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Ora viene il difficile

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 09/10/2019

Ora viene il difficile Ora viene il difficile Massimo Franco, Corriere della Sera
“Portare i deputati da 635 a 400 e i senatori da 315 a 200 può placare temporaneamente i malumori verso un potere raffigurato come onnivoro. Ma non risolve il problema dei rapporti tra classe politica e «popolo»”. E’ il monito che Massimo Franco lancia dalle pagine del Corriere della Sera. “Senza l’introduzione di garanzie e contrappesi, a cominciare da un diverso sistema elettorale – spiega Franco -, un cambiamento in astratto lodevole potrebbe rivelarsi inutile e, alla fine, perfino controproducente. Da oggi, il problema sarà dunque di dimostrare che ne è valsa la pena. I promotori non possono accontentarsi di modificare la Costituzione, senza preoccuparsi di ricalibrarla. La Carta fondamentale è nata per offrire garanzie alle minoranze e per bilanciare con grande sapienza i poteri repubblicani, in modo da evitare prevaricazioni e squilibri. Modificare alcuni articoli senza preoccuparsi dei passi successivi significherebbe stravolgere con superficialità e miopia un testo che spesso si è rivelato un argine contro le spinte più controverse e discutibili. C’è dunque da riflettere sulla paternità e il senso della riforma. E chiedersi se sia figlia tardiva di un populismo in affanno che pensa così di battere un colpo presso il proprio elettorato; oppure se ne segni un’evoluzione positiva, promuovendo una presa di coscienza trasversale dell’esigenza di cambiare. Certo, bisogna chiedersi perché tagliare di un terzo i parlamentari sia diventato così facile. Dipende anche dalla perdita progressiva di ruolo e di identità del potere legislativo. Ma a questo punto, il problema è di riaccreditare e puntellare la democrazia parlamentare usando come base il risultato raggiunto. Evitare che diventi una tappa della sua ulteriore delegittimazione è il compito doveroso di chi l’ha voluta e di quanti l’hanno assecondata, per convinzione o per opportunismo”.
 
Flavia Perina, La Stampa
“Il taglio di un terzo dei seggi parlamentari è l’ultimo e più doloroso pedaggio pagato dalla politica italiana al tentativo di riabilitarsi e dismettere i panni della Casta”. Flavia Perina sulla Stampa boccia senza appello la legge che taglia drasticamente il numero dei parlamentari. “Da tre legislature le nostre classi dirigenti, di qualsiasi colore, sacrificano a questo titanico sforzo benefit e privilegi mai toccati in settant’anni di vita repubblicana, ansiosi di dimostrare la capacità di auto-emendarsi per fare fronte alla narrazione populista. Oggi questo percorso appare come un autentico, lunghissimo, atto di espiazione al quale nessuna coalizione di governo si è sottratta, nonostante sia ormai chiaro che questo tipo di misure non hanno inciso né sul tasso di moralità della politica, né sulla sua efficienza, né sulla fiducia del cittadino medio per i suoi rappresentanti. Ora questo viaggio penitenziale è arrivato al suo culmine. La decimazione del Parlamento è, al tempo stesso, il provvedimento più simbolico del movimento anti-Casta incarnato dal M5S e il più denso di incognite e rischi per gli equilibri costituzionali, quello che davvero può cambiare la natura della nostra politica. La resa quasi unanime alla sua approvazione non può essere collegato solo al calcolo cinico sulla durata della legislatura. C’è di più. Dietro alla rassegnazione con cui anche i più battaglieri si sono uniformati agli ordini di scuderia si intravede una resa di tipo culturale: quel Sì è il riconoscimento di un’egemonia giudicata invincibile, non contestabile, invulnerabile. Il discorso grillino che collega ai cosiddetti costi della politica ogni disastro italiano è ormai un tabù contro il quale è giudicato impossibile combattere”.
 
Massimo Giannini, Repubblica
Anche Massimo Giannini su Repubblica commenta il via libera al taglio dei parlamentari, ma lo fa criticando aspramente la strategia del Pd. Seppur “in una scenetta da b-movie, con forbicioni per tagliare finte poltrone in piazza Montecitorio, stavolta Di Maio ha tutto il diritto di esultare – sottolinea Giannini -. Di questa riforma costituzionale è il padre legittimo. I Cinque Stelle sognavano dai tempi di Gianroberto Casaleggio questa tappa intermedia verso il mitico regno di Gaia, finalmente dominato dalla dittatura della Rete e liberato dai vecchi legacci del parlamentarismo. L’hanno ingiunta alla Lega, nei quattordici mesi di governo giallo-verde. E adesso l’hanno imposta al Pd, come condizione irrinunciabile per la nascita del governo giallorosso. Dunque, si può anche ironizzare sulle solite farneticazioni demagogiche dei pentastellati, ma in questo colpo di scure sugli eletti del popolo c’è una coerenza. Ma per il Pd, invece? Cos’è questa riforma, per il Pd che vota un Sì oggi dopo aver votato tre volte No nei mesi scorsi? Di per sé non c’è nulla di scandaloso nel ridurre il numero dei parlamentari. Ma questa è una pseudo-riforma: senza un ridisegno complessivo del sistema costituzionale e istituzionale, resta una cambiale in bianco perché le altre norme di bilanciamento sono affidate a una dichiarazione d’intenti che vale come una bicchierata tra amici al bar. Sappiamo bene che questo Sì era implicito nel patto di governo sottoscritto da Zingaretti. Quindi c’è poco da piangere sul voto versato. Ma ora una riflessione va fatta: quanto si può e si deve sacrificare dei propri valori e dei propri programmi sull’altare del governismo? Mentre Conte fa il duro scimmiottando il Craxi di Sigonella, Di Maio fa il suo spot circense davanti alla Camera, Salvini cerca un altro Papeete e Renzi rispolvera un’altra Leopolda, Zingaretti balbetta su troppi temi e la sinistra arretra su troppi fronti”.
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