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Altro parere

Ripartiamo dallo stop

Redazione InPi¨ 01/08/2019

Altro parere Altro parere Antonio Maria Mira, Avvenire
Avvenire torna sul tema del gioco d’azzardo e delle norme sulla pubblicità. E lo fa con un editoriale firmato da Antonio Maria Mira. La situazione sulla pubblicità al gioco d’azzardo, scrive “è deprimente”. “Una confusione che rischia di favorire solo chi in questi anni si è arricchito sull’azzardo e sui danni che provoca. Il divieto di pubblicità era fortemente temuto da questa lobby che si è opposta in tutti i modi, schierando truppe di esperti, esponenti dello sport, big di Confindustria. Tutto previsto. Molto meno la confusione di questi giorni. Proviamo a mettere in fila alcuni punti fermi. Il 9 agosto 2018, il “decreto dignità” del 12 luglio precedente, è convertito in legge. All’articolo 9 prevede il divieto totale e assoluto di pubblicità dell’azzardo, che avrebbe dovuto entrare in vigore un anno dopo, ossia il 14 luglio 2019. Come previsto dal decreto, il 26 aprile 2019 Agcom pubblica le linee guida di applicazione della norma e classifica alcune tipologie come “informazione” e non come “pubblicità” (ad esempio le quote scommesse date durante le partite e le trasmissioni sportive). Già sulla base delle indiscrezioni e poi ancor di più dopo la pubblicazione, il mondo associativo lancia l’allarme sullo stravolgimento della norma. E il Governo? Tace. Anzi il 5 giugno la commissaria Agcom Liberatore spiega che «non ha fatto pervenire considerazioni critiche» sulle linee guida che l’Authority stava elaborando. Improvvisamente dopo il 14 luglio, col divieto in vigore nella veste “edulcorata”, scattano le proteste politiche e governative. Fuori tempo massimo. Sembra il gioco delle parti. È stata fatta una norma ma gli effetti sono vanificati. Norma importante, tra quelle più richieste dal mondo “noslot” per combattere Azzardopoli e prevenire le azzardopatie. Ma la norma è fatta male fin dall’inizio. Responsabilità dei politici o dei tecnici? Di chi l’ha scritta o di chi non ha vigilato? Ma ancora una volta, come spesso accade per l’azzardo (tanti i precedenti di norme fatte male più o meno coscientemente), è andata così. Il ministro Di Maio, “padre” del decreto, accusa l’Agcom. L’Agcom replica, anche con una lettera al direttore di questo giornale, sostenendo che sono state elaborate interfacciandosi coi Monopoli – come indicato dal Governo – che fanno il loro lavoro ma anche “difendono” un gettito, che non è poco, più di 11 miliardi che entrano nelle casse dello Stato dalle tasse (prevalentemente) sui poveri che è l’azzardo. Un gettito che fa comodo anche a questo Governo che per coprire parte dei propri provvedimenti “bandiera” come il reddito di cittadinanza e quota 100, ha aumentato le tasse su slot e vlt. E infatti le entrate nei primi sei mesi dell’anno sono state superiori di quasi il 10% rispetto allo stesso periodo del 2018, sicuramente effetto dell’aumento della tassazione in un settore che nulla produce, molto distrugge ma non conosce crisi. Anche perché, dopo il divieto della pubblicità, di azzardo non si è più parlato e dal governo non si hanno notizie della tanto at- tesa riforma complessiva che final- mente riduca l’offerta di azzardo. Insomma il solito pecunia non olet e fa molto comodo. E ora? Il governo batta un colpo, altrimenti il sospetto di coda di paglia sarebbe legittimo. Non basta, co- me fa Di Maio, accusare le lobby o annunciare ricorsi al Tar, ormai fuori tempo massimo. Serve un nuovo provvedimento, chiaro e netto, che eviti pasticci e pastette. C’è un pre- cedente che aiuta, quello del divieto della pubblicità del tabacco. Non è più il tempo di gelosie, di medaglie da appuntarsi sul petto. Prima di tutto la salute dei cittadini, la tutela delle persone e delle loro famiglie. Basta un decreto. Ma fatto bene, chiaro, senza se e senza ma, senza aree grigie o in ombra, senza cedimenti e favori più o meno palesi ai signori di Azzardopoli. Solo così sarà un vero stop alla pubblicità. E poi si metta davvero in campo una riforma complessiva, coinvolgendo il mondo associativo, senza timore di perdere qual- che miliardo di tasse. Perché quel- lo che i cittadini non butteranno più in slot e scommesse lo utilizzeranno meglio e, perché no, anche in consumi veramente utili. E questo vuol dire anche gettito fiscale. Ma questa volta sarebbero soldi diversi, davvero pecunia che non puzza”.
 
Guido Bandera, Quotidiano Nazionale
Quello dei ‘pendolari della salute’ è un triste fenomeno non sempre messo in evidenza sui giornali. Ne parla Guido Bandera sul Quotidiano Nazionale:  “Una sala d’attesa come tante, nel ventre dell’anonima architettura di uno degli ospedali della cintura milanese. Le persone sono in coda per una visita dalla quale contano di uscire con un po’ di speranza. Sono nervose, come quando in stazione si cerca sul tabellone l’orario di un treno che non arriva mai. E come in un atrio ferroviario provengono da tutta Italia. Sono i pendolari della salute, che in massa scelgono il mito (e la realtà) dell’efficienza sanitaria lombarda, del suo modello pubblico-privato fatto di competenza e cure all’avanguardia. Spesso, chi sta vicino a loro arriva da molto più vicino. E con lo sguardo cerca elementi che dicano di dove siano coloro accanto ai quali siedono. Nascono conversazioni, a volte amicizie, anche durature. Molto di rado, nei commenti ai parenti che condividono l’ansia e la tensione, qualcuno si lascia andare e attribuisce – magari senza dirlo – a chi arriva da lontano la colpa della lunghezza delle attese, di esami rinviati, di visite fissate troppo in là. La classica guerra fra poveri. Si cede per un istante alla tentazione di un pensiero malevolo, subito mitigato dalla solidarietà fra chi soffre e dall’orgoglio della convinzione di vivere in un luogo dove la sanità, se non sempre ti salva la vita, almeno non te la toglie. Un diritto negato altrove, che in Lombardia è privilegio. Da qui, il sud degli ospedali diroccati, invasi dalle formiche, a volte sembra solo un incubo esotico. Ma chi fa della salute un business, all’ombra del sistema sanitario regionale, sa anche che questi viaggiatori delle cure sono una risorsa preziosa. Non a caso, anche nella profonda provincia, accanto agli ospedali sempre più spesso fioriscono bed&breakfast, alberghi e residence. Perché non esiste solo il flusso dei rimborsi che dalle regioni meridionali giungono al Nord in cambio delle prestazioni in trasferta, ma anche l’indotto di questa forma di turismo obbligato. Eppure, di tale primato non sempre la politica del Pirellone va orgogliosa. Per evitare tensioni e tempi dilatati a causa di queste migrazioni sanitarie, infatti, la precedente giunta di Roberto Maroni aveva provato a mettere un tetto massimo alle attività svolte per chi viene da fuori. Ma i viaggi della speranza continuano”. 
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