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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 09/10/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto D'Incà: su taglio parlamentari possibili correttivi
«Sulla riduzione del numero dei parlamentari non escludo che si possano portare dei correttivi agendo in chiave di legge elettorale o effettuando delle modifiche poi». Lo afferma il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, intervistato sul Corriere della Sera da Emanuele Buzzi. Ministro, oggi state festeggiando, ma è una vittoria che rischiate di pagare caro: l’intesa con il Pd sta lacerando il gruppo parlamentare. «Trovo assolutamente giusto festeggiare questo risultato. Il gruppo del M5S è stato unito, la norma è stata votata da oltre 550 parlamentari». Il taglio non presenta un risparmio ingente. «Ho sempre detto che ci sono tre gradi per valutare questa legge. Anzitutto dà efficienza alla nostra democrazia con un numero ridotto di deputati e senatori, in secondo luogo permette di valorizzare di più il ruolo del parlamentare e solo come ultimo punto, ma non meno importante, permette una riduzione dei costi, un buon risparmio nel lungo periodo». Cosa pensa del fatto che il taglio possa creare uno squilibrio di rappresentanza favorendo alcune piccole regioni rispetto ad altre? «Le dico che abbiamo studiato attentamente il dossier e fatto le verifiche opportune. Ovviamente ciò non toglie che si possano portare dei correttivi agendo in chiave di legge elettorale o effettuando delle modifiche poi». A proposito di legge elettorale. Su che modello intendete lavorare? «Per il momento abbiamo firmato un documento con la maggioranza che ci impegna a fissare un iter, fare una proposta entro il 31 dicembre. Noi in passato abbiamo presentato un modello, il Toninellum, che era un proporzionale con piccoli collegi». Un maggioritario invece comporterebbe un asse con i dem anche alle Politiche: che prospettiva ha questa alleanza? «In un mese abbiamo tagliato i parlamentari e evitato l’aumento dell’Iva: mi pare si stia lavorando bene. Sono estremamente fiducioso, questo governo durerà fino a fine legislatura».
 
Pm Tartaglia: non possiamo rinunciare all’ergastolo ostativo
«A seguire alla lettera la decisione della Cedu si rischia di tornare a prima di Falcone». E’ l’allarme lanciato da Roberto Tartaglia, ex pm nel pool del processo trattativa Stato-mafia, oggi consulente della commissione Antimafia, intervistato su Repubblica da Liana Milella in merito alla decisione della Corte di Strasburgo sul cosiddetto ergastolo ostativo. Si può superare l’ergastolo ostativo? «Oggi non possiamo permetterci di rinunciare a quelle norme e di avviare un processo di sgretolamento del regime del “doppio binario”, cioè la disciplina differenziata per soggetti che, come gli affiliati mafiosi, appartengono a un circuito criminale che, sul piano sociologico, criminologico e culturale, è obiettivamente e innegabilmente differente da tutti gli altri contesti malavitosi». Eppure molti garantisti sostengono l’esatto contrario. «Invece è un dato innegabile che non dobbiamo assolutamente dimenticare, ricordandoci sempre le lapidarie parole di Giovanni Falcone, di fatto l’iniziatore del regime del doppio binario. Proprio lui, in un bellissimo articolo del 1989, non a caso intitolato “La mafia tra criminalità e cultura”, scriveva che “ritenere la mafia una pura organizzazione criminosa avente come unico scopo la ricerca di lucro è un enorme errore di prospettiva, che rischia di far impostare male le stesse strategie repressive”». A prendere alla lettera la Cedu si rischia di tornare a prima di Falcone? «Certamente. Perché non si può negare che questa disciplina “differenziata” per i mafiosi, soprattutto sul versante carcerario, ha contribuito a dare un grande sostegno allo strumento preziosissimo delle collaborazioni con la giustizia, senza il quale, piaccia o non piaccia, l’azione repressiva, e talora anche quella preventiva, in materia antimafia non potrebbe certamente essere più la stessa».
 
Guerini: avanti sugli F-35
«Rinnovare la nostra flotta aerea è un bisogno oggettivo e non rinviabile». Così il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, intervistato sul Corriere della Sera da Fiorenza Sarzanini, traccia la linea sull’impegno al rispetto dei patti sugli F-35 che il premier Conte aveva assicurato al segretario di Stato Usa Pompeo. Nella maggioranza ci sono pareri contrari, soprattutto all’interno del M5S. «E’ un dibattito che rispetto e a cui guardo con attenzione. Però io ho il compito di assumere decisioni che, nell’interesse nazionale, rispondano ad alcuni punti fermi. Ho la responsabilità di assicurare efficacia ed efficienza dello strumento militare con numeri, in termini di uomini e mezzi, che soddisfino l’esigenza operativa. E posso assicurare che la partecipazione dell’Italia al programma F-35 risponde a questi obiettivi ed è dettata da queste necessità». Quindi lei condivide le rassicurazioni fornite da Conte a Pompeo? «L’Italia è un Paese affidabile e credibile rispetto agli impegni internazionali presi in piena coerenza con il nostro sistema di alleanze. Partecipiamo alle missioni internazionali con uomini e donne che si distinguono per la loro capacità e professionalità e che voglio sempre ringraziare. Contribuire al programma F-35 è un segno tangibile della nostra affidabilità. Senza trascurare il ritorno anche in termini economici». In questi giorni di polemiche sul ruolo dei servizi segreti molti politici, primo fra tutti Renzi, hanno chiesto al premier di cedere la delega sui Servizi segreti. Lei come la pensa? «C’è una legge, la 124, che regola questa materia con precisione e puntualità. Specifica che al presidente del Consiglio è attribuita l’alta direzione e la responsabilità generale della politica dell’informazione per la sicurezza. E lui, “ove lo ritenga opportuno”, può delegare le funzioni. Non credo ci sia altro da aggiungere».
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