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La minaccia che ferisce l'Europa

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 08/10/2019

In edicola In edicola Franco Venturini, Corriere della Sera
L’annunciata (e paventata) invasione del nord della Siria da parte di Ankara con il conseguente pericolo per la minoranza curda della regione è una minaccia che ferisce l’Europa. Lo scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera: "Essere abbandonati o traditi, per i Curdi, è una tragica consuetudine. Ai loro bambini vengono insegnati sin da piccoli il rifiuto dello stato nazionale curdo da parte delle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, le delusioni del trattato di Sèvres, le stragi compiute da Saddam Hussein in Iraq senza che gli occidentali si opponessero più di tanto, la repressione in Iran, e più di tutto la dura, implacabile inimicizia della Turchia. Chi non ha uno Stato deve almeno salvaguardare la memoria. Ma questa volta, nella Siria in guerra da otto anni, i curdi e le loro milizie armate credevano di aver trovato un alleato troppo potente perché le loro aspirazioni andassero nuovamente in fumo. L’America non era forse il più grande dei grandi? E per sconfiggere i tagliagole dell’Isis, gli americani non avevano forse mandato avanti proprio i curdi siriani del Ypg, cugini del Pkk turco e per questo odiati dalla Turchia e dal suo presidente Erdogan? No, questa volta non era possibile che Donald Trump li abbandonasse dopo essersene servito e aver fatto loro pagare un alto prezzo di sangue. Ma ieri il portavoce curdo nella Siria nord- orientale ha dovuto ricredersi lanciando l’ennesimo grido di dolore: abbiamo ricevuto una «pugnalata nella schiena», ha detto, gli Stati Uniti ci avevano assicurato che non ci sarebbero state offensive turche contro di noi. E Trump chiamato in causa, si è lasciato andare a una riflessione illuminante: «È tempo che gli Stati Uniti si ritirino da queste ridicole e interminabili guerre, molte delle quali hanno origini tribali». Buono a sapersi, si saranno detti anche in Afghanistan. Così i curdi stanno per essere abbandonati un’altra volta, e i loro bambini avranno un altro capitolo di storia da memorizzare. Quando avverte e minaccia, Erdogan non è mai stato un campione di buone maniere. Ma questa volta si è superato, se si pensa che l’Europa, per i siriani che si sono fermati in Turchia o che lì sono stati fermati, versa ad Ankara sei miliardi di euro in base all’accordo del marzo 2016. Quanto vuole in più Erdogan? Conta davvero di ricattare gli europei, soprattutto la Germania, agitando lo spauracchio di uno tsunami migratorio che si abbatterebbe su di noi (an- che su di noi italiani, benché i migranti che raggiungono le nostre coste vengano prevalentemente dall’Africa) il tutto a dispetto delle cospicue somme già versate? E Trump, è al corrente del Piano B di Erdogan? Con la prospettiva ormai ravvicinata della «zona sicura» in Siria, e soprattutto con il cedimento di Trump, Erdogan si sente forte e si rivolge logicamente all’interlocutore più debole, l’Europa. Forse sarebbe il caso di fargli sapere che tutto ha un limite, soprattutto ora che l’economia turca ha molto bisogno dei Paesi europei per tentare una ripresa”.
 
Federico Geremicca, La Stampa
La riduzione del numero dei parlamentari si incrocia inevitabilmente con quella che, Federico Geremicca sulla Stampa, definisce “La palude della legge elettorale”. L’emiciclo in piedi, poche urla di protesta e molti applausi mentre i deputati - come nel più surreale fermo immagine di un film di Buñuel - approvano la legge che ne riduce il numero di un terzo e più. Come nella classica metafora dei tacchini che festeggiano l'arrivo del Natale, insomma, il luogo simbolo della politica nostrana paga - fingendo soddisfazione - l'ennesimo prezzo all'antipolitica dilagante. Ecco quello che, salvo giochi tattici o improbabili sorprese, accadrà oggi nell'aula di Montecitorio pronta a licenziare - a felice maggioranza - il provvedimento che riduce il numero dei membri di Camera e Senato. Applausi scroscianti ma si spera almeno imbarazzati, come quelli che accompagnarono il durissimo discorso tenuto da Napolitano all'atto della rielezione, nell'aprile del 2013: un impietoso j'accuse verso l'irresponsabilità e perfino l'inedia di deputati e senatori, incapaci di eleggere un nuovo Presidente. Il principale dei contrappesi dovrebbe essere una nuova legge elettorale, e qui il guaio rischia di diventare ancor maggiore. Le forze di maggioranza, infatti, sono d'accordo sul cancellare quella attuale, ma nulla dicono sul nuovo modello da adottare. Si ragiona, genericamente, sul ritorno ad un sistema proporzionale, ma l'ipotesi - al momento - spacca a metà il Pd, sembra non soddisfare Renzi, ha la netta opposizione di Salvini e non è gradita a parte dei Cinquestelle, che anzi si accingono - forse già nel voto di oggi - a portare proprio su questo terreno la loro contestazione alla leadership di Di Maio. In questo quadro - al di là del giudizio su un sistema elettorale abbandonato 25 anni fa - ipotizzare tempi rapidi e larghi accordi è un'illusione. Come finirà, non è facile da dire. Ma un po' di storia passata può aiutare. In questo Paese, infatti, è diventata moda fare leggi elettorali contro questo o quel partito. Il Porcellum fu voluto dal centrodestra (2005) per mutilare la prevista vittoria di Romano Prodi, mentre il Rosatellum fu varato dal centrosinistra nel 2017 per arginare l'avanzata dei Cinquestelle. Oggi si pensa al ritorno al proporzionale per tentare di depotenziare - ed è del tutto chiaro - la forza della Lega di Salvini. E gli effetti che queste leggi hanno avuto o avranno sulla tenuta del sistema e sulla sua  governabilità?  Questione  secondaria. O comunque irrilevante oggi, quando il problema è primum vivere, sopravvivendo alle minacce dell'antipolitica”.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
La legge per il taglio dei parlamentari ricorda molto l’immagine della “politica come spot”. Così Ezio Mauro che oggi firma l’editoriale di Repubblica. “Una riforma che è molto popolare è per forza di cose anche automaticamente giusta? In tempi di crisi della rappresentanza, con gli elettori che si sentono delusi e lontani dalle istituzioni e si rifugiano nell’astensione - dice Mauro - incrociare il sentimento prevalente nei cittadini è più che mai indispensabile per i partiti. Con due avvertenze, però: che quella singola decisione presa sull’onda degli umori popolari non indebolisca il sistema complessivo, ma al contrario ne migliori il funzionamento e l’efficacia; e che non siano le pulsioni del momento a decidere gli interventi da compiere — una riforma non è una lotteria — ma sia la politica a guidare, selezionare e garantire il processo di cambiamento, perché è solo la politica che ha la responsabilità di tutelare il libero gioco tra i poteri dello Stato, tenendo insieme tradizione e innovazione. A maggior ragione quando la riforma tocca la Costituzione. Oggi, con il taglio dei parlamentari, siamo esattamente davanti a una riforma che sceglie la popolarità e mette in secondo piano la responsabilità. Non c’è alcun dubbio, infatti, che il favore dei cittadini accompagni qualsiasi progetto di diminuzione del numero dei nostri rappresentanti, comunemente considerato troppo alto, anche in relazione ad altri Paesi. Ma nello stesso tempo è indubitabile che questa misura, da sola, altera il sistema senza preoccuparsi di ricomporlo, come se si potesse intervenire soltanto sulla quantità della presenza parlamentare senza tener conto della qualità di quella funzione fondamentale in qualsiasi sistema democratico. Intervenire sul solo aspetto numerico amputa il sistema, rendendolo monco, perché il taglio di un terzo dei parlamentari produce un disequilibrio che va al di là delle cifre. Infatti la legge elettorale oggi in vigore non ‘copre’ adeguatamente il nuovo meccanismo in cui si articola la rappresentanza, rischiando di lasciare scoperte alcune aree del Paese. Bisognerà dunque intervenire mettendo mano alla legge elettorale: e qui viene immediatamente alla luce la discussione tra i sostenitori del maggioritario e quelli del proporzionale, che divide maggioranza e opposizione, ma rischia di aprire una faglia anche all’interno della stessa maggioranza. C’è poi, soprattutto, un problema culturale, che è immediatamente politico. Pensare ad una riforma equilibrata capace di comporre un nuovo disegno del sistema parlamentare, intervenendo oltre che sul numero degli eletti anche su un bicameralismo troppo ‘perfetto’ e sulla legge elettorale, avrebbe consentito di recuperare efficienza alla democrazia, senza generare scompensi. Siamo così davanti ad un ‘taglio’ dei parlamentari voluto da un partito in stato di necessità populista, e votato da partiti che non credono in questo corto-circuito venduto come riforma. Ma siamo probabilmente all’alba di una stagione in cui la politica si riduce a spot, necessari a vecchi e nuovi partiti per dimostrare di essere vivi: in nome del popolo, naturalmente. E infatti la demagogia è proprio questo, l’adulazione del popolo, mentre lo si inganna”.
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