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Trichet: l'Italia deve riorganizzare la spesa pubblica

Carlo Marroni, Il Sole 24 Ore, 3 ottobre

Redazione InPi¨ 04/10/2019

Jean-Claude Trichet Jean-Claude Trichet «L’Italia deve riallocare la spesa pubblica su settori che portino crescita». E’ il suggerimento di Jean-Claude Trichet, ex presidente della Banca centrale europea, intervistato sul Sole 24 Ore da Carlo Marroni. Presidente Trichet, l’economia europea vive una fase di stagnazione. I fattori di rischio stanno aumentando? «Vi è un rallentamento dell’economia globale a causa di diversi fattori tra cui un mediocre progresso della produttività, una perdita di fiducia degli investitori e degli imprenditori, associati alla controversia commerciale e l’incertezza dei punti caldi geostrategici. In questo difficile contesto globale, l’economia europea sta crescendo più lentamente del previsto. Le ultime proiezioni sono per una crescita annuale quest’anno dell’1,1% e, l’anno prossimo, dell’1,2% circa. Penso che sia una situazione difficile, in particolare per i Paesi che stanno ancora lottando contro la disoccupazione. Ma, in questa fase, nessuno prevede una recessione in Europa nel suo insieme». La guerra dei dazi tra Usa e Cina e che coinvolge anche l’Europa sta mettendo a rischio il commercio mondiale. «Sì, davvero, la guerra commerciale - e il modo in cui è condotta dal Presidente Usa - è dannosa per l’Europa e in particolare per i Paesi europei che esportano manufatti e strumenti come l’Italia. Ma ciò che non è sufficientemente noto è che l’area dell’euro è due volte più aperta al commercio internazionale e due volte più integrata nella catena del valore globale rispetto agli Stati Uniti. Questo è il motivo per cui gli europei dovrebbero essere il più influenti e attivi possibile per svolgere il proprio ruolo a livello globale: devono farlo perché la loro posta in gioco è significativamente più elevata rispetto agli Stati Uniti e perché l’Ue è completamente attrezzata per negoziare con una voce». C’è poi la pericolosa variabile di un no-deal per Brexit. «E’ vero che una Brexit senza accordi si aggiungerebbe ai problemi dell’Europa e di quelli dell’economia globale. Per farla breve, le migliori stime “no-deal” della perdita di crescita per il Regno Unito in una prospettiva a medio termine si aggirerebbero tra il 7% e l’8% e per i 27 europei tra l’1% e l’1,5%. In entrambi i casi sarebbe molto costoso e particolarmente aberrante in una situazione che è già molto difficile. Oserei dire che la soluzione migliore ora sarebbe ancora “rimanere”, anche se capisco che molti europei sono stufi delle procrastinazioni britanniche». I governi si trovano di fronte a una necessità, quella di adottare politiche di bilancio che tendano a rafforzare la domanda aggregata. «Nell’attuale situazione di bassa crescita, bassa inflazione e già notevole accomodamento della politica monetaria da parte della Banca centrale, devono intervenire altre autorità e utilizzare altri strumenti. Il più delle volte viene menzionata solo la politica fiscale. Ma ci sono tre strumenti principali in cima alla politica monetaria: riforme strutturali, politica fiscale e formazione dei salari. Non dimentichiamo mai che sono necessarie riforme strutturali in tutti i Paesi senza eccezioni e che aumentando il potenziale di crescita delle loro economie, parteciperebbero efficacemente alla soluzione». Forse agendo anche sulle retribuzioni? «Nelle economie che sono in piena occupazione, ad esempio Paesi Bassi o Germania, e che hanno una posizione eccellente nella competitività dei costi, sottolineata da grandi eccedenze delle partite correnti, dovrebbe essere opportuno prevedere aumenti salariali e stipendi più elevati che aiuterebbero, entrambi, promuovendo la domanda e la crescita e contribuendo direttamente alla maggiore inflazione. Una tale mossa sarebbe appropriata per le economie senza disoccupazione, non in Italia o in Francia». E Paesi come l’Italia alle prese con una ricomposizione della spesa pubblica che dovrebbe essere a favore soprattutto di investimento in infrastrutture. «Sul piano fiscale, a mio avviso, l’Italia dovrebbe fare tutto il possibile per riallocare il più possibile le spese pubbliche da settori con impatto scarso o nullo sulla crescita a medio e lungo termine in settori che contribuirebbero ad aumentare il potenziale di crescita dell’Italia. Ma tale riallocazione non dovrebbe deteriorare la posizione complessiva del bilancio italiano e, di conseguenza, la qualità della “firma” dello Stato italiano. Se così fosse, vale a dire il deterioramento del merito creditizio dell’Italia, tutte le firme italiane, pubbliche e private, ne risentirebbero molto». E parlando sempre di Italia è chiaro come, dopo il cambio della maggioranza di governo, si sia ridotto il rischio politico e fiscale. Ma resta il macigno del debito pubblico. «Ancora una volta, penso che sia chiaramente nell’interesse dell’Italia ridurre il più possibile i premi di rischio alla sua firma. Non solo lo Stato ne sta beneficiando, ma anche tutta l’economia, sia privata che pubblica. I chiari segnali dati dal nuovo governo sono molto importanti in questo senso e sono stati ben accolti non solo in Europa, ma dalla comunità internazionale nel suo insieme». Vista la sua esperienza, è cambiata la percezione del tema storico dell’affidabilità dell’Italia? «Non ho mai pensato personalmente che il popolo italiano potesse essere tentato di uscire dall’Unione europea o dall’euro. Penso che gli eventi recenti abbiano sicuramente migliorato la percezione dell’affidabilità storica dell’Italia». Tra meno di un mese c’è il cambio alla presidenza della Bce con l’arrivo della sua connazionale Christine Lagarde, che ha già dichiarato di voler agire nel solco di Mario Draghi, che ha appena varato un nuovo pacchetto di interventi… «Alla guida del consiglio direttivo Mario ha svolto un lavoro straordinario. E c’è sempre continuità nella politica monetaria per una semplice ragione: tutte le decisioni sono prese da un collegio, sia che si tratti del consiglio di governo della Bce o del comitato di mercato aperto della Fed. Christine Lagarde presiederà lo stesso collegio di Draghi. I possibili cambiamenti delle politiche monetarie sono fondamentalmente guidati dai cambiamenti nella realtà economica, dai dati in Europa e nel contesto internazionale e da possibili nuovi shock». Interventi molto criticati dai tedeschi, tanto da portare a dimissioni di un membro del board Mi rammarico molto che stiamo vedendo, da molto tempo, divisioni pubbliche all’interno del consiglio direttivo. È assolutamente normale che esistano differenze di opinioni tra i membri. È il caso di tutte le banche centrali. La saggezza collegiale si basa su profonde discussioni tra diversi punti di vista. Ma all’inizio della Bce la dottrina era che quando una decisione veniva presa dal Consiglio direttivo, tutti i membri avrebbero parlato con una sola voce per rafforzare l’autorità della banca centrale e massimizzare l’efficacia della comunicazione. Purtroppo già ai miei tempi nel maggio 2010, quando, con i miei colleghi del Consiglio direttivo, ho dovuto prendere la decisione molto audace di acquistare sul mercato secondario i titoli di Grecia, Irlanda e Portogallo, un membro ha espresso pubblicamente il suo disaccordo e si è dimesso. Sfortunatamente non possiamo tornare ora alla regola del “parlare con una sola voce”, ma ciò che conta è la decisione del Consiglio con voto a maggioranza, presa dopo discussioni profonde e, possibilmente, feroci». Lei otto anni fa firmò la celebre lettera della Bce all’Italia, in cui erano contenuti gli interventi da adottare per evitare una catastrofe. Cosa è cambiato da allora? «Molte decisioni sono state prese dall’Italia da quando è stata firmata questa lettera. Abbiamo evitato una catastrofe totale nell’agosto 2011 e nei mesi successivi e da allora l’Italia potrebbe superare le maggiori difficoltà. E secondo la mia osservazione, le decisioni prese prima da Mario Monti, poi da Enrico Letta e Matteo Renzi stavano andando nella giusta direzione e spiegavano la resilienza dell’Italia in circostanze molto difficili. Resta ancora molto da fare: in particolare sono necessarie riforme strutturali per aumentare in modo molto significativo la produttività, favorire il potenziale di crescita e riportare l’Italia su una traiettoria di crescita significativa». Con la Francia il governo italiano ha ripreso un costruttivo dialogo dopo un periodo di forti contrasti. «Sono estremamente felice che Italia e Francia possano impegnarsi nuovamente in un dialogo molto costruttivo a vantaggio dei loro Paesi e delle loro economie, nonché a beneficio dell’Europa nel suo insieme. L’Italia era il padre dell’Europa fin dal primo giorno. Per intraprendere nuovi progressi, l’Europa ha bisogno dell’Italia a bordo con la sua capacità innovativa e la sua influenza. È chiaro che ora una condizione necessaria per avanzare in qualsiasi settore è che Italia, Germania e Francia siano d’accordo. È una condizione necessaria, ma non sufficiente di per sé, tenendo conto dell’attuale dimensione dell’Unione - 28 o 27 Paesi - e dell’area dell’euro - 19 Paesi. Italia, Francia e Germania devono mettere le loro energie e la loro amicizia al servizio di tutti gli altri europei per riuscire nelle possibili nuove iniziative necessarie. Rafforza la necessità di una solida cooperazione e amicizia tra Francia e Italia».
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