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Redazione InPi¨ 16/09/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Gentiloni, l’Ue riparte dai diritti
Battere le diseguaglianze, promuovere il «Green Deal», realizzare la Web tax e una riforma di Dublino sui migranti: è il programma europeo per cui si impegna a lavorare Paolo Gentiloni, designato commissario europeo dal nuovo governo Conte, prescelto per l’Economia dalla presidente Ursula von der Leyen ed ora in attesa delle audizioni e del voto di conferma da parte del Parlamento di Strasburgo. In questa sua prima intervista da commissario in pectore, rilasciata al direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, l’ex premier ed ex ministro degli Esteri lascia trapelare la responsabilità che sente nel contribuire a realizzare politiche capaci di consentire all’Ue di prevalere sul sovranismo. Dopo i 14 turbolenti mesi di governo gialloverde da dove ricomincia l’Italia in Europa? «Ricomincia anzitutto dall’Italia, dal ruolo che normalmente deve avere uno dei tre grandi Paesi fondatori e delle tre grandi economie europee. È importante che questo nuovo inizio sia un messaggio ai cittadini italiani affinché si diffonda l’idea che l’Europa non è il nostro problema ma è il nostro unico futuro, se guardiamo al mondo dei prossimi decenni». A cosa pensa in particolare? «Al fatto che a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino è tornata d’attualità la questione della democrazia liberale e che il modello europeo di diritti, welfare state e multilateralismo nell’ambito di forti rapporti transatlantici è il contesto nel quale i cittadini italiani vogliono vivere. Di recente è stato fortemente messo in discussione». Ora in cima ai timori c’è il rischio di una nuova recessione. Quanto è realistico e come può essere scongiurato? «Non parlerei di recessione. In singoli Paesi possono esserci momenti di recessione, ma in generale siamo di fronte, dopo un periodo di crescita prolungata, ad una prospettiva di rallentamento, di una debolezza che si prolunga più del previsto. Se le priorità della nuova Commissione Europea sono diseguaglianze ed ambiente, quale contributo concreto può venire dal nostro Paese? «Il nuovo governo ha un chiaro orientamento europeista. Una delle prime decisioni annunciate dal governo italiano è stata di entrare nel gruppo di testa di Paesi che lavorano per ridurre le emissioni di CO2. L’Italia darà il contributo che spetta ad un grande Paese dell’Unione».
 
Fioramonti, ai professori cento euro in più al mese
«Ora c’è un’opportunità storica perché il governo ritiene che la scuola e l’università siano il nucleo dello sviluppo economico del nostro Paese. Con il miliardo per l’Università penso a più concorsi per ricercatori e a più finanziamenti per i Prin, i piani per la ricerca di base». Così esordisce il nuovo ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, intervistato sul Corriere della Sera da Gianna Fregonara, spiegando cosa intende fare con i tre miliardi che ha chiesto per l’Istruzione nella Legge di Bilancio. E i due miliardi per la scuola sono tutti per l’aumento ai docenti? «Vorrei nella prossima legge di bilancio provare a mettere ordine alle emergenze. È necessario dare un riconoscimento agli insegnanti. Penso ad un aumento mensile a tre cifre, cento euro. Con questo investiremmo più della metà dei due miliardi. Il resto sarà per investimenti: da subito istituirò un ufficio al Miur per accompagnare le scuole e gli enti locali nel percorso per la ristrutturazione degli edifici scolastici». I precari sono più di cento mila. Ci sono materie come la matematica per le quali è difficile, soprattutto nel Nord, trovare candidati ai concorsi, perché la concorrenza con altre professioni è molto forte. «Sogno un Paese in cui si ambisca a fare l’insegnante perché la società ne riconosce l’importanza e la centralità». Come si potrebbe fare? «Vorrei cambiare i meccanismi dei concorsi che sono troppo farraginosi e complessi. Poi serve per gli insegnanti un sistema di formazione continua che li aiuti a stare al passo con l’evoluzione della società e della didattica. La scuola deve recuperare le esperienze internazionali migliori a partire da quella finlandese, poi il modello Montessori, don Milani, l’esperienza di Reggio children: una scuola in cui i ragazzi vadano volentieri perché imparano divertendosi. Questo è importante per le materie Stem (scienze,tecnologia, ingegneria, matematica ndr)». Ocse e Invalsi certificano che invece non le imparano. «C’è la necessità di modernizzare e rendere attrattiva la matematica con lavoro di squadra, i laboratori. Anche contro la dispersione, credo che avere professori in grado di usare didattiche innovative aiuterebbe. Voglio incoraggiare gli insegnanti che vogliono a fare di più».
 
Calderoli, sconvenienti le offese al Quirinale 
Dopo il gran trambusto al suo arrivo e mentre le urla a distanza nei confronti di Gad Lerner continuavano, Roberto Calderoli – ieri al grande raduno leghista di Pontida – è andato comunque a salutare il giornalista e gli ha confessato che «se andassi a chiedergli di smettere, fischierebbero anche me...». Perché quegli insulti a Lerner e quell’aggressione al collega Nasso di Repubblica?  «Non ho visto l’aggressione, a dire il vero. Su Lerner dico che era meglio ignorarlo, così magari gli si è fatto un favore...»: così il senatore leghista Calderoli, intervistato da Matteo Pucciarelli, su Repubblica. Invece sabato un suo collega parlamentare ha detto che Mattarella “fa schifo”. «Se lo poteva evitare...». Quindi non pensa che faccia schifo, no? «Non mi offenda con questa domanda. Quelle dette dal mio collega sono parole assolutamente sconvenienti. Probabilmente Mattarella poteva dare un incarico a Salvini, però è una valutazione politica». Come le è venuta in mente l’idea del referendum sul maggioritario? «Per fare un bimbo ci vogliono due persone...». Se lei è il padre quindi chi è la madre? «È stata una cosa a tre. Io, Salvini e Giorgetti. Sono l’ostetrica ecco. Ma il punto era trovare un modo per andare al maggioritario». E se la maggioranza legiferasse prima del voto referendario? «Il rischio c’è ma gli ultimi che ci provarono con sistemi ad hoc per sventare il referendum furono mandati a stendere dalla Corte costituzionale, non si possono mica rubare i lecca lecca ai bambini!». Comunque si ha un po’ l’impressione che ogni partito di volta in volta lavori ad una legge elettorale utile per penalizzare gli avversari, un po’ come il Porcellum, ricorda? «Se la legge elettorale non avesse avuto la natura di scambio tra riduzione di numero dei parlamentari e proporzionale, le direi che non è male. Ma se si ritorna al 1992, e io in Parlamento c’ero, allora ci ritroviamo il pentapartito». Anche lei era tra quelli che diceva a Salvini di rompere coi 5 Stelle? «No, non gliel’ho consigliato, ma ero convinto che fosse il momento giusto per rompere». Perché? «Non ha funzionato l’effetto sorpresa di Ferragosto e questo ha dimostrato che c’era un accordo già chiuso tra loro. Poi solo in Senato ci sono almeno 150 persone con un mutuo acceso...».
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