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Decisioni (poche) alibi tanti

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 24/09/2019

Decisioni (poche) alibi tanti Decisioni (poche) alibi tanti Massimo Gaggi, Corriere della Sera
Ancora una volta le decisioni sul clima sono improntate alla cautela e condite di alibi. Massimo Gaggi sul Corriere della Sera commenta così il Climate summit di New York che ha visto protagonista Greta Thunberg. “Troppo poco, troppo tardi. Sono in tanti - scrive - a pensare che tanti sforzi — proteste planetarie, conferenze Onu, impegni dei governi — serviranno a poco. Gli obiettivi del Patto di Parigi di 4 anni fa — contenere l’aumento delle temperature entro 1,5-2 gradi — non verranno rispettati: la Terra si è già scaldata mediamente di 1,1 gradi. Le emissioni di CO2 continueranno a crescere fino al 2030, portando il riscaldamento, da qui al 2100, a 3-3,4 gradi. Un mondo invivibile secondo gli scienziati. I ritardi sono, in effetti, enormi, le promesse dei governi sono rimaste spesso lettera morta e quello di invertire la rotta è un compito titanico: per riuscirci servirebbero rivoluzioni — dalla rinuncia totale alle carni bovine al drastico taglio dei voli — che avrebbero pesanti conseguenze su turismo, agricoltura, commerci, migrazioni. Molti di noi non sono disposti ad accettarle. Ma il Climate Summit di ieri, se non una vera svolta, è stato di certo un momento di discontinuità. Il «come osate?» di Greta Thunberg può anche essere giudicato un grido velleitario e António Guterres, il segretario generale Onu che ha voluto il vertice e sferza i Paesi inadempienti, non ha poteri operativi. E tuttavia la pressione crescente dei giovani di tutto il mondo, i vincoli di Parigi che cominciano a diventare stringenti, i primi impegni dei governi e delle grandi imprese, dicono che qualcosa stavolta sta cambiando davvero. Cambia l’atteggiamento dei politici, esposti alla rabbia popolare e ormai consapevoli dell’enorme costo sociale di mutamenti climatici che producono desertificazioni e inondazioni. Cambia quello delle imprese: fino a ieri consideravano la tutela dell’ambiente un’iniziativa filantropica, pura beneficenza, mentre ora si rendono conto non solo che quelle della protezione dell’ecosistema e della transizione energetica verso fonti alternative sono grandi opportunità di business, ma anche che l’inazione porta a collassi delle comunità e, quindi, dei mercati. Cresce, forse un po’ a macchia di leopardo, anche la nostra consapevolezza individuale: se un tempo pensavamo che tutto dipendesse dai governi, ora ci stiamo abituando all’idea che ognuno di noi può fare qualcosa per contenere i consumi più nocivi per l’ambiente o per contribuire a varie forme di smaltimento e riciclaggio. Difficile dire quanto saranno efficaci i nuovi piani d’intervento dei governi e valutare il peso del patchwork di misure per l’ambiente varate da grandi multinazionali come Ikea, Unilever, Danone o giganti del software e della farmaceutica come Salesforce e AstraZeneca. Per non parlare delle conseguenze negative involontarie di certe iniziative (il caso, anni fa, degli elevati costi ambientali per la produzione di combustibili vegetali) o delle contraddizioni che possono facilmente emergere in situazioni così complesse, a partire dall’osservazione più banale: l’enorme quantità di anidride carbonica emessa dagli aerei che portano in giro per il mondo i profeti della decarbonizzazione”.
 
Gianni Riotta, La Stampa
Ambiente significa crescita. Quando la consapevolezza di questo paradigma sarà patrimonio comune l’umanità avrà compiuto un bel passo in avanti. Gianni Riotta sulla Stampa parla del summit sul clima di New York e ricorda che occorre crescere difendendo l’ambiente: “Sapevate che la Cina ha usato ogni tre anni, dal 2003, più cemento di quanto gli Stati Uniti non abbiano impastato nell’intero XX secolo? E che se mettessimo  sui piatti di una gigantesca bilancia da una parte tutti gli esseri umani di oggi, 24 settembre 2019, con  gli animali da allevamento e dall’altra gli animali selvatici ancora liberi, noi, con mucche, pecore, maiali, peseremmo di più di elefanti, balene, tigri, uccelli del cielo e pesci  del mare rimasti? Sono numeri verità dal nuovo saggio dello studioso Vaclav Smil, “Growth”, Crescita, appena pubblicato da Mit Press ed elogiato dall’imprenditore-mecenate Bill Gates come “il mio libro  prediletto”. Mentre i leader del  mondo si riuniscono a New York,  all’Onu, per recuperare il tempo  perduto contro cambio climatico ed emissioni nocive.ascoltano l’appello della Greta Thunberg, le 664 pagine del professor Smil offrono a scettici - e quanti ancora pullulano nello Strapaese intellettuale italiano -, ambientalisti, imprenditori, politici, cittadini, le cifre della sfida in corso: o le nostre economie diventano davvero “verdi” in questa generazione o la maestà del pianeta Terra affidato all’Homo Sapiens, da Dio o dall’evoluzione, si perderà. La rivista Foreign Affairs, non edita da ecologisti ultras ma dall’establishment del Council on Foreign Relations, apre c on un saggio formidabile di Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: cambio del clima implica epidemie, malaria in zone alte mai prima colpite, 7 milioni  di vittime, 600.000 bambini, l’anno per aria malsana. Per chi considera l’emigrazione emergenza politica oggi, la Banca Mondiale calcola che nei  prossimi trent’anni ci sarà un miliardo di profughi in fuga da lande rese inospitali da caldo e alluvioni, Africa, Asia, America Latina. Il tempo è finito. Se l’umanità crescerà, prima di fermarsi, fino a 9 miliardi di persone, la transizione a un’economia su fonti sostenibili, anche in tempi più rapidi di quelli pronosticati da studiosi come Amory Lovins nel 1977 e Mark Jacobson nel 2009, sarà ardua. Le piattaforme Green New Deal di cui si discute, dal partito democratico Usa al governo Conte 2, passando per la presidente europea Von der Leyen,  con  l’opposizione  demagogica dei paesi dell’Est, contengono, al netto di posizioni estremiste, un importante nesso comune: la lotta al cambio climatico si conduce solo grazie a una coalizione  efficace  di  governi,  società  civile, scienziati, imprese, cittadini capace di ridurre consumi, inquinamento e disuguaglianze senza che il declino della curva nello sviluppo scateni moltitudini di disoccupati. Lo sviluppo di ferrovie, industria, informatica si è realizzato perché governi, aziende, università hanno collaborato a politiche comuni, strappando milioni di poveri alla fame. Ora la stessa armonia salverà la Terra dall’asfissia, che egoismi e ideologie caduche, invece, perderanno”.
 
Claudio Tito, la Repubblica
“L’accordo siglato ieri a Malta rappresenta un primo passo avanti rispetto alla gestione  comunitaria della questione  immigrazione, ma soprattutto costituisce la più grande sconfitta del sovranismo italiano e del salvinismo”. Così Claudio Tito sulla Repubblica commenta le indicazioni arrivate dal vertice europeo della Valletta: “La delegittimazione di quattordici mesi di propaganda senza soluzioni. La dimostrazione  che la linea seguita dall’ex ministro dell’Interno era utile soltanto a generare paura tra gli italiani e ostilità nella Ue. Risposte concrete: zero Salvini ha imboccato sistematicamente la strada della propaganda, anziché quella pragmatica ma faticosa delle effettive risoluzioni. Sbattere i pugni sul tavolo, in particolare quando ci si trova in una situazione di debolezza o minorità, non è mai conveniente. Può essere al massimo un enorme diversivo, una forma di distrazione di massa. Ma niente di più. Anche in questo caso c’è un dato che va rilevato: tutte le imbarcazioni (con un’unica eccezione), soprattutto delle Ong, bloccate in un primo momento dall’ex ministro al grido “porti chiusi”, sono alla fine regolarmente approdate alle nostre banchine. E i migranti sono tutti entrati nel territorio italiano. Lo hanno fatto dopo inutili e disumane sofferenze. Ma lo hanno fatto. Il resto era propaganda. Altro esempio: nei diciotto mesi precedenti l’avvento leghista al Viminale, l’Italia aveva proceduto alla ricollocazione concordata di 11500 migranti. Nell’ultimo anno, la nebbia: numeri da prefisso telefonico.L’accordo di Malta è dunque una sorta di riduzione in pristino di quell’edificio oscuro costruito dal governo gialloverde. I suoi contenuti, certo, andranno verificati. Si tratta di una intesa preliminare che riguarda solo quattro partner. Tre dei quali, però, rappresentano i Paesi maggiori per popolazione ed economia nell’Unione. Tuttavia questa prima forma di cooperazione rafforzata introduce un principio che mai era stato accettato: quello del confine europeo. Chi sbarca a Lampedusa, non mette piede in Italia bensì in Europa. Le donne, gli uomini e bambini che verrano ricollocati, saranno amministrati esclusivamente dai Paesi di ultimo approdo. Saranno questi a valutare il diritto a rimanere o a ottenere l’asilo, ed eventualmente a farsi carico del rimpatrio. La modifica della Convenzione di Dublino resta al momento una chimera. Per correggerla serve l’unanimità e in tempi brevi sarà difficile convincere, ad esempio, l’Ungheria di Orbán. Semmai, sarà bene concentrarsi sulle misure successive. In ogni caso fin quando l’Ue non prenderà atto che ogni soluzione ha origine nel rapporto cruciale con l’Africa, tutti gli accordi saranno evanescenti. E le pubbliche opinioni europee continueranno a essere esposte alla tentazione dei vari sovranismi”.
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