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Un braccio di ferro globale

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 26/09/2019

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della sera
"Un clamoroso braccio di ferro globale è in corso tra vecchi parlamenti e nuovi aspiranti autocrati”. Antonio Polito sul Corriere della Sera esamina l'evoluzione politica che sta caratterizzando alcuni tra i più importanti paesi del mondo: “Prendiamo a prestito un termine che proviene dalla storia della Russia imperiale, e forse è esagerato se applicato a uomini politici democraticamente eletti e pienamente legittimati. Ma la metafora è utile a spiegare la portata dello scontro in atto: da un lato leader che intendono far derivare il loro potere da se stessi, dal proprio rapporto diretto con il popolo; dall’altra parlamenti che li ritengono invece sottoposti alla supremazia della legge, che si esprime attraverso i rappresentanti del popolo. Ed è una battaglia inevitabilmente ambigua: in fin dei conti l’etimologia dei due termini in conflitto, «democrazia» e «populismo», è la stessa, poiché «demos» in greco equivale a «populus» in latino. I casi Johnson e Trump sono emblematici, e simili. Saremmo tentati di mettere nel mazzo anche il conflitto che ha opposto di recente in Italia Matteo Salvini al Parlamento che lui voleva sciogliere, e che per resistergli non ha esitato a capovolgere le maggioranze e ad affidarsi alla second life di Giuseppe Conte. Stiamo assistendo dunque a una sorta di redde rationem della politica democratica. Trump, Johnson, Salvini, Orbán, Bolsonaro, non sono, come spesso si dice, il passato che torna, ma piuttosto un tentativo di risposta moderna, per quanto talvolta inquietante, alla crisi della democrazia rappresentativa. È la debolezza dei parlamenti, lo scarso consenso di cui godo- no i partiti che tradizionalmente li animano, la difficoltà di mantenere la promessa della prosperità, ad aver evocato dalle viscere della società del Terzo Millennio gli spiriti dell’autocrazia, dell’uomo forte che non deve chiedere mai, del rifiuto del compro messo democratico, l’illusione del decisionismo incurante di lacci e lacciuoli, di regole e interdipendenze, che spinge il presidente del Brasile a dire in faccia al mondo: «La foresta amazzonica non è un patrimonio dell’umanità, è nostra». Per questo gli aspiranti autocrati hanno ancora il vento in poppa, e non è affatto detto che non escano vittoriosi dallo scontro con i parlamenti. Il loro appello al popolo funziona, il loro messaggio è semplice, la loro agenda concreta. Non sempre i leader democratici dimostrano di avere la forza e il coraggio di presentare una risposta alternativa e credibile alla crisi, capace di conquistare i cuori, le menti, e i portafogli dell’elettorato. E però le sorti del conflitto tra vecchie democrazie e nuove democrature sono nelle mani dei cittadini. L’unica cosa di cui possiamo essere certi, infatti, è che, per esistere, la democrazia ha bisogno dei democratici”.
 
Luigi Manconi, la Repubblica
Sulla Repubblica, Luigi Manconi commenta la sentenza della Consulta sul suicidio assistito e plaude a quello che, scrive, viene riconosciuto come il giusto connubio tra il “diritto e la misericordia”. “La Corte costituzionale  - sottolinea - ha fatto ricorso a quel «supplemento di saggezza» che papa Francesco (nel novembre 2017) aveva raccomandato come virtù indispensabile per trattare con la necessaria delicatezza le complesse problematiche relative al “fine vita”. Nessun tentativo, come si dirà, di «annettere il Papa»Bensì la consapevolezza, che dovrebbe essere di tutti, della necessità di un approccio che sappia combinare tutela dei principi e senso di umanità, le differenti opzioni presenti nella società e la virtù, non solo cristiana, della misericordia. La Consulta ha affrontato la questione con le argomentazioni e i termini che le sono propri. Ma nella sentenza non si coglie solo la più fondata e lungimirante interpretazione del dettato costituzionale, alla luce delle grandi trasformazioni avvenute nelle scienze e nella sensibilità collettiva. Si intuisce anche l’elemento ‘umano troppo umano’ suggerito dalla coscienza della fragilità del corpo, provato dalle patologie, e della crisi di senso indotta nell’individuo dalla prossimità della morte. Nella decisione della Corte Costituzionale niente di quanto paventato da taluni ambienti cattolici: nessun ‘via libera all’eutanasia’ e nemmeno quel ‘piano inclinato che, secondo i critici apocalittici, porterebbe a una società necrofila, dove la vita umana sarebbe considerata secondo parametri solo economicistici (parole del presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinal Bassetti). All’opposto, la Consulta precisa che il suo intervento nasce, tra l’altro, dalla necessità «di evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili». E, di conseguenza, ha ribadito quanto già anticipato, precisando le rigorose condizioni che consentono di ritenere «non punibile» chi assista il paziente che abbia maturato «autonomamente e liberamente» il proposito di togliersi la vita. Ovvero «una patologia irreversibile» che sia causa di «sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili per il malato»; in grado di sopravvivere solo attraverso «trattamenti di sostegno vitale», ma capace comunque di «prendere decisioni libere e consapevoli». Con ciò la Corte costituzionale ha realizzato un’operazione di verità e di affermazione del senso profondo e autentico del diritto, dichiarando l’incostituzionalità dell’equiparazione (voluta dal codice Rocco del 1930) di due fattispecie penali diverse, quali l’istigazione al suicidio e l’aiuto alla sua attuazione. La Consulta segnala, inoltre, che le condizioni indicate sono «desunte da norme già presenti nell’ordinamento»: quelle relative al consenso informato, alle cure palliative e alla sedazione profonda continua (queste ultime due tra le più intelligenti riforme prodotte dai governi di centrosinistra). Altra questione fondamentale: si dichiara l’urgenza di un «indispensabile intervento del legislatore» che consenta la verifica sia delle condizioni richieste sia delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del Sistema sanitario nazionale. Il che significa che il Parlamento non potrà più sottrarsi, per pusillanimità o per opportunismo, ricorrendo all’orribile formula di “questioni eticamente sensibili” o celandosi dietro “valori non negoziabili”, al compito più alto e ineludibile della politica. Comporre, cioè, valori in apparenza non conciliabili, trovando l’intesa intorno a regole essenziali che non mortifichino i principi di alcuna delle componenti della società”.
 
Luigi La Spina, La Stampa
Il pronunciamento della Corte costituzionale sul suicidio assistito è il tema dell’editoriale anche della Stampa, affidato a Luigi La Spina che stigmatizza come in questo campo “lo Stato sfugga ai suoi doveri”: Non è bastato un anno. Un anno troppo lungo per chi è costretto a sopportare un simulacro d’esistenza che, della vita, ha solo la pretesa di chiamarsi tale, senza assicurarne nemmeno un carattere che le attribuisca significato. Eppure, troppo breve perché la nostra politica trovi il tempo per assumersi la responsabilità di una decisione, perché sulle grandi questioni etiche non ha più neanche il coraggio di dividersi e di sfidarsi in una battaglia ideale. E’ toccato così alla Corte costituzionale emettere una sentenza che sostanzialmente conferma l’orientamento già espresso nel 2018, escludendo la punibilità di chi assiste al suicidio solo nel caso in cui si verifichino precise condizioni, paletti insuperabili su una strada comunque difficile e che, giustamente, sarà valutata percorribile solo caso per caso, in un giudizio, sempre sofferto, del magistrato. Condizioni che, rispetto alla precedente sentenza, sono state ulteriormente rafforzate, segno della consapevolezza di una scelta che deve essere attentamente verificata e che, forse, sono frutto della ricerca di un compromesso fra le diverse sensibilità dei componenti della Corte. Una decisione che, comunque, si può definire, sia pure un po’ retoricamente, davvero “storica”, perché ha il merito di non condannare, sulla base di una legge degli anni ’30 che non corrisponde più, sia ai compiti di uno Stato fondato su principi liberali e non confessionali, sia alle moderne conoscenze mediche, chi aiuta un malato a sottrarsi a una condanna che offende la sua dignità umana. L’assenza di una qualsiasi risposta del Parlamento all’invito della Corte costituzionale a legiferare su tale problema, peraltro significativamente reiterato nella sentenza emessa ieri sera, testimonia, con amara evidenza, la condizione di profonda debolezza e di scarsa credibilità dell’attuale politica italiana. Si era esultato, nei decenni scorsi, per l’abbandono di quelle ideologie che parevano insopportabili catene di ferree obbedienze a principi ormai obsoleti. Ma oggi dobbiamo constatare come quella pseudo liberazione abbia sostituito alle identità, personali e di partito, una tale mutevolezza delle posizioni, una tale incoerenza delle idee, una tale frammentazione degli schieramenti da togliere ai cittadini il valore e il significato di un impegno civile e politico. Ora, su una questione che tocca nel profondo la sensibilità di ogni persona, la politica si è sottratta ai suoi fondamentali compiti, con il risultato che, tranne pochi gruppi di pressione, la gran parte degli italiani non ha esercitato sul Parlamento una pressione tale da costringerlo a rispondere alla Corte. Ma uno Stato non può vivere di supplenze, se chi ha la titolarità del potere, in una democrazia, preferisce abdicare alle responsabilità più gravi e delicate per la vita dei propri cittadini”.
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