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Le tante ambizioni di un governo precario

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 07/10/2019

In edicola In edicola Stefano Folli, la Repubblica
Repubblica, con Stefano Folli, cerca di fare il punto sulle tante ambizioni di un governo precario. “Nessuno – scrive - può sapere con certezza se il Parlamento deciderà di amputarsi in modo definitivo di 345 deputati e senatori. Forse sì, nonostante i malumori diffusi, visto che il Pd e anche il partito di Renzi, dopo essersi sempre opposti al taglio, voteranno a favore, in omaggio alla ‘realpolitik’ che li ha condotti all’accordo di governo con i Cinque Stelle. Comunque sia, l’ultimo voto è il più a rischio: si cammina sul filo. Ma non solo per il contestato disegno di legge costituzionale, al quale non fa da corollario alcuna intesa sulle altre riforme indispensabili per dare un senso allo strappo. Ad esempio la sfiducia costruttiva, come propone Luciano Violante, oltre a una legge elettorale che non sia iniqua. Si procede lungo un sentiero stretto soprattutto perché i rapporti nella maggioranza sono rapidamente peggiorati. E negli ultimi giorni anche la posizione del presidente del Consiglio si è fatta instabile. Dipende dalla frenesia del Matteo Renzi pre-Leopolda, certo. Ma dipende allo stesso modo da eventi imponderabili che richiamano l’attenzione sul clima poco limpido in cui è maturato l’esecutivo Conte 2, con riflessi che oggi potrebbero minarne la navigazione. Si può riassumere così. Esiste un cerchio largo di interessi politici – dal Pd al premier in carica – che punta a frenare Renzi, la cui fama di destabilizzatore mai domo è ormai non scalfibile. Nella sua campagna mediatica incessante, il politico di Rignano tenta di distinguere tra le critiche alla politica economica e fiscale del governo (rivendicate) e la volontà di mettere in crisi Palazzo Chigi (smentita). È probabile che sia così, al di là delle apparenze, perché Renzi non può permettersi di correre il rischio di elezioni anticipate. Ma resta il fatto che l’astio tra lui e Conte ha ormai raggiunto e superato la soglia di sicurezza. Al punto in cui siamo, è poco verosimile che s’individui un punto di equilibrio in grado di coinvolgere e pacificare Renzi per i prossimi due o tre anni. Magari favorendo il suo ingresso nel governo in un ruolo adeguato. D’altra parte esiste un secondo cerchio in cui la vittima è proprio Conte, un uomo dall’ascesa fin troppo rapida. Prima ’l’avvocato del popolo’ ha fatto da cassa di compensazione tra partiti rivali, come Lega e 5S. Oggi, nel nuovo quadro, l’operazione gli riesce meno e la contesa con Renzi su Iva e cuneo fiscale lo dimostra. In tutto questo, ecco il cigno nero, l’evento imprevedibile. Non è usuale che un leader di maggioranza – sempre Renzi – chieda al premier di abbandonare la delega con cui controlla i servizi segreti. È un atto di solenne sfiducia aperto a ogni conseguenza”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa
Anche La Stampa dedica l’editoriale all’affaire 007 che coinvolge il premier Conte e lo affida alla penna di Marcello Sorgi. “Più che delle divisioni interne alla maggioranza sulla manovra d’autunno, e ancor più delle libere uscite di due dei suoi maggiori alleati - Di Maio e Renzi - che parlano senza concordare nulla prima con lui - sottolinea - il presidente del consiglio Giuseppe Conte da ieri deve preoccuparsi dello strano caso Trump-Barr-Russiagate-Servizi  italiani,  su  cui  con un’intervista alla Stampa il leader della neonata Italia Viva lo ha sollecitato a rispondere al più presto in Parlamento, presentandosi davanti al Comitato di controllo, il Copasir, e affrettandosi a nominare un sottosegretario  agli  stessi  servizi che li segua quotidianamente. La vicenda su cui dovrà rispondere è così complicata che, per quanto abile possa essere Conte, difficilmente riuscirà a dare risposte in grado di accontentare le legittime curiosità dei parlamentari. In breve, tra il 15 agosto e il 27 settembre di quest’anno, solo poche settimane fa, il premier autorizzò il capo del Dis, organismo di coordinamento dei Servizi segreti, Gennaro Vecchione,  ad  incontrare  a  Roma all’ambasciata Usa il ministro di giustizia americano William Barr, incaricato da Trump di far luce sul Russiagate che rischia di provocare il suo impeachment, e se possibile di dimostrare che si trattava di un complotto ai suoi danni. Ordito, nientemeno, da Renzi su ordine di Obama, e in Italia da un misterioso professore maltese, Joseph Mifsud, in realtà una spia che come mestiere di copertura insegnava all’università romana Link, fondata dall’ex-ministro dc Enzo Scotti, e dalla quale provengono alcuni ministri 5 stelle. ifsud,   nel frattempo, è sparito. Difficile che a distanza di tempo, e a sparizione avvenuta dell’indiziato numero uno, si riesca a saperne di più. Sentiremo Conte, che tuttavia, per autorizzare una mossa così delicata del capo del coordinamento dei servizi, non poteva scegliere momento più sbagliato di quello in cui era a cavallo tra la crisi del suo primo e la nascita del suo secondo governo. E comunque, avrebbe dovuto trovare modo di informare il Parlamento. Così che, prima ancora di vedere se il caso, che via via sta assumendo le consuete caratteristiche del mistero all’italiana, possa essere risolto nella prossima seduta del Copasir, se ne possono valutare le conseguenze politiche. Stavolta non è un ministro qualsiasi, ma direttamente il premier, a trovarsi al centro di una vicenda assai controversa, con possibili ripercussioni internazionali. Ad averla scaricata interamente sulle sue spalle è il suo nuovo (per nascita recente di Italia viva) alleato Matteo Renzi. Il quale, almeno da un punto di vista temporale, visto che ciò che sarebbe accaduto - se poi è effettivamente accaduto - risale al 2016, qualcosa da dire, in merito, potrebbe averlo. Invece, con l’abilità e la disinvoltura che tutti gli riconoscono, è riuscito a mettere in mezzo Conte e a presentarlo come partner poco affidabile agli occhi del presidente Usa".
 
Angelo Panebianco, Corriere della Sera
A chi giova davvero la riforma per il taglio del numero dei parlamentari? L’interrogativo è il tema dell’editoriale del Corriere della Sera firmato da Angelo Panebianco. “Entro due giorni - ricorda l’editorialista - la Camera, salvo incidenti, approverà in via definitiva la riduzione del numero dei parlamentari. Proprio in queste ore circola un appello di +Europa, il gruppo guidato da Emma Bonino, contro tale riforma. L’appello (sensatamente) dichiara inaccettabile una riduzione drastica del numero dei parlamentari che non sia «contestuale o successiva alle altre modifiche costituzionali riguardanti il ruolo e il funzionamento delle Camere». Quella misura, voluta dai 5 Stelle in nome di una ideologia antiparlamentare, verrà supinamente accettata, a quanto pare (a meno di ribellioni dell’ultimo minuto), dal Partito democratico allo scopo di preservare la stabilità del governo. Ciò è conseguenza della prevalenza numerica dei 5 Stelle, il partito di maggioranza relativa, ma anche della debolezza culturale del Pd. E, per la verità, non soltanto del Pd. Si è sempre detto (correttamente) che il favore o l’ostilità per l’una soluzione istituzionale o per l’altra non sono mai soltanto espressioni di differenti valutazioni «tecniche» relative alla efficacia o meno delle varie misure. Dietro le scelte costituzionali (parlamentarismo, presidenzialismo, eccetera) come dietro la preferenza per un sistema elettorale o l’altro (maggioritario, proporzionale, eccetera) compaiono per lo più differenti visioni e differenti tradizioni politico-culturali. In gioco ci sono idee difformi sul dover essere della politica, dei rapporti fra politica e società, eccetera. Di fronte a questo attacco, culturale, politico e istituzionale, alla democrazia parlamentare, gli altri, per lo più, balbettano o assumono posizioni poco credibili. Balbettano quando tentano di normalizzare la riforma dei 5 Stelle, costituzionalmente ineccepibile nelle forme, ma eversiva nelle aspirazioni. Oppure, se non balbettano, fanno proposte che sembrano solo strumentali, sconnesse da una qualsivoglia visione politica. La Lega si è oggi convertita improvvisamente al maggioritario dopo avere difeso per tutta la sua esistenza il sistema elettorale proporzionale e dopo avere detto «no» nel referendum del 2016 al superamento del bicameralismo paritetico, ossia a una riforma che sarebbe stata indispensabile per stabilizzare e rendere coesi governi eletti con il meccanismo maggioritario. Proprio perché le scelte istituzionali non sono mai solo scelte tecniche non solo Forza Italia (oggi è il caso più evidente) ma anche il Partito democratico si trovano nei guai. Nati entrambi nell’età del maggioritario, espressioni entrambi della democrazia maggioritaria allora in formazione, hanno cercato di indossare — anche loro inseguendo le convenienze del momento — il vestito proporzionale. Saranno probabilmente puniti. Il futuro sembra appartenere ad altri”. 
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