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Un Paese, due facce, tanti dubbi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 01/08/2019

In edicola In edicola Dario Di Vico, Corriere della Sera
Il paradosso dell’occupazione che cresce e del pil stagnante è il tema dell’editoriale del Corriere della Sera firmato da Dario Di Vico. “Che cosa sta accadendo? Per rispondere è bene partire individuando l’epicentro della stagnazione e purtroppo ciò rimanda alla manifattura, asset di eccellenza del nostro sistema-Paese. La fascia alta del sistema industriale viene da anni di inaspettati e clamorosi successi nell’export, nessuno all’inizio della Grande Crisi avrebbe mai scommesso sul fatto che ne saremmo usciti ridimensionati dal punto di vista quantitativo ma molto più internazionalizzati di prima. Quel traino non c’è più per via delle turbolenze commerciali legate alle politiche di Trump ma anche perché il nostro punto di riferimento, il sistema-Germania, si è inceppato. La nostra industria medio-grande è anche alle prese con una trasformazione digitale che procede a macchia di leopardo ma che si sta rivelando estremamente impegnativa per i gruppi dirigenti e sta mostrando un deficit di capitale umano sconfortante. Diverso è il tipo di sofferenza del sistema delle Pmi: i dati non segnalano una nuova selezione darwiniana dopo quella del 2008-15 ma il sistema va alla spicciolata. Tutti questi percorsi, sommati, non aiutano l’economia italiana a uscire dalla stagnazione, ma anzi segnalano rischi di retrocessione. L’Istat ci dice, però, che a fronte delle difficoltà della manifattura un contributo positivo arriva dall’occupazione e dai servizi. Nel primo caso si tratta però di un incremento fatto di part time involontario, sembrano aumentare le teste che lavorano ma non la somma delle ore. Siamo arrivati ai mini jobs senza averlo deciso e proliferano soprattutto nel terziario. Ma, ed è questa la domanda chiave, che tipo di terziario? Ad alta intensità di lavoro ma a basso valore aggiunto: potremmo chiamarlo un terziario mediterraneo fatto di tanta ristorazione fuori casa, affitti via Airbnb, servizi turistici low cost, minimarket, logistica e-commerce, occupazione stagionale, scivolamenti nel sommerso e, in aggiunta, posti statali. Sono in vista, infatti, perlomeno due stock di assunzioni pubbliche con i navigator e il personale docente della scuola. Se volessimo proiettare, pur senza esagerare, tutto ciò in chiave politica potremmo dire che questo modello mediterraneo assomiglia più a Di Maio e alla constituency 5 Stelle che a Sal- vini principe del Nord (per inciso la mini flat tax per le partite Iva non sta funzionando: -58 mila occupati autonomi in un solo mese). Complessiva- mente però il rischio che si in- travede all’orizzonte riguarda l’intero sistema-Paese che assomiglia a un ascensore in di- scesa di un piano se non due. Perché la contraddizione tra un Pil stagnante e un’occupazione resiliente ha, purtroppo, un solo possibile esito: il primo che contagia la seconda”.
 
Tito Boeri, la Repubblica
Su Repubblica, l’ex presidente dell’Inps, Tito Boeri, si sofferma sull’analisi dei dati sull’occupazione in crescita a fronte di un pil stagnante e parla della “qualità del lavoro perduto”. Cerchiamo innanzitutto di capire perché questo accade. Un Paese in calo demografico ha una tendenza inerziale a far crescere i tassi di occupazione, anche se la domanda di lavoro ristagna assieme all’economia nel suo complesso. In sintesi, aumenta la percentuale di chi lavora nonostante l’economia ristagni soprattutto perché siamo in meno a poter lavorare, c’è più lavoro di bassa qualità e c’è molto sostegno pubblico. Cosa si può fare allora perché aumenti contemporaneamente sia la quantità che la qualità del lavoro, dunque il suo contributo alla crescita economica del Paese? Le agevolazioni contributive sono diventate forse il principale strumento di politica industriale in Italia. Introdotte per lo più come strumenti congiunturali, finiscono per venirci riproposte. Magari con qualche modifica, ogniqualvolta si manifestano disponibilità di bilancio. Il nostro Paese soffre di cattiva allocazione del suo capitale umano, con una disoccupazione intellettuale molto alta, scarsa formazione in azienda che completi l’istruzione formale e lavoro in eccesso in imprese che hanno scarse prospettive (come confermato dalla crescita del ricorso alla Cassa integrazione straordinaria negli ultimi mesi). Bene perciò evitare che agevolazioni di fatto selettive accentuino queste caratteristiche del nostro mercato del lavoro. Importante, inoltre, contrastare in modo più efficace il nostro persistente dualismo contrattuale. Il problema è che gli effetti del Jobs Act sugli ingressi a tempo indeterminato sono stati in gran parte vanificati dal decreto (Poletti) che pochi mesi prima dell’introduzione del contratto a tutele crescenti aveva reso molto vantaggioso per le imprese le assunzioni a tempo determinato (diventate di fatto un periodo di prova lungo tre anni). E il decreto Dignità ha reso più costosi i rinnovi dei contratti a tempo determinato, ma anche i contratti a tempo indeterminato riportando, anche a seguito del pronunciamento della Corte Costituzionale, il costo dei licenziamenti a 36 mesi anche per chi ha basse anzianità aziendali. Il governo in carica ha anche fortemente incentivato fiscalmente le partite IVA che nascondono spesso rapporti di lavoro dipendente. Se la volontà è quella di aumentare le assunzioni a tempo indeterminato, bisognerebbe riformulare il contratto a tutele crescenti in vigore, recependo le indicazioni della Corte Costituzionale”.
 
Mario Deaglio, La Stampa
Anche La Stampa, con Mario Deaglio, dedica l’editoriale ai dati su Pil e lavoro e prova a spiegare la discrasia tutta italiana. “La produzione dell’Italia non aumenta, l’occupazione invece sì. Dietro questo apparente miracolo, messo in luce dalle statistiche pubblicate ieri dall’Istat, si cela una realtà crudele: la produzione non cresce soprattutto perché il “lavoretto” sta, in parte non piccola, sostituendo il lavoro e quindi ciascun lavoratore produce in media un po’ meno di prima, un impiego normale basta sempre meno a una persona – e meno che mai a un’intera famiglia – per condurre una vita normale. Il motivo di fondo di questa situazione non è la “cattiveria” dei datori di lavoro, anche se la torta che non cresce, e deve essere suddivisa tra più persone, sta diffondendo nella società una “cattiveria” generalizzata. Lo si trova, invece, in una situazione generale sovente sottovalutata: siamo tutti “schiavi” di un nuovo modo di produzione che ha orizzonti sempre più corti. Un tempo si costruivano acciaierie,  impianti  industriali, opere  pubbliche  nell’ipotesi che durassero per tempi lunghissimi, addirittura per sempre. Oggi questo avviene sempre meno perché nell’era informatica l’innovazione si brucia in pochi anni: basti pensare all’iPhone che ha divorato il cellulare tradizionale, ai nuovi sistemi di vendita per via informatica che insidiano non solo i piccoli negozi – che spesso, radicati sul territorio, hanno sorprendenti capacità di resistenza – ma anche i grandi centri commerciali e i supermercati, all’attività  bancaria  che  richiede sempre meno addetti. In questo malessere generale spicca la posizione dell’Italia, il paese avanzato che detiene il poco invidiabile record della più lunga ‘crescita zero’ dal Dopoguerra in poi: di fatto, la nostra economia non cresce più. Da circa un quarto di secolo e arriviamo così al paradosso di un prodotto interno lordo immobile a fronte di un’occupazione che cresce. Questa crescita, infatti, è dovuta soprattutto a lavori non molto buoni e non molto sicuri che oggi possono nascondersi statisticamente anche dietro la formula dell’assunzione a tempo indeterminato. La perdita di gran parte delle garanzie legali alla conservazione del posto di lavoro non può di fatto essere ristabilita con un ritorno al passato, ossia con nuove garanzie legali, in un mondo che, indipendentemente da ciò che farà l’Italia, ha comunque scelto di andare avanti. Come si reagisce a una situazione di questo genere? Sostanzialmente abbandonando alcune certezze di quando il lavoro era, per sua stessa natura, più stabile e più sicuro e l’istruzione ricevuta da giovani era sufficiente a garantire un lavoro efficiente per tutta la vita. Oggi chi non si aggiorna continuamente viene rapidamente spinto ai margini della propria professione (ammesso che ne abbia una) ed  è  costretto a costruirsene un’altra”.
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