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Tre punti in sospeso

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 11/09/2019

Tre punti in sospeso Tre punti in sospeso Antonio Polito, Corriere della Sera
Altro che Parlamento senza maggioranza. Quello uscito dalle elezioni del 2018 ne nascondeva addirittura due. Una ha espresso il governo più a destra dai tempi di Tambroni, l’altra quello più a sinistra dai tempi di Parri. Il più sovranista e il più europeista. E sempre con lo stesso premier. Antonio Polito, in un’analisi sul Corriere della Sera, commenta il nuovo governo che ieri ha avuto la fiducia anche dal Senato. Bisogna ammettere che i parlamenti – scrive Polito -, da Londra a Roma, dimostrano una notevole capacità di resistenza: lottano per non farsi sciogliere, e non gli manca certo la fantasia. In realtà l’Italia di settembre è uguale a quella di luglio: piena di problemi, acciaccata e impaurita, solo un po’ più divisa. Restano perciò intatte sul campo tre grandi questioni, una delle quali favorisce la destra, una la sinistra, e l’altra il centro (che non c’è, ma proprio per questo potrebbe prima o poi esserci). Il primo tema è il #nazionalismo. È un sentimento popolare che non si è dissolto con la chiusura autunnale del Papeete. E che anzi oggi la Meloni potrebbe interpretare in modo anche più aggressivo. #Bruxelles. Se con questo nome intendiamo la Commissione Ue, il nuovo governo ha il vento in poppa: le ha tolto le castagne del sovranismo dal fuoco. E non per un complotto, come dice Salvini. È che la destra sovranista ha perso le elezioni europee e Salvini ha fatto finta di non capirlo. Infine, siccome la realtà è cocciuta, il terzo grande tema: tra governi di destra e governi di sinistra, qui non si vede più il #centro del sistema. Nessun corpo fisico può restare a lungo in equilibrio senza un centro, e a Conte non basterà fare l’equilibrista per stare in piedi. Una possibilità è che i Cinquestelle si costituzionalizzino, si trasformino cioè da forza «contro» il sistema a forza critica «nel» sistema. Sembra essere il sottinteso che li ha spinti al governo con il Pd. Un’altra possibilità è che il nuovo centro nasca dall’interno del Pd, Renzi si propone come il catalizzatore di un trasformismo parlamentare che più che alla durata di questo governo guarda a quella della legislatura.
 
Andrea Bonanni, la Repubblica
L’Italia ha ottenuto per Paolo Gentiloni il portafoglio degli affari economici. Un obiettivo per il quale si era battuta con determinazione. Ma é una vera vittoria? Andrea Bonanni, in un punto su Repubblica, analizza il significato politico della nomina di Gentiloni a Commissario Ue agli affari economici. La risposta – scrive - dipende in realtà dal confronto tra le motivazioni dell’ex premier, che ha fortemente voluto l’incarico, e quelle della presidente Ursula von der Leyen che glielo ha concesso. Motivazioni solo in parte coincidenti. Gentiloni è arrivato a Bruxelles forte di un curriculum di altissimo livello e accompagnato dal sollievo europeo per lo scampato pericolo di un commissario leghista: avrebbe potuto chiedere, e probabilmente ottenere, qualsiasi poltrona. Ha scelto quella agli affari economici, che ha il compito di sorvegliare le politiche di bilancio degli Stati membri. Ma Gentiloni sarebbe un ingenuo se pensasse di utilizzare quella poltrona per incoraggiare le tendenze spendaccione della politica italiana. Molto più difficile sarà portare a compimento la seconda parte della sua missione, cioè favorire una revisione del Patto di stabilità in senso espansivo, obiettivo che è nel programma del governo Conte, del Pd, e anche negli auspici del presidente della Repubblica. E la prima difficoltà, in questo caso, sta nel fatto che al di sopra di Gentiloni la von der Leyen ha messo il vicepresidente Valdis Dombrovskis, esponente del Nord Europa iper-rigorista, con competenze esecutive sulle politiche economiche e finanziarie della Ue. Prendendo Dombrovskis come vicepresidente responsabile dell’euro, avrà qualcuno pronto a frenare gli entusiasmi dell’italiano. Il risultato è che sarà proprio la presidente von der Leyen a diventare l’arbitro di questa partita e a decidere come, e fino a che punto, allargare le maglie della disciplina di bilancio per sostenere la crescita. E sarà ancora lei a pilotare qualsiasi riflessione sulla revisione del Patto di stabilità, una volta che Berlino e Parigi avranno trovato il punto di mediazione in materia.
 
Maurizio Molinari, La Stampa
La coincidenza di tempi fra la nascita della nuova Commissione europea e del governo Conte bis offre l’occasione di rispondere su più fronti alla sfida del populismo che tiene banco sul Vecchio Continente dal referendum sulla Brexit nel 2016. Il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, nel suo editoriale mette a confronto la nascita del nuovo governo Conte e la nuova Commissione Europea di Ursula von der Leyen. L’occasione – scrive Molinari - nasce dal fatto che la Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen e il nuovo esecutivo presieduto da Giuseppe Conte hanno tre elementi in comune. Il primo è la genesi politica perché la Commissione è l’espressione del voto alle elezioni europee nel quale i partiti tradizionali hanno respinto l’assalto delle forze populiste mentre il Conte bis è frutto di un accordo politico-parlamentare contro la Lega di Salvini che aveva partecipato da protagonista proprio a quell’assalto. Il secondo è nei contenuti del programma perché Von der Leyen ha messo in cima all’agenda clima, difesa, democrazia, crescita e “modo di vita europeo” disegnando una cornice che include il “New Green Deal” e la lotta alle diseguaglianze di cui ha parlato Conte alla Camera illustrando i propri obiettivi. Infine il terzo, e cruciale, fattore di convergenza: tanto Von der Leyen che Conte sono consapevoli che l’onda della protesta del ceto medio è molto alta, il rischio di fallire è reale e se ciò avvenisse populisti e sovranisti avrebbero gioco facile a imporsi come una valanga a Bruxelles come a Roma. A tali e tante coincidenze bisogna aggiungere che il percorso del Movimento Cinquestelle - il più grande partito populista dell’Europa Occidentale - verso il centro è iniziato con il voto a favore di Ursula von der Leyen all’Assemblea di Strasburgo e la conseguente svolta pro-Ue che ha reso possibile il patto di governo con il Pd e l’invio a Bruxelles dell’ex premier Paolo Gentiloni, divenuto titolare del più importante portafoglio - l’Economia - mai ottenuto dal nostro Paese nella Commissione. Da qui l’interrogativo su come Von der Leyen e Conte possano lavorare assieme per far coincidere l’interesse collettivo dell’Ue e quello nazionale italiano. La risposta obbligata è nel trovare una risposta condivisa alle due ferite del ceto medio che alimentano la protesta populista: le diseguaglianze e i migranti.
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