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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 01/08/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Pasini: Meno incertezza politica e più fiducia nelle imprese
L’azienda Italia si è fermata. Crescita del Pil: più 0%. Se fosse un giallo, e ci fosse un colpevole da individuare, la caccia non sarebbe troppo difficile. Gli indizi portano in una direzione ben precisa: nel secondo trimestre di quest’anno a frenare è stata soprattutto l’industria. La spinta deve arrivare con meno incertezza politica e più fiducia nelle imprese. Lo spiega il presidente di Feralpi e Confindustria Brescia, Giuseppe Pasini, intervistato da Rita Querzè per il Corriere della Sera. Il Nord industriale sembra essersi fermato. È così?  «Non capisco dove sia la sorpresa. Lo avevamo detto e ripetuto nei mesi scorsi. Qui a Brescia, nel secondo trimestre del 2019 rispetto al precedente, la produzione nelle imprese manifatturiere è cresciuta soltanto dello 0,4%. Rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso ci siamo fermati al +0,8%. È il risultato peggiore dal 2015».  Come vede il 2019? L’Italia riuscirà almeno a centrare le previsioni di crescita del governo?  «Si parla di un modesto 0,2% ma non è scontato. L’anno rischia di essere compromesso. A noi le antenne non mancano, a partire dall’andamento degli ordini. E i segnali non sono positivi. Da qui un appello: lavoriamo seriamente per risollevare il Paese nel 2020». Appello a chi? «Prima di tutto al governo». Cosa non va? «Basta litigi e risse: abbiamo bisogno di un esecutivo che crei fiducia e porti avanti riforme importanti». Per esempio? «In cima alla lista dovrebbe esserci la riduzione del cuneo fiscale per migliorare il potere d’acquisto dei nostri lavoratori. Poi bisogna rilanciare sul piano industria 4.0 per ricostruire un clima di fiducia e creare le condizioni perché le imprese tornino a investire. Quindi servono messaggi chiari sulle infrastrutture». Veramente qualche indicazione è arrivata. Sulla Tav il premier Conte ha preso posizione. E poi il governo è intervenuto con lo Sblocca cantieri.  «Vede, il problema è che tutto arriva tra mille fatiche e con il contagocce. Serve un messaggio univoco da parte delle componenti di un esecutivo che, appena insediato, ha fermato tutto. I cantieri non si fanno ripartire spingendo un bottone. C’è tutta una macchina che si sta rimettendo in moto, sì. Ma troppo lentamente. Abbiamo bisogno di velocità anche perché questo è un settore che potrebbe trainarne altri».
 
De Rita: L’italia deve ritrovare la sua spinta vitale
«Siamo nel buio di una lunga notte che consuma i nervi. Senza un governo, senza un’idea, senza una linea politica. Dalla crisi si uscirà per sfinimento, ma eviterei toni allarmati: sono per natura uno “sdrammatizzatore” e non vedo pericoli per la democrazia. Lo diceva anche Leopardi: in Italia non c’è mai stata una sedizione pubblica, tranne qualche moto di piazza, forse di quartiere». Lo afferma il presidente del Censis, Giuseppe De Rita, intervistato da Simonetta Fiori per la Repubblica. Ma la teoria del Paese che scorre non rischia di essere troppo consolatoria? «No. In realtà lo scorrere finisce per nascondere il decadimento del sistema produttivo e sociale. Prendiamo l’ossessione romana per i bed & breakfast. Un tempo il grande avvocato comprava uno studio per il figlio laureato: oggi gli lascia l’appartamento da dividere in suites per turisti. Da ceto professionale siamo diventati un popolo di affittacamere, animato dalla visione del rentier. Non mi sembra un passo in avanti». Anche i dati dell’Istat sul Pil disegnano un’Italia stagnante. «Sì, ma devo confessare che questa storia del Pil che cresce o non cresce mi ha un po’ stufato. Ho l’impressione che ci avvitiamo intorno a questi numeretti sempre più tristi e non riusciamo a capire il Paese dove sta. Il numeretto è giusto perché poi a livello internazionale è quello su cui ti giudicano, e so bene che con una crescita del 2 % risolveremmo il problema del debito, tuttavia penso che non sia la questione centrale di questo Paese». E qual è la questione centrale? «Agli italiani manca una chimica vitale, quel fuoco che in passato ha fatto rinascere il Paese dalle macerie della guerra e poi ha innescato il boom economico e l’economia sommersa di Prato e Sassuolo. Oggi è questo fuoco che manca, la spinta dal basso a camminare e crescere, la fiamma imprenditoriale e la fiamma dell’innovazione tecnologica. Certo, lo “zero virgola” del Pil è la fotografia di tutto questo, ma io preferisco concentrarmi sull’esaurimento di una spinta vitale». Nell’ultimo rapporto del Censis avete disegnato un Paese rancoroso e incattivito, che cammina lungo il bordo del burrone. Oggi abbiamo un ministro degli Interni che disprezza le istituzioni parlamentari e predica l’intolleranza. «Ma non lo ritengo un pericolo per la democrazia. La leadership si conquista sul piano internazionale, mentre Salvini resta un italiano verace che mangia la Nutella o sta nudo sulla spiaggia. E la vicenda di Moscopoli rivela che sono stati i russi a fare le intercettazioni e a metterle in circolo. Ora delle due l’una: o volevano licenziare l’alleato italiano o solo mandargli un avvertimento. In entrambi i casi la statura di Salvini ne esce ridimensionata. Non è lui a preoccuparmi».
 
Tiraboschi: Disoccupazione in calo ma i posti sono di bassa qualità
«Sicuramente avere ‘aggredito’ la soglia psicologica del 10% di disoccupazione è un dato importante, visto che da molti anni eravamo sopra. Lo stesso vale per il tasso di occupazione, visto che sono anni che siamo sotto le soglie internazionali. Ma i nuovi posti sono tutti di bassa qualità, con stipendi spesso inadeguati. Colpa della nostra bassa produttività e della bassa crescita». Lo dice il direttore del Centro studi Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio, Michele Tiraboschi intervistato da Paolo Baroni per La Stampa. Possiamo dire bicchiere mezzo pieno? «Tutte le cifre vanno lette nel contesto complessivo dei cambiamenti demografici, da un lato, e nello scenario internazionale dall’altro. Sono tutti piccoli segnali di miglioramento, ma che denotano un ritardo rispetto a quanto avviene nel resto del mondo. In particolare noi miglioriamo pochissimo rispetto ad una situazione difficilissima ereditata negli anni passati, mentre gli altri paesi hanno performance migliori. Però 23,4 milioni di occupati non li avevamo mai avuti e neppure il 59,2% di tasso di occupazione». Come incide la demografia? «Ecco, questo è il problema: i dati di oggi ci dicono che per l'invecchiamento della popolazione si è contratta la forza lavoro, e quindi abbiamo meno giovani al lavoro. Quindi questi dati che sembrano positivi in realtà letti nello scenario demografico, che in Italia è peggiore che in altri paesi, in realtà ci dicono che si riduce la forza lavoro. Qualcuno può vedere il bicchiere mezzo pieno e altri no. Come al solito i dati dovrebbero essere letti nel medio-lungo periodo e per aiutare i decisori politici a fare scelte lungimiranti: mentre noi lo usiamo mese per mese per fare guerre di religione». La qualità di questi nuovi lavori è cambiata? «Le tipologie contrattuali offerte ed i trattamenti retributivi sono di gran lunga peggiori rispetto a 10-15 anni fa. Abbiamo un appiattimento verso il basso di salari e trattamenti retributivi, e poi abbiamo visto un’esplosione di tipologie contrattuali di natura temporanea. Questo però è un trend internazionale che è legato alle trasformazioni del lavoro,alla perdita di posti nella manifattura ed al fatto che il lavoro oggi si crea in settori più poveri come il terziario o i servizi alla persona o di prossimità».
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