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Se l'Europa chiude gli occhi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 20/09/2019

Se l'Europa chiude gli occhi Se l'Europa chiude gli occhi Federico Fubini, Corriere della Sera
Sul fronte migranti per l’Europa è giunto il momento di agire veramente. E’ l’allarme lanciato da Federico Fubini sul Corriere della Sera. “Con l’estate - spiega - i nuovi rifugiati sono saliti a 25 mila nelle isole greche e i reticolati non li contengono più. L’Europa non dovrebbe aver bisogno di altro per capire, mentre i segnali arrivano da ogni parte. Il centro di Lampedusa è di nuovo al limite della capienza. La procura di Palermo indaga sulle torture che i migranti subiscono in Libia. Intanto procedendo come sonnambuli, ciascun per sé, i leader europei assoggettano l’ordine politico europeo all’arbitrio di chiunque abbia un po’ di potere alle loro frontiere. Ciascuno di loro limita la collaborazione con gli altri, perché ogni guadagno politico di un governo rappresenta un costo per l’altro. In Francia il 63% della popolazione pensa che ci siano «troppi stranieri». Dunque ogni rifugiato trasferito da Lampedusa a Lione per «aiutare l’Italia» potrebbe dar fiato ai nemici del presidente in Francia. E’ in questo gioco a somma zero - se vinco io, perdi tu - che i cittadini europei vengono sottoposti allo stress di una duplice dissonanza cognitiva. Si raccontano loro storie non vere, ma si chiede loro di crederci. C’è la promessa di risolvere chiudendo i porti, mentre poi i gommoni approdano più numerosi sulle spiagge. E c’è la promessa di proteggere la «way of life» europea, al punto da chiamare così il portafoglio del commissario Ue ai rifugiati. Ma andate un po’ a vederla nel campo di Lesbo, questa «way of life», un posto che sembra un ghetto progettato da un pazzo per assorbire il dolore del mondo di fuori che l’Europa non vuole vedere. I racconti consolatori non funzionano più. E la cooperazione fra leader non potrà bastare, se resta un gioco a somma zero. Le redistribuzioni devono avvenire fra molti più Paesi, non solo con Francia e Germania. Soprattutto è tempo che un’Europa unita proietti all’esterno il proprio peso e investa almeno in Africa subsahariana per filtrare e prendere controllo dei flussi lì. Se l’illusione di ogni Paese è di salvarsi da solo, possiamo solo finire travolti tutti insieme”.
 
Stefano Folli, Repubblica
Quanto è lontano Renzi da Macron. Ne parla su Repubblica Stefano Folli, il quale spiega che “un tempo era Tony Blair con la sua ‘terza via’ il faro di una certa sinistra italiana in cerca di un modello post-ideologico. Da qualche anno invece, il nuovo modello è il francese Macron con la sua spettacolare ascesa all’Eliseo: un presidente giovane e brillante nel suo riformismo europeista, i cui i risultati peraltro sono ancora da verificare. Macron ha saputo rimescolare le carte a casa sua: ha accelerato il declino dei socialisti e ha conquistato voti nel campo del centrodestra, facendo di se stesso l’interprete di una sintesi originale alla quale a Roma si guarda con invidia. Cosa significa allora essere ‘macroniani’ sulle rive del Tevere, al di là della retorica? E’ un tentativo – argomenta Folli - di aggregarsi a un esempio vincente da parte di chi deve riempire di senso e di contenuti un’iniziativa politica che sembra averne pochi. Tuttavia non ci sono molte probabilità che l’esperienza di Macron possa essere trapiantata con successo da noi, almeno a medio termine. In Francia si è mosso un ‘establishment’ che ha favorito il miglior rappresentante della nuova classe dirigente. En Marche è nata come macchina elettorale destinata a vincere in tempi brevi attraverso il sistema maggioritario a doppio turno. Qui il partito di Renzi - perché di questo si tratta - vorrebbe replicare il ‘macronismo’ ma nasce per evitare le elezioni, rinviandole al termine della legislatura. Non solo: Italia Viva sogna il ritorno al proporzionale, pur senza dirlo, così da far valere in Parlamento il 3-4 per cento che i sondaggi le attribuiscono. La Francia è lontana”.
 
Alessia Gozzi, Quotidiano Nazionale
Come si esce dalla spirale del debito pubblico in continua ascesa? Se lo chiede sul Quotidiano Nazionale Alessia Gozzi, secondo la quale, “l’unica via è quella della crescita. Prima di redistribuire la ricchezza, infatti, bisognerà pur crearla. Sussidi, mance, bonus, sconticini a pioggia hanno solo l’effetto di un’aspirina per un malato terminale. La dimostrazione arriva dai numeri: l’Ocse ci conferma che quest’anno cresceremo zero e il prossimo avremo un misero 0,4%. Certo, non siamo gli unici, tutto il mondo frena. Ma questa è una iattura, perché alla prossima crisi economica o finanziaria noi, così indebitati e fragili, saremo vasi di coccio pronti a frantumarci contro quelli di ferro. I partiti si sfidano sul terreno fiscale annunciando aiuti alle fasce più deboli e politiche redistributive di vario genere. Sacrosanto. Ma il punto è che se la ricchezza non viene prodotta c’è ben poco da redistribuire”. Secondo Gozzi “bisognerebbe tagliare l’Irpef, favorendo i consumi di quella classe media che più ha subito i colpi della crisi. Un fisco più leggero su chi lavora e produce ricchezza, insieme con un piano di investimenti sfruttando la luna di miele nei rapporti con Bruxelles, possono avere effetti moltiplicatori sulla crescita. Bisogna poi specificare che non è irrilevante la natura dei debiti: per quale motivo si fanno? Se un padre di famiglia chiede un prestito per far studiare il figlio nella speranza che poi questo trovi un buon lavoro, investe sulla scommessa di un futuro più prospero. Se invece lo chiede per farsi una vacanza indebitandosi di più senza la prospettiva di aumentare le entrate famigliari, rischia di finire strangolato. Non serve un economista per capirlo. E allora le poche cartucce che abbiamo, spariamole per misure che possano spingere la crescita”.
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