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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 12/09/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Fico: Al M5S serve più collegialità, basta con i decreti legge
Il Movimento è uno schema complesso, serve più collegialità e non solo per le emergenze. Lo afferma il presidente della Camera, Roberto Fico, intervistato da Luca De Carolis e Paola Zanca per il Fatto Quotidiano. Di Maio ha detto che il M5S dovrà essere “l'ago della bilancia”: vuole dire che diventerete una Dc 2.0? Non ho mai pensato al Movimento come l’antipolitica o l’antisistema. Noi vogliamo rinnovare la politica, dare forza ai temi. Ma serve la collaborazione dell’Europa: sento dire che il M5S è diventato europeista, ma la verità è che è l’Unione che sta cambiando. Nel programma del commissario europeo Von der Leyen ho visto per la prima volta in modo netto punti come la revisione del trattato di Dublino sui migranti e quella del Patto di stabilità, per favorire manovre più espansive, assieme all’impegno sulla riduzione delle emissioni inquinanti. Promesse, in parte neanche inedite. Se vuoi cambiare tutto alla fine non cambi nulla. Se lavori con la politica, tra cinque anni potremo cambiare delle cose. E riusciremo a ‘contaminare’ l’Europa con nuove idee. Dopo le Europee in un’assemblea lei aveva esortato i 5Stelle a ridefinire rotta e valori. Come si fa? Nel Movimento va fatta una discussione, e il perno deve essere la collegialità. Ne serve di più? Oggi il M5S è molto complesso, con una vasta partecipazione. Servono nuove forme per aumentare la collegialità, per renderla migliore. Il capo politico Di Maio vuole referenti territoriali e una segreteria nazionale distribuita per temi. Dovete davvero darvi una struttura? Sì, ma le forme possono essere tante. Quello che è necessario è uno schema di partecipazione alle scelte, non solo nei momenti di emergenza. La democrazia diretta non può bastare. È complementare, ma non sostitutiva della democrazia rappresentativa.
 
Franceschini: Alleanza con il M5S già alle Regionali
Già alle Regionali si può fare un’alleanza con il M5S. Lo dice il ministro per i Beni culturali, Dario Franceschini, intervistato da Claudio Tito per la Repubblica. La prima domanda però che tutti si pongono parlando del nuovo governo è: dureranno? «Sarà difficile, non c’è dubbio.  Soprattutto se si limiterà ad essere il mero prodotto di forze politiche  contrapposte. Però io penso che arriveremo fino alla fine della legislatura». Cioè più di tre anni? Sa quanti governi hanno superato la soglia dei due anni dal 1948 ad oggi? Sei. «Ne sono consapevole. Ma vedo anche le ragioni per cui è nato questo esecutivo. Sono ragioni immediate e di prospettiva». Che intende per ragioni immediate? «La situazione del Paese. Nella sostanza lei dice che il patto Pd-M5S starebbe salvando l’Italia da Salvini? «Non c’è dubbio. Senza questo governo, saremmo in campagna elettorale. Avremmo Salvini al Papeete ma all’ennesima potenza, magari a torso nudo a mietere il grano. Solo odio e paura. Ci troveremmo alla vigilia della vittoria della Lega. Da celebrare magari proprio il 28 ottobre». Nel 2019, però, basta essere “contro” qualcuno per governare bene? Non ci sarebbe stato bisogno una visione alta per avvalorare questa operazione? «Il tempo era breve. Vorrei ricordare che tutto prende origine da quella frase orribile “voglio i pieni poteri”. Il Paese ha capito. Era un’emergenza e dobbiamo ringraziare Zingaretti per avere indicato la necessità di trovare una soluzione di largo respiro. Il Pd è stato unito come non mai». Scusi, ma fino a venti giorni voi e i grillini vi odiavate. E poco dopo invece parlavate di posti. E’ sufficiente Salvini a cancellare quell’odio? «Era ed è una motivazione più che sufficiente. In tutto il mondo i governi di coalizione nascono così. Soprattutto quando non c’è un vincitore unico. Certo, ora dovremo far maturare anche un percorso di visione, di prospettiva». Lei parla di un’alleanza politica con i grillini? «Si, politica ed elettorale. Che parta dalle prossime elezioni regionali, passi per le comunali e arrivi alle politiche».
 
 
Aragonès: L’Addio all Spagna arriverà col tempo
L’Addio alla Spagna arriverà col tempo. Ne è convinto Pere Aragonés, vicepresidente della Generalitat, intervistato da Francesco Olivo per La Stampa a proposito delle nuove manifestazioni degli indipendentisti catalani a Barcellona.  «Per affrontare la Spagna abbiamo bisogno di un appoggio popolare maggiore». Pere Aragonès, vicepresidente della Generalitat, è uno dei nuovi volti della politica catalana. Se, come pare, Oriol Junqueras verrà interdetto dalle cariche pubbliche, sarà probabilmente lui il nuovo leader di Esquerra Republicana. Aragonès è in arrivo la sentenza per i leader indipendentisti in carcere. In caso di condanna come risponderete? «Ci sarà una grande mobilitazione per la libertà, ma saranno leassociazionia organizzarla. Le istituzioni dovranno rispondere con un governo di concertazione, riunendo tutti i partiti contrari alla repressione, ovvero includendo i Comuns (la sigla catalana di Podemos ndr). Se non sarà possibile si andrà a elezioni». Alcuni chiedono di portare avanti il progetto dell'indipendenza come risposta alla sentenza? «La sentenza non ci darà la forza che non abbiamo avuto nell'ottobre del 2017». Rinunciate all'indipendenza? «È un processo storico, se sarà breve meglio, ma se sarà lungo non dovremmo abbandonarlo». Nell'ottobre del 2017 i cittadini hanno votato in un referendum, voluto da voi, che chiedeva  l'indipendenza  immediata. Perché ora dite che servirà molto tempo? «Quella strategia era sbagliata. Non avevamo previsto una reazione del genere della Spagna. Per affrontare uno Stato che è disposto a reagire violentemente, serve un appoggio maggiore anche dall'estero».
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