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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 18/09/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Zingaretti, ora il Pd guardi al futuro
Adesso il Pd deve guardare al futuro. Il segretario dei Dem, Nicola Zingaretti, dopo l’addio di Renzi, guarda avanti e, in una intervista con Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera, ammette di non aver capito la scelta dell’ex segretario. Zingaretti, Renzi le ha detto addio... «Io un po’ me lo aspettavo per l’atteggiamento di vicinanza ma non partecipazione alla vita del partito che non ho mai compreso fino in fondo. Mi dispiace, e penso che sia un errore dividere il Pd, ma al tempo stesso credo che ora il nostro compito sia molto chiaro: è quello di portare nel futuro il Pd. Anzi, meglio, il Pd che può ricostruire una speranza per l’Italia». L’addio di Renzi destabilizzerà il governo? «Mi auguro di no e faremo di tutto perché non sia così. Certo, è un rischio, perché con una nuova sigla politica cambia il quadro di governo e io mi appello al senso di responsabilità di tutti». Senza Renzi, Speranza e Bersani torneranno nel Pd? «Questo tema è privo di fondamento. Io mi auguro che tornino i milioni di elettori che abbiamo perso il 4 marzo 2018 e che stanno tornando come abbiamo visto alle ultime Europee…Noi apriremo una stagione nuova che, rispetto al partito che ho trovato, deve mettere in soffitta il criterio della fedeltà e rimettere al centro il merito, la lealtà e soprattutto una nuova democrazia interna. Così si può coinvolgere una nuova generazione che riprenda a guardare a noi con interesse». In che consiste questa riforma del partito? «Noi dovremo moltiplicare e differenziare i luoghi di aggregazione del partito, liberandoli dai lacciuoli e dalle gerarchie che soffocano il dibattito». Dopo la scissione che appello fa al Pd? «L’Italia ha bisogno del Pd, il Pd ha bisogno di rigenerarsi. Apriamo le porte a chi ha voglia di cambiare. Dal 3 al 6 ottobre saremo nelle piazze e nelle strade. Faremo le tessere, presenteremo le nostre proposte: incontriamo tutti per il Paese che amiamo».
 
Delrio, Matteo sbaglia ho condiviso le sue battaglie e questo addio mi addolora
«Questa scissione è un fatto molto doloroso, soprattutto per me che ho accompagnato Matteo fin dall’inizio: nel 2012, alle sue prime primarie, ero uno dei pochi dirigenti schierati con lui da sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci. Abbiamo sempre condiviso un percorso lungo e appassionante almeno sino a un anno fa, quando abbiamo scelto strade un po’ diverse». Per Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera, l’addio del senatore di Firenze è molto più che una questione politica: ha a che fare con l’amicizia, vite che si intrecciano fuori dal palazzo, consuetudini familiari. L’ha sentito Renzi? «L’ho sentito – spiega in un’intervista con Giovanna Vitale su Repubblica - nei giorni scorsi». L’ha chiamata per chiederle di seguirlo fuori dal Pd? «Non ci ha provato nemmeno, sapeva da mesi che la risposta sarebbe stata no. Ci conosciamo troppo bene. I tentativi di convincere lui me e io lui sarebbero stati senza esito». Quindi non ha neppure tentato di fargli cambiare idea? «Tante volte, durante il nostro cammino comune, io e Matteo ci siamo chiesti se nel Pd ci fosse spazio per l’innovazione e il cambiamento oppure fosse il caso di uscire. Una riflessione che abbiamo fatto, per esempio, quando perdemmo le primarie con Bersani. Ma poi ci siamo sempre detti che era meglio rimanere per provare a modificare, da dentro, la rotta del partito e avviare nel Paese una grande sfida riformista. Le divisioni sono sempre una sconfitta: per tutti». Lei è rimasto della stessa idea, Renzi no. Perché? «Proprio perché il Paese lo abbiamo governato e cambiato stando nel Pd penso che bisogna restare. Perciò considero un errore la scelta di Matteo. Il Pd è la casa dei riformismi e dei democratici, su cui in questa fase poggia lo sforzo di lavorare per il bene del Paese. Sarebbero state necessarie più unità e coesione anziché una scissione che rischia di indebolire sia il partito sia il governo. Per noi è una grave perdita, ma anche per lui: lascia una comunità che ha guidato e che gli ha voluto bene».
 
Ignazi, scissione bizzarra sbagliata nei tempi
In questa pazza estate della politica, ad agosto Matteo Renzi ha scritto una lettera a Repubblica denunciando come in un commento di Piero Ignazi, docente di Politica comparata all’università di Bologna, lo si paragonasse a Matteo Salvini. Professor Ignazi, Renzi se l’è presa proprio con lei. Oggi che lascia il Pd in qualche modo le sue critiche di questi anni al renzismo vanno a compimento. Renzi – spiega Piero Ignazi in una intervista con Massimo Franchi sul Manifesto - si richiama ancora oggi a quello scontro dicendo: "Per certa sinistra i due Mattei sono uguali". Non ha capito niente, ancora una volta. Continua con questo refrain vittimistico. In realtà io parlavo dell’uomo forte, che tanto attrae gli italiani. Per un certo tempo. Renzi dice: «Una corrente culturale nella sinistra italiana per la quale io sono l’intruso». Ora possiamo dire che uscito Renzi, il Pd può tornare di sinistra? No, è sbagliata la premessa di Renzi e la sua interpretazione. Uno che vince le prime Primarie contro Bersani in buona parte delle regioni rosse evidentemente non è percepito come un intruso. Era percepito come una risorsa, uno nuovo, giovane e dinamico che poteva cambiare le cose. Poi è chiaro che le politiche adottate al governo sono state percepite come ostili alla tradizione della sinistra, a partire dal rapporto con i sindacati. E questo è stato il suo limite. Si aspettava la scissione? E, soprattutto, se l’aspettava adesso? No, pensavo che Renzi rimanesse, che avesse oramai valutato che fosse meglio restare nel Pd. Ha deciso di andarsene adesso perché questo gli consente di avere un gruppo parlamentare suo per poter costruire nel tempo - perché questo governo è nato essenzialmente perché duri - il suo nuovo partito. Pensavo non lo volesse più fare soprattutto dopo che il governo è stato infarcito di suoi fedeli. Infatti, Renzi ora ha un partito suo e controlla buona parte dei gruppi parlamentari del Pd, a partire dal senato con Marcucci. Sì, è una scissione un po’ bizzarra. Esattamente come accadde con la scissione di Leu che nacque durante il congresso del Pd, il tempismo sembra mal scelto. La parabola del renzismo pare comunque calante. Il renzismo è un fenomeno che si è esaurito già un anno fa.
 
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