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La sentenza non istiga al suicidio

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 27/09/2019

La sentenza non istiga al suicidio La sentenza non istiga al suicidio Vladimiro Zagrebelsky, La Stampa
“Il rigore manifestato dalla Consulta rende incomprensibili alcuni primi commenti sull’incombente suicidio di Stato e sulla cultura della morte che starebbe per prevalere”. Così Vladimiro Zagrebelsky commenta sulla Stampa la sentenza della Consulta sul suicidio assistito. “La Corte – spiega Zagrebelsky - ha definito situazioni gravissime e limitate. Ha anche cercato tra le leggi già vigenti quelle pertinenti, per definire le modalità ammissibili per l’aiuto dato al suicida. La Corte ha stabilito che tutto debba svolgersi nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale rendendo priva di fondamento la previsione di chi denunzia l’imminente apertura in Italia di cliniche della morte. Ciò detto, vanno segnalate alcune difficoltà. E’ probabile che con questa sentenza i giudici che avevano sollevato le questioni di costituzionalità possano definire senza troppe difficoltà i processi pendenti davanti a loro. Ma la legislazione che deriva ora dalla sentenza si applicherà naturalmente anche ai casi futuri. Ed è per quelli che i problemi sono seri. Perché prima dell’intervento dei giudici, caso per caso, saranno i medici del Ssn a doversi confrontare con richieste di aiuto al suicidio. Da un lato dovranno assicurare l’attuazione di quanto la Corte ha deciso, ma dall’altro avranno come guida norme generiche, non definite in funzione di questa specifica finalità, in un quadro di incertezza. E’ quindi ben comprensibile che la Corte abbia dichiarato indispensabile l’intervento legislativo. Al Parlamento si chiede ora di provvedere rapidamente, con leale osservanza dei principi costituzionali enunciati dalla Corte. E così si arriva al tema finale. Se, come è chiaro, la soluzione adottata dalla Consulta è al tempo stesso obbligata, ma anche insufficiente, ancora una volta la colpa è del Parlamento, dei parlamentari, dei partiti politici, che non hanno adempiuto al loro dovere”.
 
Ezio Mauro, Repubblica
Anche Ezio Mauro su Repubblica firma un editoriale su quanto stabilito dalla Consulta in materia di suicidio assistito. “Può sembrare un diritto contro-natura, questa potestà di decidere la propria morte, dopo che la storia dell’umanità racconta continuamente “lo sforzo di molti per affermare i diritti di ciascuno” al benessere: diritti umani prima (dell’uomo in quanto uomo), civili e di libertà poi, quindi politici e infine sociali. In realtà è un’estensione della soggettività del cittadino, giunta fino a quel territorio estremo tra la vita e la morte che cessa di essere zona di nessuno proprio perché trova un titolare di diritti. Poiché la società è un insieme vitale, e non uno schema ideologico, l’area dei diritti non è definita per sempre, così come il loro censimento. Per questo il ritardo della politica in questo campo – sottolineato dalla Consulta – è particolarmente drammatico, perché la taglia fuori dal divenire della società, dall’articolazione dei nuovi soggetti, dai bisogni emergenti: il più evidente è la tutela ambientale, che oggi i ragazzi del global strike portano in piazza come un diritto della terza generazione. Il più necessario è lo ius soli, che è anche il più ideologizzato da chi lo combatte. Il più clamoroso è proprio il diritto alla fine, che il Parlamento a questo punto dovrà affrontare per forza, e al più presto. Nel gioco della libertà di tutti i soggetti in campo, questo diritto alla fine appena nato può incontrare sul suo cammino l’ostacolo di un altro diritto, quello all’obiezione di coscienza del medico. Due diritti scaturiti da un moto autonomo della morale personale s’intersecano e confliggono, entrambi legittimi perché nascono da una libera valutazione della realtà, alla luce dei propri valori di riferimento”.
 
Gian Antonio Stella, Corriere della Sera
Buttato giù il «loro» governo tra fulmini e saette, Matteo Salvini e Luigi Di Maio son tornati a battere lo stesso tasto: entrambi vorrebbero introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari. Lo fa notare sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella, il quale precisa che “il mandato imperativo opposto al libero mandato è previsto solo in Portogallo, Panama, Bangladesh e India. Non tutti, diciamo, Paesi di punta delle democrazie avanzate… E la scelta dei padri costituenti di evitare questo legaccio tutto fu meno che un capriccio di amanti dell’instabilità. Quale fu, poi, il mandato da rispettare consegnato ai propri eletti dai rispettivi elettori alle ultime politiche del 4 marzo del 2018? – chiede Stella -. Sia Lega sia M5s negarono ogni possibilità di accordo. Ma poi, col «contratto di governo» ciascuno violò il mandato ricevuto dai propri elettori. Lo imponeva lo stallo politico? Può darsi... Ma se ci fosse stato il vincolo oggi invocato, l’esecutivo giallo-verde non sarebbe mai nato. A meno che, si capisce, questo magico vincolo fideistico non fosse legato al partito. O direttamente al suo segretario. Detto questo, le scelte legate a questioni di principio non ci sono più. O sono sempre più rare. Ed è vero che da anni il Parlamento pare assomigliare, nei momenti più gravi, al mercato delle vacche. Ma il nodo è che un po’ tutti i partiti, di destra e di sinistra, di ieri e di oggi, si sono regolati sul tema in base alla propria convenienza in quel dato momento. E se Salvini è furente per l’abbandono in favore della neonata Italia Viva della senatrice Conzatti, peraltro eletta nelle file berlusconiane e dunque possibile alleata domani ma ostile all’ex governo per metà salviniano, Di Maio è non meno furibondo per l’addio di Silvia Vono, forse costretta a versare una penale al M5S una penale di centomila euro e già piddina e dipietrista prima di farsi grillina. Un «tradimento» a testa. Il tutto mentre Matteo Renzi, benedetto dalle new entry, gongola”.
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