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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 04/10/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Gelmini: Fioramonti oltre la decenza. Renzi e Zingaretti dicano con chi stanno
Il tenore dei vecchi post del ministro Fioramonti sono oltre la decenza. Renzi e Zingaretti devono dire con chi stanno. Lo dice Mariastella Gelmini, capogruppo alla Camera di Forza Italia, che in passato aveva lavorato nello stesso ufficio ora occupato dal ministro grillino, intervistata da Pier Francesco Borgia per il Giornale. «Sono stata ministro dell’Istruzione e mi attengo alla regola di essere sobria e misurata, con il giusto garbo istituzionale, nel criticare l’operato di chi ha guidato il Miur». Anche in questo caso? «Sempre. Detto questo, però, mi sembra che il ministro Fioramonti abbia superato il limite della decenza». Si riferisce alle volgari dichiarazioni sessiste nei confronti della Santanché? «Non solo a quelle, che restano di una gravità senza pari. Fioramonti si è preso la deliberata libertà di offendere giornalisti, uomini politici e, ancora più inaccettabile per uno che ha da poche settimane giurato di onorare la Repubblica nel suo ruolo di ministro, le forza dell’ordine». Avete intenzione di presentare una mozione di sfiducia? «Non lo abbiamo mai fatto per un singolo ministro. E spero non ce ne sia bisogno. Noi bocciamo semmai l’intero esecutivo. Il caso di Fioramonti deve essere risolto dallo stesso premier. È Conte che deve gestire questa situazione e invitare il suo ministro a fare un passo indietro o quanto meno deve invitarlo a scusarsi pubblicamente». Crede che in questo caso i partiti della maggioranza che sostiene il Conte bis prenderanno una posizione critica nei confronti del ministro? «Fatico a pensare che Renzi o Zingaretti possano schierarsi al fianco del ministro Fioramonti. Né credo che le scuse possano essere sufficienti. D’altronde non c’è nulla da chiarire. Al- meno non da parte del ministro. Semmai sono i partiti di maggioranza che devono chiarire se stanno dalla parte della violenza verbale o se stanno al fianco delle istituzioni».
 
Basso: Due anni fa ho investito, ora si muova la politica
«Se la logica è quella della ripartizione, non si va molto lontano. Con l’idea di accontentare tutti alla fine il governo deluderà tutti. Paghiamo scotto per la guerra dei dazi e
per la demonizzazione eccessiva dei motori diesel che, in realtà, inquinano meno di quanto si pensi. Aggiungendo gli effetti della frenata economica tedesca, prevediamo
di chiudere quest’anno con il fatturato in calo del 10%. Ecco perché, come tante altre imprese, ci attendiamo certezze dal governo». Lo afferma Maurizio Basso guida  la  Cebi Motors, azienda padovana che occupa 400 persone e che produce ogni anno più di venti milioni di motori elettrici per la regolazione dei sedili e degli alzacristalli delle auto di alta gamma, intervistato da Marco Patucchi per la Repubblica. Sta dicendo che i primi passi del nuovo esecutivo non la tranquillizzano? «Guardi, quasi ogni giorno i clienti tedeschi mi chiedono come penso di competere con gli altri fornitori, dovendo affrontare il costo del lavoro che c’è in Italia. Infatti il rischio è che nel giro di qualche tempo non reggeremo più la concorrenza». Ma uno dei punti certi della manovra governativa è proprio l’abbattimento del cuneo fiscale. «D’accordo, la misura va nella giusta direzione anche se la affiancherei con la decontribuzione e la detassazione dei contratti di secondo livello. Ma non bastano interventi mordi e fuggi. Forse non ci si rende ancora conto che la manifattura metalmeccanica italiana è crollata del 25% nell’ultimo decennio: serve un disegno di politica industriale chiaro e di lungo periodo perché la manifattura è il volano dell’intera economia». Nei programmi dell’esecutivo c’è la conferma degli incentivi di industria 4.0. «Non sottovaluto l’importanza di questa misura. Anzi, le dico che due anni fa proprio grazie alle politiche attive che comprendevano incentivi di industria 4.0 e sgravi sulle stabilizzazioni, abbiamo aperto un nuovo stabilimento a Varese e stabilizzato 60 lavoratori. Ma ora il quadro è di nuovo incerto e davanti all’incertezza un’impresa non investe». Gli industriali, però, continuano a chiedere come se il governo non avesse il problema delle risorse per le coperture. La crisi economica c’è per tutti, non crede? «La coperta è corta, lo so benissimo. Ma serve più coraggio, con una politica attiva che vada oltre l’innovazione di industria 4.0: il lavoro sta cambiando radicalmente, quindi si incentivi la digitalizzazione e la formazione nelle imprese, e si prevedano sgravi sull’assunzione dei giovani. Il futuro del Paese sono loro, ma non sembra chiaro a tutti».
 
Colau: Per il clima occorre ripartire dalle città
Sono le città a dover essere in prima fila nella lotta all’emergenza climatica. Lo afferma il sindaco di Barcellona, Ada Colau, intervistata da Alessandro Oppes la Repubblica. L’emergenza del momento è quella climatica. A New York, una settimana fa, al vertice Onu lei ha rivendicato il ruolo delle città. Che cosa possono fare le metropoli di fronte a questa sfida? «Le città sono responsabili del 70% delle emissioni che provocano la contaminazione. Essendo parte del problema, devono contribuire alla soluzione. C’è in gioco la salute dei cittadini, e come amministrazioni non possiamo ignorarla. Dobbiamo agire subito, con le risorse di cui disponiamo, con creatività». Quali sono le iniziative che avete preso a Barcellona? «Cerchiamo di cambiare il modello di mobilità. Oltre a dare la priorità al trasporto pubblico e la bicicletta e pedonalizzare, cioè guadagnare spazio pubblico per i pedoni in rapporto alle auto, vogliamo costruire una città più verde, più sana, più sicura. Uno dei progetti più importanti è quello delle ‘superilles’, i maxi-isolati, per limitare la presenza di auto e liberare spazio perché la gente possa passeggiare. Però ci sono anche misure, come la Zba, la zona de bajas emisiones: le auto più contaminanti non potranno circolare dal lunedì al venerdì in orario di lavoro». Barcellona ha avuto in Europa un riconoscimento per la sua politica abitativa sostenibile, per il piano contro la speculazione immobiliare. Qual è il vostro progetto? «Veniamo da una situazione molto grave, provocata da decenni di speculazione incentivata dallo Stato. La Spagna è uno dei Paesi europei con l’indice più basso di case popolari: l’1%. Abbiamo perciò messo a disposizione risorse per realizzare nuove case popolari, un progetto che però richiede tra i 4 e i 6 anni. Così stiamo lanciando altre iniziative. Le case  modulari, che si fanno riciclando vecchi  container,soluzioni temporanee per gente giovane o persone in una situazione di esclusione sociale. E stiamo intervenendo nel mercato privato».
 
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