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Equazione a doppia incognita

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/09/2019

Equazione a doppia incognita Equazione a doppia incognita Federico Geremicca, La Stampa
Il passo è certamente lungo, magari perfino più lungo della gamba. Ma tant'è: tra quaranta giorni, in quella che era la «rossa Umbria», Pd e Cinque Stelle si presenteranno ai rispettivi elettori alleati nel voto per il rinnovo della giunta regionale. Come a dire: il governo giallorosso ha giurato nemmeno due settimane fa ma già comincia a produrre effetti impensabili fino a ieri. Di che genere di effetti si tratti, ovviamente, lo vedremo molto presto, scrive Federico Geremicca su La Stampa. Infatti, dopo un primo no pronunciato quasi d'istinto («Il tema non è all'ordine del giorno») Luigi Di Maio ha ripensato all'offerta fattagli giungere dal Pd ed ha detto sì: sì a un'alleanza elettorale «civica», cioè senza simboli, bandiere e candidature dei soliti noti. È vero, il tutto somiglia al tradizionale «si fa ma non si dice», però il punto non è questo: il punto sarà l'imprevedibile risposta che daranno nelle urne i due elettorati, allenati da anni a suonarsele di santa ragione. È come se la logica che ha portato alla nascita del Conte 2 - piuttosto che alle elezioni - cominciasse a diffondersi quasi per contagio nel resto del Paese. La logica è quella di una sorta di legittima difesa di fronte al brusco tentativo di sfondamento operato da Matteo Salvini, che prima ha dimezzato i Cinque Stelle e poi ha cercato di annientarli col voto anticipato e la richiesta di «pieni poteri». Di fronte ad un’aggressione, reagire è lecito e l'operazione può avere un senso, dunque, ma ha bisogno di tempo per crescere, convincere e rendere partecipi protagonisti ed elettori. Un tempo congruo, fu onestamente detto: ma un tempo che ora si è ridotto ad appena quaranta giorni. Forse troppo poco per convincere gli elettori che Partito e Movimento non sono più gli acerrimi nemici che hanno visto in guerra fino a ieri.
 
Maurizio Ferrera, Corriere della Sera
L’idea di un nuovo Patto con l’Europa (lanciata su queste colonne lo scorso 25 agosto) è diventata una priorità del governo. Il secondo punto del programma giallo-rosso indica due obiettivi fra loro collegati: la riforma del patto di Stabilità e lo scorporo degli investimenti pubblici dal computo del deficit strutturale. Sono entrambi importanti ma è chiaro che il secondo obiettivo ha una maggiore rilevanza congiunturale, in vista della prossima legge di Stabilità. Sulla via dei negoziati con Bruxelles – sottolinea Maurizio Ferrera in un editoriale sul Corriere della Sera - vi è però un serio ostacolo: la Ue diffida del breve periodo. Giustamente, ritiene che la flessibilità di bilancio sulla base di esigenze «corte» sia inefficace e tenda a riflettere tattiche opportunistiche. Il governo Conte deve perciò fare un salto di prospettiva, impegnandosi in un percorso di ampio respiro temporale. Dalle prime dichiarazioni, il ministro Gualtieri sembra puntare sul cosiddetto «new deal verde». Ma – secondo Ferrera – sarebbe però limitativo fermarsi alla pur importantissima sostenibilità ambientale. Vi sono altri settori che la stessa Commissione ci ha più volte indicato, particolarmente colpiti dal crollo degli investimenti pubblici fra il 2007 e 2017 (-5% del Pil). Al primo posto stanno istruzione e formazione. Al secondo posto vi è il comparto delle «infrastrutture sociali»: asili, residenze per anziani, una rete capillare di servizi per l’impiego e la formazione, housing sociale. Come procedere sul piano operativo? Il Patto con l’Europa deve raccordarsi con il cosiddetto Semestre europeo. La prossima scadenza rilevante è il Documento di economia e finanza (Def), da presentare entro metà ottobre. Esso deve contenere anche un Programma nazionale di riforma. Avere fretta – conclude Ferrera – è una cattiva (anche se comprensibile) brutta abitudine dei nuovi governi. E data la posta in gioco, quest’anno non possiamo permetterci una lunga fase di promesse al rialzo, senza indicazioni su come finanziarle.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Ancora una volta il tema della riforma elettorale sta per prendersi la scena nella commedia della politica inconcludente. L’Italia – ricorda Stefano Folli su Repubblica – è il Paese in cui la legge che regola il voto viene capovolta con una frequenza sconosciuta altrove e dove si modifica con disinvoltura l’idea stessa del Paese che si vorrebbe modellare attraverso una certa tecnica elettorale. Dopo anni in cui è prevalsa la “vocazione maggioritaria” (Prodi, Veltroni, Arturo Parisi e altri), strumento dichiarato indispensabile per spingere la società sulla via di un’alternanza virtuosa e bipolare, ecco che l’aria è cambiata nel giro di poche settimane. Senza un dibattito, una riunione di organi collegiali, un minimo di riflessione comune, ha preso forma una maggioranza virtuale che è quasi pronta per tornare al proporzionale. Centrosinistra e Cinque Stelle uniti, insieme a LeU a cui peraltro va riconosciuta la coerenza. Naturalmente c’è una ragione ufficiale per voltare pagina: è il taglio dei parlamentari voluto dai 5S che rende difficile dare rappresentanza equilibrata all’intero territorio nazionale. Una spiegazione zoppicante perché allora si dovrebbe ammettere che l’errore sta a monte, nella sforbiciata demagogica a deputati e senatori decisa dai grillini, contrastata all’inizio dal Pd e poi accettata di buon grado per non compromettere l’accordo sul Conte-2. In concreto, anziché tentare una rivincita a viso aperto, il Pd preferisce cambiare cavallo e ritrovare il proporzionale con il suo sapore — ma solo quello — di Prima Repubblica, quando il modello elettorale aveva un senso e una logica interna e internazionale. Adesso è solo una questione di inquietudine circa il prossimo futuro. Così si profila un’altra occasione persa.
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