorosamente regressiva: il trasporto pubblico locale rappresenta una vera alternativa all’auto privata solo nelle aree metropolitane, dove mediamente i redditi sono più alti. In provincia, la faccenda è ben diversa. Meglio avrebbe fatto il governo a immaginare una sorta di «revisione dell’ordinamento fiscale», per accertarsi che il fisco, in modo non punitivo, accompagni il ricambio degli asset produttivi esistenti con altri più efficienti. Infatti, il vizio forse principale del decreto risiede nel pregiudizio che gli obiettivi ambientali possano essere raggiunti solo investendo risorse per tecnologie specifiche (che il governo sceglie, oggi, per domani e per noi tutti). L’esperienza ci insegna che a ridurre l’inquinamento sono state, sin qui, soprattutto crescita economica e innovazione tecnologica. È da ulteriori progressi, più che da una qualsiasi norma, che possiamo aspettarci quei cambiamenti che renderanno i nostri standard di vita «sostenibili» anche dal punto di vista del pianeta. Invece si preferisce adottare una logica punitiva nei confronti di determinati consumi, ipotizzando che abbia costo zero: per l’economia, e per la libertà delle persone di decidere come vivere. Non si capisce bene perché chi vuole prendere le sfide ambientali sul serio debba disinteressarsi della loro sostenibilità finanziaria per le casse pubbliche e private. È come se il fine (ambientale) giustificasse ogni mezzo”.  
 
Andrea Bonanni, la Repubblica
Su Repubblica, Andrea Bonanni parla del presidente turco Erdogan e delle sue mosse spregiudicate e ciniche contro i curdi, l’Ue e i migranti siriani rifugiati o che transitano dalla Turchia. “Ora - sottolinea - le dichiarazioni di Erdogan, che minaccia apertamente di 'mandare 3,6 milioni di profughi siriani' nella Ue se questa continuerà a criticare l’invasione della Siria, hanno chiarito senza ombra di dubbio i termini della partita, e anche la posta in palio. A questo punto i ministri degli esteri europei che si ritroveranno lunedì a Lussemburgo hanno davanti a quella che si definisce una 'alternativa del diavolo': una scelta tra due opzioni entrambe disastrose. La condanna della Turchia, già espressa da tutti in termini assai chiari, non lascia dubbi. Su questo punto, per una volta, l’Europa non è divisa. Ma il problema è come esprimere concretamente questa condanna. Gli europei possono abbozzare, come ha fatto Trump che ha ritirato i suoi soldati per non ostacolare il massacro dei curdi, firmando così l’ennesima sconfitta, politica, ma questa volta anche morale, della superpotenza americana dopo l’Afghanistan e l’Iraq. Oppure possono cercare di reagire e di far pagare a Erdogan un prezzo elevato per la sua prepotenza militare. In questo campo l’Europa, più ancora degli Usa, ha gli strumenti per fare davvero male al presidente turco, già alle prese con una crisi economica molto dura. Bruxelles può congelare il versamento dei tre miliardi di euro che ancora deve dare ad Ankara in base all’accordo del 2016 che pose fine al primo grande esodo di un milione di rifugiati siriani. Può dichiarare definitivamente archiviati i negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue, già di fatto in stallo per la deviazione antidemocratica del regime di Erdogan. Può rimettere in discussione gli accordi di libero scambio, che dal 2006 hanno alimentato il miracolo economico turco. I governi europei possono addirittura sollevare in sede Nato la questione dell’appartenenza della Turchia all’Alleanza atlantica. E di certo possono sostenere all’Onu le eventuali misure di ritorsione che venissero discusse contro Ankara. Erdogan è consapevole dei rischi che corre. E per questo si è preoccupato, mesi e settimane prima dell’attacco contro i curdi, di chiarire bene quale sarebbe il prezzo che gli europei dovrebbero pagare in caso di scontro frontale con il suo regime. Un prezzo altissimo. Nel 2016 si poteva cedere al ricatto di Erdogan per fermare il flusso dei rifugiati siriani, perché tutto quello che ci veniva chiesto erano soldi. Oggi il presidente turco pretende il nostro silenzio e la nostra acquiescenza di fronte ad un crimine internazionale. Forse a lui sfugge la differenza tra le due poste in gioco, come apparentemente sta sfuggendo all’America di Trump. Ma l’Europa non si può sbagliare: se adesso rimanesse inerte rinnegherebbe i valori su cui si è fondata. Nessun errore potrebbe essere più grave di questo”.
 
Antonio Polito, Corriere della Sera
Il Corriere della Sera, in controcorrente, dedica l’editoriale (affidato ad Antonio Polito) al tema della droga e ai colpevoli silenzi della società: “‘Se vado a piazza Navona e incontro un drogato che passa ciondolando con aria noiosa e vagamente sinistra, maledico la misteriosa circostanza che ha costretto, lui singolo, a fumare dell’hascisc invece di leggere un libro’. Pier Paolo Pasolini, non certo un intollerante nei confronti della differenza o del disagio giovanile, considerava la droga «una vera tragedia italiana», come nel titolo dell’articolo che pubblicò nel luglio del 1975 sul Corriere della Sera. Però tentava di capirne il perché, che si trattasse di un giovane borghese o di «un drogato in un bar di piazza dei Cinquecento o al Quarticciolo». ‘Per quanto riguarda la mia personale, e assai scarsa esperienza - scriveva - ciò che mi par di sapere intorno al fenomeno è il seguente fatto: la droga è sempre un surrogato. E precisamente un surrogato della cultura... la droga viene a riempire un vuoto causato appunto dal desiderio di morte e che è dunque un vuoto di cultura’. Non è arbitrario rileggere oggi uno dei più profetici interventi del grande scrittore, a più di quarant’anni di distanza. Molti esperti, alle prese con la forte recrudescenza del consumo e delle morti per droga, parlano infatti di un «ritorno agli anni 70», il periodo in cui l’eroina, irrompendo come un fenomeno di massa nella modernità, bruciò la vita e le menti di tanti ragazzi. orse la vera grande differenza tra ora e allora è che non c’è più un Pasolini, e per la verità non c’è quasi più nessuno, che si interroghi sul perché: se cioè si tratti solo di una questione privata, di chi si droga e delle loro famiglie; o se esista invece un qualche nesso tra la cultura del Paese e questa rinnovata emergenza, e dunque sia una questione pubblica, culturale e sociale, e perciò in definitiva politica. In verità qualcuno c’è: il capo della Polizia, per esempio. Segnalando qualche giorno fa a un convegno della Comunità di San Patrignano che negli ultimi anni è salito il numero di morti per overdose, è aumentato il consumo, e si è abbassata l’età. Non ci interessa qui riaprire il dibattito sulla liberalizzazione delle droghe cosiddette «leggere». È più importate segnalare il problema «culturale» che pone Gabrielli: e cioè che abbiamo accettato l’idea che una sostanza psicotropa possa essere assunta a scopo «ricreativo», come si dice oggi con un gentile eufemismo da movida. Che dunque la ricerca dello sballo, di una perdita più o meno temporanea della coscienza, non denunci un disagio, ma configuri soltanto uno stile di vita. E che ci si debba dunque limitare a ridurre gli eventuali danni collaterali. Oggi non ci sono scrittori engagé che seguano questa pista interpretativa. Interrogarsi sul tessuto di valori che regge la società è diventato fuori moda, un esercizio senza alcun senso per chi aderisce a una idea di libertà individuale che confina con il relativismo etico, e dunque non vi scorge il trionfo di quel consumismo che tanto preoccupava Pasolini. Per questo abbiamo smesso di combattere la battaglia contro la droga. Per questo «anche le famiglie non sono più in prima fila, come fu negli anni Settanta e Ottanta, e sembrano diventate parte del sistema consumistico», denuncia il presidente dell’Associazione dei genitori anti-droga. Per questo lo «spazio, o il vuoto» per la droga, diventa sempre più incolmabile”. 
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