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I segnali e le cose da fare

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 12/09/2019

In edicola In edicola Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Corriere della Sera
Il Corriere della Sera con Alberto Alesina e Francesco Giavazzi prova a stilare un elenco delle priorità del nuovo governo in uno scenario che resta comunque complicato anche se, scrivono, “oggi un barlume di luce c’è”: “La maggioranza che sostiene il governo ha mostrato, nel dibattito parlamentare sulla fiducia, un grado preoccupante di diffidenza reciproca. È possibile, forse probabile, che si ritorni ad una situazione «bloccata» anche se magari con toni meno «urlati» che nel governo precedente. Ma qualche segnale positivo c’è”, scrivono i due citando per esempio le nomine dei ministri Lamorgese, Gualtieri, del commissario Ue, Gentiloni e il calo dello spread.  “Questo governo avrà il vantaggio di poter contare su un livello «idea- le» di urgenza. Non troppa, come accadde al governo Monti la cui azione fu vincolata dalla severità della crisi finanziaria che lo costrinse ad aumenti di imposte che ebbero effetti immediati sul deficit, ma furono dannosi per l’economia, senza avere il tempo per ridurre la spesa. L’emergenza di oggi dovrebbe spronare, ma non siamo con l’affanno da orlo del baratro.  Su molte questioni, ad esempio povertà e diseguaglianze, M5S e Pd (più Leu) sono molto più vicini di quanto non lo fossero M5S e Lega. Però la relativa vicinanza su obiettivi vaghi non significa che essi condivi- dano gli strumenti per raggiungerli. Riuscirà la non eccessiva distanza su questioni quali evasione fiscale, povertà, diseguaglianza a fare in modo che i tre partiti affrontino i temi di finanza pubblica con un respiro più lungo? Il punto critico è che il governo si convinca, e convinca gli italiani, che la crescita non si fa ripartire con più spesa pubblica e più debito. Se arrivasse una recessione non ci si dovrebbe preoccupare troppo dei decimali del deficit — come le regole europee già consentono di fare — ma a parte il breve periodo non è certo con un debito sempre crescente che si sostiene la crescita, anzi. Cosa fare dunque, dato questo vincolo da cui non si può prescindere? Per tagliare la spesa, e quindi le tasse, senza far ripartire il debito occorre il coraggio di fare due cose: innanzitutto eliminare tutte le cosiddette «spese fiscali», qualche decina di miliardi di favori elargiti negli anni a vari gruppi, di solito alle imprese più abili nell’intrattenere rapporti con la politica, e che pagano aliquote agevolate. Vanno tagliate tutte insieme per evitare l’obiezione «perché io sì e lei no?». E poi si deve andare al cuore del nostro sistema di welfare rendendolo «means tested» (cioè «in funzione del reddito») e non continuare ad offrire anche ai ricchi servizi pubblici sottocosto e quindi pagati, in parte, dalle tasse di tutti, ad esempio nella sanità e nell’università”.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
L’improvviso caduta di Salvini è analizzata da Ezio Mauro su Repubblica ricorrendo a riferimenti filosofici e sottolineando come “indubbiamente c’è qualcosa di epico nell’uomo che costruisce con le sue stesse mani la sua sfortuna, rovesciando il breve ciclo della storia di cui è protagonista, fino a passare dalla gloria alla tragedia”. Con la richiesta di pieni poteri, afferma Mauro, “c’è dunque un leader che non si accontenta del potere legittimo e costituzionalmente regolato che si è conquistato democraticamente, e cerca un potere supplementare e improprio che può derivargli solo da una malintesa interpretazione della sovranità popolare. Cosa vuol dire infatti quella frase? Sono stato vicepresidente del Consiglio per 14 mesi, ma non sono riuscito a governare. Un primo ostacolo erano i miei partner a Cinque Stelle, con cui ho già regolato i conti. Adesso chiedo il voto per abbattere il secondo ostacolo: non più la coalizione ma la costrizione delle regole, l’equilibrio tra i poteri, i controlli di legittimità e di legalità, i vincoli costituzionali. Datemi non solo un consenso ma un’investitura per forzare questo confine. Trasformerò il governo in un premierato, poi al momento giusto non escludo di candidarmi al Quirinale, per trasformare il Paese in una repubblica presidenziale di fatto. La Costituzione seguirà. Questa è l’unica logica possibile della pretesa dei pieni poteri. Non è difficile vedere come questo passaggio s’incastri perfettamente nella predicazione e nella politica che la destra al governo (la Lega naturalmente, ma anche i Cinque Stelle) ha fatto in questa lunga fase.Ecco cosa c’è dietro la formula dei pieni poteri. Tutto questo sarebbe sufficiente per spiegare il voltafaccia reciproco che ha portato all’alleanza tra il Pd e i grillini. Ma non è così. I Cinque Stelle non hanno formulato un giudizio compiuto sulla politica di Salvini, sulla sua teoria del potere, sulla loro alleanza, salvo il caso isolato di Conte: però solo un minuto dopo che la Lega lo aveva sfrattato dal governo. Molte di quelle politiche sono state condivise, tutte sono state controfirmate e la svolta si è realizzata non per una scelta  autonoma spiegata al Paese, ma perché Salvini l’ha maldestramente determinata. Così oggi il governo è partito, ma per forza di cose è già davanti a un bivio. È un’alleanza tecnica tra due movimenti costretti a incontrarsi per pura necessità o è un’intesa politica che vuole chiudere col passato e aprire una fase nuova per il Paese? Anche davanti alla forzatura di Salvini, che hanno sperimentato a caro prezzo, i grillini continuano a ripetere che destra e sinistra per loro sono uguali, anzi non esistono, come fosse possibile non scegliere: puntando su un fascio indifferenziato di consensi, e rischiando di contrapporre ai pieni poteri un potere vuoto, perché senz’anima”.
 
Gian Micalessin, il Giornale
La nuova luna di miele tra italia ed Europa segna il ritorno a un “passato fatto di promesse e imbrogli”. Così Gian Micalessin in un editoriale sul Giornale. “Se al posto del neo-umanista Giuseppe Conte ci fossero Matteo Renzi o Angelino Alfano sarebbero già scappati a gambe levate urlando alla fregatura.  Loro le promesse da marinaio dell’Europa le conoscono bene. Nel settembre 2015 giurarono agli italiani che il piano sulla ridistribuzione, approvato allora dalla Commissione, avrebbe consentito di spedire negli altri Paesi europei 80 richiedenti asilo al giorno, fino a raggiungere la quota prevista di 40mila persone. E che i Paesi recalcitranti avrebbero pagato 6mila euro per ogni migrante rifiutato. A cinque anni di distanza l’Italia è invece riuscita ad ottenere poco più della metà delle riallocazioni promesse. E chi come la Francia si è ben guardato dal rispettare i piani non ha sborsato un centesimo. Proprio per questo fa sorridere la disarmante faciloneria con cui un premier, privo di qualsiasi memoria storica, ci assicura oggi sulla «grande disponibilità» di Bruxelles a «trovare subito un accordo» per la «ridistribuzione dei migranti salvati in mare».  Che il piano esista, nessuno lo mette in dubbio. Il problema è capire se sia stato pensato per agevolare l’Italia o ingannarla una volta di più. A giudicare dalla genesi non c’è da fidarsi”. Dopo aver ripercorso tutti i fallimenti e gli inganni di questo percorso negli anni più recenti, Micalessin torna al presente: “Ma dietro l’apparente ingenuità di Conte si nasconde anche l’inconfessabile necessità di ricambiare il sostegno garantitogli dall’Ue. Un meccanismo non diverso da quello del 2015, quando Renzi barattò la flessibilità sui conti italiani con la disponibilità a farsi carico di tutti i disperati in arrivo dalla Libia. E a rendere più concreto il parallelismo contribuiscono le parole con cui Conte fa capire che l’operazione Sophia «non è stata del tutto accantonata» e «può essere riattivata in un quadro di rimpatri». Insomma, tutto ritorna. Grazie alla sottomissione del nuovo governo giallo-rosso le navi di tutte le marine militari europee potranno addestrarsi a raccogliere migranti davanti alla Libia e scaricarli nei nostri porti. Con la deferente approvazione dell’ex avvocato degli italiani Giuseppe Conte". 
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