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I partiti (troppo) personali

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 19/09/2019

In edicola In edicola Venanzio Postiglione, Corriere della Sera
I partiti (troppo) personali che caratterizzano l’Italia e non solo. Ne parla Venanzio Postiglione nell’editoriale sul Corriere della Sera. “Sarà un segno dei
tempi. Un altro. Sarà che l’epoca richiede più volti che idee, più leader da osannare e dimenticare che progetti su cui riflettere. Sarà che i «mezzi» diventano la sostanza stessa e non sono mai specchi neutri: si era capito negli anni Cinquanta con la televisione e figuriamoci adesso con il web, forse la più grande rivoluzione della storia. La velocità come valore assoluto, una sorta di sogno (o incubo) futurista. Sarà per questi e cento altri motivi, ma gli ultimi giorni hanno riaperto la stagione dei partiti personali. I tre poli di un periodo che sembra lontano (l’anno scorso) stanno svanendo. One man show, con il contorno dei fedelissimi. Calenda ha lasciato il Pd e prepara il suo movimento perché il Pd si è alleato con i Cinque Stelle. Renzi lancia Italia viva, anche se lo stesso Pd ha abbracciato gli stessi Cinque Stelle, come più o meno aveva chiesto lui. Toti ha mollato Forza Italia per avvicinarsi a Salvini e andare subito alle urne: solo che non si vota. Troppo rapido. Un gruppo di berlusconiani guarda già a Renzi, per adesso a cena, forse domani a colazione. Giuseppe Conte, benedetto dagli indici di gradimento, ha una compagnia dove gli attori aumentano e il copione diventa più complicato: bisogna aggiungere un po’ di parti in commedia. Con la cassa quasi vuota e il pubblico che rumoreggia. Il partito personale è anche un anticipo di proporzionale puro. Tutti divisi, poi si vede in Parlamento. Non c’è ancora la riforma, ci sono già le conseguenze. Il maggioritario vi- ve nelle regioni e soprattutto nelle città, dove il doppio turno va a consacrare un sindaco che è riconosciuto da tutti e quasi sempre conclude il mandato. Ma a livello nazionale se ne è perso il ricordo. Tocca ai partiti à la carte, per ogni gusto un simbolo. Tocca ai leader o auto-proclamati leader. Ma per fare cosa? Con quali obiettivi e programmi? E quali idee, se il termine non è troppo forte? Se le espressioni «riferimenti culturali», «insediamento sociale», «identità politica» sono diventate anticaglia del Novecento, va bene rivedere il linguaggio. Certo e volentieri. Ma il tema resta. Uguale. Io ti do i voti: ma tu che fai? Cosa cambi e cosa conservi? Chi vuoi aiutare e perché? Con quali soldi, scusate la volgarità? La leadership è sacrosanta e muove il mondo, però conta anche la risposta alle domande”. Postiglione cita poi i casi per certi versi analoghi di Trump, Sanchez, Netanyahu e Boris Jhonson per evidenziare come non si tratti solo di un problema italiano. La crisi della democrazia liberale non è ineluttabile. E la controversa ricetta di Davide Casaleggio che il Corriere ha pubblicato due giorni fa («Il rappresentato dovrebbe decidere sempre...») può apparire suggestiva, ma aggira ancora una volta il tema della competenza e della responsabilità. Delle istituzioni. Dell’informazione. Dei poteri in equilibrio. Non sono dettagli. I nuovi partiti personali lanciano l’uomo solo al comando: lui saprà dire e fare, fidatevi e vedrete. Casaleggio si inchina al popolo sovrano che in ogni istante potrà dire la sua con infinita saggezza. Tra i due estremi c’è un mare, se solo qualcuno sapesse navigare”.
 
Franco Bruni, La Stampa
Anche con la nuova maggioranza, la manovra finanziaria è condizionata da un clima di incertezza e il miglior antidoto è la credibilità. Lo scrive Franco Bruni sulla Stampa. “La ‘manovra d’autunno’ - scrive - è stata  tutto l’anno lo spauracchio della politica italiana. Si è previsto che il governo sarebbe caduto apposta per non affrontarla. Ha fatto paura la necessità di forti tagli al deficit tendenziale per avere consenso da Bruxelles e mercati. Ora che la manovra va fatta la paura non è minore ma un po’ diversa. Più che l’entità del taglio del deficit spaventa la complessità della strategia da usare in uno scenario dominato da grandi incertezze. Lo  scenario  internazionale consente dunque una manovra più dolce? La risposta è incerta. Infatti il debito italiano continua a preoccupare sia la Commissione che i mercati e diversi Paesi europei insisteranno in Consiglio perché l’Italia sia convincente nel progettarne il sollecito contenimento e rendere la spesa pubblica e la tassazione più favorevoli alla crescita: più investimenti, meno spese correnti capta-consenso, meno imposte sull’occupazione. Quanto ai mercati, la liquidità eccessiva potrebbe generare improvvisi incidenti di instabilità finanziaria, impennando l’avversione al rischio e i tassi sui titoli relativamente rischiosi come i nostri Btp. Venendo allo scenario interno, la crescita economica è andata rallentando, è ferma e prevista peggiore che altrove nell’Ue.  D’altra parte le misure del governo gialloverde, se non corrette, appesantiscono il bilancio del 2020. Inoltre dal nuovo governo è attesa discontinuità rispetto alla confusione con cui abbiamo proposto, modificato e gestito il bilancio 2019 e le sue eredità per  l’anno venturo. Senza una «svolta» torneremmo nel mirino della Commissione e dei mercati. Ma quale svolta? Ecco l’incertezza: come impostarla. Quanto sulla qualità, l’articolazione, la credibilità delle  spese  e  delle  entrate  e  quanto sull’entità  del  deficit; quanto sul 2020 e quanto sulla credibilità delle proiezioni 2021-22. Anche la nostra evoluzione politica ha effetti incerti sulla difficoltà della manovra. Il nuovo governo è un po’ meno eterogeneo e in migliori rapporti con Bruxelles. Ciò aiuta il colloquio e facilita un disegno di aggiustamento graduale e basato più sulla qualità delle misure che sul taglio brusco del deficit. Ma «noblesse oblige»: se non disegneremo presto nuovi e migliori provvedimenti deluderemo l’Europa e i mercati e saranno entrambi più bruschi nel disciplinarci. Dalla trappola della paura la manovra è passata a quella dell’incertezza. Per ridurre la quale sarebbe bene prevedere pochi provvedimenti chiari e trasparenti, con impatto calcolabile con decente sicurezza anche nei due anni seguenti e senza far finta di partire da condizioni migliori di quelle effettive e di poter impostare bilanci miracolosi e tuttofare. Contro l’incertezza serve soprattutto l’arma della credibilità”.
 
Alessandro Penati, la Repubblica
Uno dei problemi dell’economia e della sua narrazione, sono i falsi maestri. Prova a rimettere le cose a posti Alessandro Penati in un editoriale sulla Repubblica. Secondo molti, osserva, “sarebbe quindi il momento ideale per avviare una politica di redistribuzione senza più il vincolo assillante del debito. Così lo spread, i miliardi della manovra e il rapporto deficit/Pil sono diventate le principali parole nel vocabolario del dibattito sulla politica economica. Ma questa narrativa è frutto di una visione distorta della realtà, frutto di una lettura squisitamente politica dei fenomeni economici. Prima di discutere di redistribuzione, e di come finanziarla, il governo dovrebbe preoccuparsi di come creare reddito. Il diffuso malessere sociale è spiegato dalla risibile crescita del reddito pro-capite degli italiani negli ultimi 10 anni (+5,5% nel periodo, da 27.500 a 29.000 euro), specie al confronto del +38% del decennio precedente. Ma che comunque non tiene il passo dei paesi europei anche da prima della grande crisi: nel 1998 il nostro reddito era il 108% della media dell’Eurozona, sceso al 98% nel 2008 e al 90% l’anno scorso. Un declino costante, dunque. E gli italiani, come ovunque, votano col portafoglio. Le politiche economiche redistributive, comunque finanziate e per quanto socialmente desiderabili, non aumentano la capacità del Paese di produrre reddito. Per farlo ci vogliono imprese che crescono, investono e fanno profitti; e nuove iniziative imprenditoriali. Soprattutto se sotto il cappello nobile della redistribuzione del reddito si mascherano interventi a favore di quegli interessi, ceti, professioni, comunità, gruppi sociali da cui dipendono i voti del governo di turno. Lo Stato può sostenere la crescita del reddito con gli investimenti pubblici. L’Italia ha ancora troppe risorse ancorate in settori in declino e un modello economico focalizzato su manifattura ed esportazioni che mostra le crepe, come dimostra la crisi della Germania. Al contrario del modello francese oggi vincente, che ha puntato su tecnologia e servizi, i settori a maggior crescita. Non tutti gli investimenti pubblici necessariamente favoriscono la crescita. Occorre concentrarsi su quelli che hanno un’esternalità positiva, ovvero promuovono e sostengono l’iniziativa privata, soprattutto se coordinati su specifici temi.  Investimenti pubblici in aeroporti, risorse idriche, qualità dell’ambiente, valorizzazione dei siti artistici nelle zone ad alto potenziale turistico avrebbero pertanto un fortissimo effetto volano sulle iniziative imprenditoriali nel settore. Anche se il miglior investimento pubblico rimane l’aumento dell’efficienza e della qualità dei servizi pubblici erogati, che però non comporta alcuna spesa e quindi non serve a creare consenso”.
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