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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 10/10/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Orlando: per la legge elettorale serve il modello spagnolo
«Per la legge elettorale il modello giusto è quello spagnolo». Ne è convinto Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, intervistato sul Corriere della Sera da Maria Teresa Meli. Avete votato il taglio dei parlamentari, ma un pezzo del Pd si è turato il naso. «Di per sé questo non è un passaggio storico né una sconfitta della politica. Del taglio dei parlamentari si parla da moltissimo tempo e in tutta Europa perché le assemblee furono concepite in anni in cui le distanze erano maggiori e, se si guarda l’Italia, bisogna ricordare che gli enti territoriali intermedi non c’erano ancora. A mio avviso non è stato risolto il problema della maggiore funzionalità del sistema, che si realizza solo andando oltre il bicameralismo perfetto». Il taglio rende più urgente la riforma elettorale. «Intanto mettiamo dei paletti oggettivi da cui partire. Primo, l’esigenza di evitare sbarramenti impliciti eccessivamente alti perché nelle piccole regioni il taglio dei parlamentari rischia di cancellare una parte troppo significativa del voto. La seconda questione riguarda il rischio che alcuni territori non siano rappresentati. Infine ci sono le indicazioni della Consulta: evitare premi di maggioranza irragionevoli e assicurare un rapporto tra eletti ed elettori. Se si parte da qui abbiamo già una griglia chiara». Quale legge risponde a questi requisiti? «Io ho una mia personale idea: il sistema che può garantire di più questi paletti, evitando al contempo un’eccessiva frammentazione della rappresentanza e introducendo una certa semplificazione, può essere il sistema spagnolo. Cioè un sistema di collegi con liste molto corte e senza recupero su base nazionale. Questo sistema premia le forze radicate in determinati territori e, a seconda di come vengono disegnati i collegi, assicura un diritto di tribuna a tutti. Contemporaneamente, però, questo sistema evita un quadro eccessivamente frammentato».
 
Muslem: il mondo rischia il ritorno dell’Isis
«Senza il sostegno dell’Europa e degli Stati Uniti c’è il rischio concreto che l’Isis si riorganizzi». Lo afferma Anwar Muslem, ex sindaco di Kobane, la città curda che per prima ha sconfitto l’Isis in Siria, intervistato su Repubblica da Gabriella Colarusso. Che notizie ha dal terreno? «I bombardamenti turchi stanno colpendo l’area tra Ras al Ain e Tal Abyad: civili che vivevano in pace ora hanno il terrore che le milizie estremiste che il governo turco ha fatto arrivare da Idlib e Afrin compiano massacri come è avvenuto ad Afrin». Le Sdf, le forze siriano arabo-curde, hanno in custodia migliaia di miliziani dell’Isis: riuscirete a tenerli sotto controllo? «In questo momento per noi la priorità è difendere il confine nord, ma abbiamo in custodia 12mila miliziani Isis, 2mila sono stranieri, e circa 70mila loro familiari. Siamo molto preoccupati di non riuscire più a contenerli e questo rappresenterebbe un pericolo enorme per la Siria e per il mondo intero». L’Isis si sta riorganizzando? «Al Baghdadi è ancora libero e questo fa credere che l’Isis possa riorganizzarsi. Le Sdf e le forze della coalizione compivano giornalmente operazioni di polizia per smantellare le cellule dormienti. Ora che siamo impegnati contro l’invasione turca non abbiamo più possibilità di compiere queste operazioni». Si sente tradito dagli americani? «E’ questo il premio per aver contribuito alla sicurezza internazionale, non soltanto alla nostra? Ci auguriamo un ripensamento degli Stati Uniti e dei loro alleati». Siete disposti anche a una alleanza con il governo di Assad? «La nostra priorità è difendere i nostri figli e le nostre figlie, tutte le opzioni sono aperte. Vogliamo una Siria unificata e democratica in uno Stato decentrato».
 
Rusconi: sorpreso dal nuovo razzismo in Germania
«Sono sorpreso, non mi sarei mai aspettato un atto così violento ed esplicito». Lo afferma Gian Enrico Rusconi, professore emerito di Scienze politiche all’Università di Torino e profondo conoscitore del mondo tedesco, intervistato sul Quotidiano Nazionale da Lorenzo Bianchi in merito all’attentato alla sinagoga di Halle. Per quali ragioni? «La grande preoccupazione della maggioranza e del governo è Alternative für Deutschland. L’accusa che viene rivolta ad Afd è di essere neonazista. Loro rispondono negando con molta decisione. Replicano definendosi democratici. Ora addirittura usano il termine bürgerlich, un’espressione che significa ‘civico’». Quindi il clima politico complessivo è ostile alla rinascita delle ombre del passato anche nella destra estrema? «Certo. Mi chiedo che cosa significhi questo ritorno di un razzismo così concentrato sugli ebrei». Il simbolismo è stato doppio: spari davanti a una sinagoga nelle festività dello Yom Kippur. «Appunto. Finora il razzismo normale, fra virgolette, cercava di evitare il versante degli ebrei. Faccio una divagazione. Quando Ursula von der Leyen era ministro della Difesa hanno trovato personaggi dell’esercito che avevano simpatie naziste. Anche in quei casi non era emerso nulla sugli ebrei. I neonazisti che durante la manifestazione contro gli immigrati a Chemnitz, nell’agosto dell’anno scorso, alzavano il braccio teso non ne volevano più sapere dell’Olocausto». Ma quale è l’humus sociale della nuova destra? «C’è una quota molto alta di lavoratori. L’episodio di ieri suona come una rivendicazione di un’esistenza aggressiva, per questo mi sorprende. L’esercito, però, aveva scoperto personaggi che avevano le svastiche nelle loro stanze». Erano militari di grado elevato? «No assolutamente. Se dovessi descrivere il fenomeno complessivamente, parlerei di un ritorno inatteso dal basso. La classe dirigente non sa come reagire. Più che attaccare Afd, ne ha paura».
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