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Un'operazione a rischio irrilevanza

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 17/09/2019

In edicola In edicola Francesco Bei, La Stampa
Tanto tremò che piovve. L’annunciata scissione di Renzi dal PD è in arrivo ma, secondo Francesco Bei, editorialista della Stampa, quella dell’ex premier rischia di essere “un’operazione a rischio irrilevanza” e spiega perché in 10 punti: “Uno: il governo si è appena formato e l’Italia, con lo spread che sta scendendo e un’interlocuzione positiva con l’Ue, di tutto ha bisogno in questo momento tranne che di un nuovo fattore di instabilità come la nascita di un partito che possa terremotare la maggioranza. Due: è del tutto evidente che la nuova formazione renziana,  al di là delle rassicurazioni che arriveranno oggi, si candida a essere una spina nel fianco per Pd e M5S. Tre: il Pd è l’unico partito di massa rimasto a scegliere democraticamente il proprio leader. E allora, se la leadership è contendibile, perché andarsene? Quattro: con Forza Italia che si sta lentamente  spegnendo, il Pd è anche l’unico partito di massa che ha un forte legame con l’Europa. Essere a capo di un cespuglio non garantirà a Renzi un’interlocuzione migliore con Macron o Von der Leyen. Cinque: l’uscita di Renzi sarà un danno per tutto il centrosinistra, perché la storia delle scissioni dimostra che la somma degli addendi finali è sempre meno del totale che si è distrutto. Sei: la scissione si basa sulla scommessa di una conquista del centro moderato e dei suoi elettori in libera uscita da Forza Italia. Renzi non è riuscito in questa operazione quando era all’apice del successo, è legittimo dubitare che possa riuscirci ora. Sette: il nuovo partito ha diviso anche la minoranza renziana e si candida a diventare una ridotta di fedelissimi. Otto: Renzi è stato un campione di ‘popolo’, dalle primarie vittoriose del 2013 al 40% delle Europee del 2014. Ora si avventura in un terreno ignoto con una operazione di Palazzo, lanciata oltretutto nel momento di minimo gradimento personale nei sondaggi. Nove: togliendosi di mezzo, Renzi rischia di facilitare l’alleanza permanente  tra  Pd e Movimento Cinque Stelle. Ovvero proprio l’operazione politica che aveva provato a scongiurare fin dall’inizio della legislatura con il #senzadime. Dieci: last but non least, il rapporto con i grillini dentro la maggioranza. Luigi Di Maio non accetterà di sedere a un tavolo di contrattazione con l’ex premier, non gli riconoscerà legittimità politica. A quel punto Renzi proverà a far cadere Conte? Privato del vero potere di ricatto sulla maggioranza, il destino di Renzi in questo Parlamento sarebbe l’irrilevanza. Magro bottino per chi, fino a ieri, era considerato il leader ombra del partito. Ne valeva la pena?”.
 
Augusto Minzolini, il Giornale
Anche il Giornale, con Augusto Minzolini, dedica l’editoriale alla scissione di Renzi dal PD focalizzandosi su quello che potrebbe succedere nel centrodestra e dintorni: “Il dado è tratto. Matteo Salvini ha cominciato le manovre per la sua battaglia decisiva: bloccare l’approvazione di una legge proporzionale con un referendum o, più probabilmente, in Parlamento. L’editto di Pontida è facile da decrittare: una chiamata alle armi agli alleati e ai potenziali alleati per imporre una legge elettorale maggioritaria. Il sistema più consono alla sua visione - e a quella sovranista - della politica: tutto il potere ad uno solo. Lo spartiacque è lì. Matteo S. ha fatto questo ragionamento ad alcuni suoi parlamentari: «Facciamo il maggioritario e spacchiamo i 5stelle: una parte verrà da noi, un’altra andrà con la sinistra. E tanto per cominciare trovatemi i grillini “buoni” e portateli da me a prendere un caffè». Stesso discorso sul versante di Forza Italia. Racconta Renata Polverini: «Dai governatori del Nord è arrivata una richiesta perentoria ai nostri gruppi parlamentari: dovete raccogliere le firme per il referendum sul maggioritario». Eh già, la politica si è rimessa in moto e, com’era nelle cose, lo scenario politico è destinato a mutare rapidamente e profondamente. E, paradossalmente, non è tanto il governo Conte a rischio (sempre che Salvini non riesca nell’impresa di metterlo in crisi), ma le regole del gioco e gli schieramenti futuri. Inutile dire che gli artefici sono Matteo R. e Matteo S.: gli unici che hanno una visione sul futuro. Il primo punta a una legge proporzionale e a fondare un nuovo soggetto politico che rappresenti un’area moderata, progressista, liberale (stile Macron o Ciudadanos) e parta con l’intento di allargare la capacità di rappresentanza del centrosinistra. Salvini, invece, ha l’obiettivo di imporre il sistema maggioritario per riproporre lo schema dell’egemonia sovranista sul versante del centrodestra. Gli altri protagonisti, invece, hanno la nostalgia del tempo che fu e reiterano le formule del passato”.
 
 
Massimo Gaggi, Corriere della Sera
La nuova America e i falsi miti caduti con Trump. A circa un anno dalle nuove presidenziali Usa, il corrispondente del Corriere della Sera, Massimo Gaggi, traccia questa analisi nell’editoriale del Corriere della Sera: “Nell’incubo senza fine che è diventata, da tre anni a questa parte, la politica americana in balia di un Trump che ne ha fatto saltare i meccanismi democratici di bilanciamento, ha demolito il suo stesso partito e imposto una leadership pericolosamente instabile - scrive Gaggi - la ricerca del candidato democratico da opporgli nella corsa alla Casa Bianca sta diventando, a sua volta, un dramma in slow motion: un partito spaccato, investito e influenzato dai germi del populismo e dell’isolazionismo trumpiano, privo di leader carismatici, che teme di non riuscire a battere un presidente che giudica pericoloso e che è detestato dai più. L’anomalia di un uomo solo al comando che epura periodicamente tutti i suoi collaboratori dovrebbe essere solo un incidente della storia, vista anche la scarsa popolarità di The Donald fotografata dai sondaggi nazionali. E, invece, la forza della sua base elettorale, minoritaria ma compatta, può garantirgli la riconferma mentre il suo stratega politico, Brad Parscale, prevede, addirittura, l’inizio di una dinastia politica trumpiana. are previsioni a più di un anno dal voto e a cinque mesi dall’inizio della stagione del- le primarie è esercizio assai rischioso: gli umori degli elettori possono essere alterati da una grossa crisi internazionale come una guerra nel Golfo, da crolli finanziari sempre possibili o dal forte rallentamento dell’economia americana (se non una vera recessione, al momento improbabile) che ha già cominciato a materializzarsi. Le rilevazioni nazionali che danno Trump in caduta, al 39 per cento, hanno un valore relativo. La ricerca di un candidato giovane, dinamico, capace di conquistare la «pancia» del- l’America, non ha dato buoni frutti. Ma oggi è ancora lui il battistrada e l’unico argine a una sinistra radicale che si è con- vinta di poter scalzare Trump anche senza corteggiare i moderati: insieme a tante regole del galateo democratico, il presidente immobiliarista ha demolito anche il teorema secondo il quale in America le elezioni si vincono al centro. E oggi la Warren, meno rigida e più empatica man mano che va avanti nella sua campagna, è anche la candidata che, dalla lotta ai cambia- menti climatici alla necessità di ridurre le diseguaglianze economiche, ha elaborato il programma più serio e artico- lato. Un progetto nitido che va ben oltre gli slogan massima- listi di Sanders, lodevole ritorno alla politica dei contenuti. Trump comincia a temerla: difficile abbattere con sarcasmo e insulti una donna tosta e al tempo stesso garbata, che replica sempre nel merito. Ma la Warren può inciampare su qualcosa di molto più piccolo. Il suo piano prevede il blocco fin dal primo giorno, dell’uso delle tecniche di fracking per estrarre petrolio e gas. Ohio e Pennsylvania, decisivi per l’elezione e con un’economia in buona parte rivitalizzata proprio da questi nuovi sistemi di estrazione degli idrocarburi, la voteranno? Trump è arrivato alla Casa Bianca anche grazie a una battaglia anacronistica come quella della difesa del carbone”.
 
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