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La movida senza regole

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 31/07/2019

In edicola In edicola Antonio Polito, Corriere della Sera
La cornice dell’assassinio del carabiniere ucciso, la movida romana, è spesso senza regole e fuori controllo. Ne parla Antonio Polito sul Corriere della Sera: “Il palcoscenico sul quale si è consumata la tragedia del vicebrigadiere Rega è la movida. Non la causa, né il movente, anche se la droga c’entra eccome. Ma lo scenario, l’ambientazione, la prassi delle notti romane. Interi quartieri della capitale, ma se è per questo anche di altre città italiane, sono stati appaltati a una microeconomia del divertimento che ne ha fatto dei parchi a tema. In quella piazza di Trastevere, nella sera fatale, c’erano tutti gli ingredienti della movida romana. C’era quella selva di piccole illegalità che, sommate, fanno il degrado, di fronte al quale ognuno si sente autorizzato ad andare un po’ più in là. Le nostre città d’arte, Roma più di tutte, sono un’attrazione anche perché qui i turisti possono fare cose che a casa non possono fare, e trasgredire è bello in vacanza. I sostenitori della movida dicono che i ragazzi avranno pure diritto a fare un po’ di casino, e che se non puoi pagarti un aperitivo sulla terrazza-bar, almeno la birra nella piazza di sotto deve esserti consentita. È giusto. Un tempo, quando erano gli intellettuali come l’assessore Nicolini ad occuparsene, si chiamava «fruizione». Ma oggi, al posto degli eventi culturali e di Almodóvar, tra i fast food e i motorini, a Trastevere è rimasto solo il cinema America, e qualche pestaggio dei «fasci» a chi ne indossa la maglia. Da anni si combatte, quartiere per quartiere, la battaglia tra residenti e movida, e non solo nelle grandi città. Viene presentata di solito come una lotta tra reazione e progresso, tra anziani che vogliono dormire e giovani che vogliono sballare, tra vecchi borghesi e nuovi proletari. Ma è un conflitto più complesso, suscettibile di segnare il futuro delle nostre città. Le quali, oltre che «fruizione» sono anche «funzioni»: servono cioè a chi le abita per spostarsi, per riposare, per parcheggiare, per andare in trattoria o all’ufficio postale. Se queste «funzioni» sono impedite, i residenti trasformano i loro appartamenti in B&B e se ne vanno, e con loro se ne va la vita diurna: resta solo una desertificazione da movida che può produrre nuovo conflitto socia- le e nuove emarginazioni, come nelle città americane, divise tra inner cities e suburbs. E invece i nostri centri sono «storici» proprio per il mix originale di ceti e funzioni, e la borghesia si chiama così perché è nata nei borghi medievali, dove convivevano commercio e artigianato, industria e professioni, cattedrale e broletto. Bisognerebbe trovare il giusto mezzo: il turismo è la grande forza motrice del secolo, porta soldi, sarebbe velleitario e autolesionista pensare di chiudersi ai flussi, né si può avere la puzza al naso per quello cosiddetto «low cost». Però neanche possiamo accettare di trasformarci nel parco giochi del terzo millennio. I fenomeni devono essere governati, come si dice. Cominciando con il restaurare standard accettabili di legalità”.
 
Ezio Mauro, la Repubblica
L’attuale fase politica segna il “punto zero dei grillini” che ora devono decidere in sostanza ‘cosa fare da grandi’. Questo il senso di un lungo editoriale di Ezio Mauro su Repubblica. “Dunque - scrive l’ex direttore - è bastato che affiorasse la parola crisi nel duello di potere tra Salvini e Di Maio, perché nel Pd spuntasse il miraggio del ritorno al governo (nascosto dietro confuse formule dorotee di avvicinamento) come l’oasi nel deserto per l’assetato. Nemmeno un minuto speso a pensare se quell’acqua è potabile, a che punto è la traversata, e soprattutto quali sono le cause della lunga sete della sinistra italiana. Naturalmente lo spettacolo che la maggioranza penta-leghista offre di sé ogni giorno è indecoroso, il Paese è allo sbando, tre mezzi leader si contendono il timone col risultato che la nave procede a zig zag, e nessuno conosce la rotta. È evidente che così non può durare, ed è altrettanto evidente che Cinque Stelle e Lega ragionano ormai in una logica elettorale curando ognuno i propri interessi conflittuali, con buona pace del famoso contratto, del Paese e delle sue urgenze. Detto questo, davvero la sinistra può pensare di tornare un giorno al governo dal buco della serratura di una porta altrui, come se le fosse impedito per sortilegio lo scalone d’onore di palazzo Chigi e dovesse accontentarsi ogni volta dell’ascensore di servizio? Torniamo dopo anni ai figli di un dio minore, ma questa volta per scelta e per autodannazione. Nel recente e travagliato passato della politica italiana è già successo, come tutti ricordiamo. Ma la differenza è che allora si era aperto un vuoto nel sistema, per la crisi dell’egemonia berlusconiana, mentre oggi dall’altra parte c’è un pieno, con il consenso per Salvini che nonostante gli scandali sale fino al 37 per cento. I grillini non sono il sole, ma una stella spenta: che, soprattutto, non abita nella parte di sinistra del cielo, ma in quella di destra, come hanno dimostrato ogni giorno nel corso di quest’avventura di governo, criticando ma controfirmando tutte le scelte di Salvini, comprese quelle razziste e xenofobe, sottoscritte fin dalla radice ideologica. In un paradosso schizofrenico, quanto più cresce l’insofferenza dei grillini per la Lega, tanto più aumenta la loro subalternità, col risultato di un marchio esclusivo di destra estrema per il governo, percepito così in tutta Europa. Invece di chiedere al Pd se intende allearsi coi Cinque Stelle, bisogna infatti rovesciare l’onere della prova, come ha fatto Scalfari. Tocca ai grillini rompere il tabernacolo del loro mistero politico. Non per scegliere un possibile alleato, sotto l’urgenza dello stato di necessità e urgenza, senza nessuna elaborazione politica, come se si giocasse a Monopoli o al calciomercato. Non è questo il punto.  Piuttosto, prima di dire con chi vogliono stare, è arrivato il momento per i Cinque Stelle di dire finalmente alla democrazia italiana chi sono, da quale pasta sono composti, a quali culture fanno riferimento, in quale parte della loro geografia immaginaria collocano l’Italia nei prossimi anni, quali interessi vogliono rappresentare, qual è la loro visione del Paese. Da tutto questo – e solo da questo – nasce la scelta degli interlocutori possibili”.
 
Luigi La Spina, La Stampa
Le (non) deliberazioni del comitato di bioetica sul cosiddetto suicidio assistito e la politica incapace di decidere. Sulla Stampa, Luigi La Spina prova a mettere ordine nel dibattito: “Un buon consiglio, quando viene seguito a metà, può diventare un pessimo consiglio. È il caso del famoso motto di un grande liberale, Luigi Einaudi, che raccomandava: «Conoscere, per deliberare». L’uso, da parte dei nostri politici, della seconda parte della massima, senza riguardo per la prima, è ormai così usuale che non occorre citare esempi. Ma anche fare il contrario, può produrre conseguenze molto negative.È il caso, appunto, del parere del Comitato nazionale di bioetica che, in un pensoso documento, invita autorità istituzionali, giuristi, operatori sanitari e pure comuni cittadini, alla «riflessione» sull’aiuto al suicidio, ovviamente «nel rispetto di tutte le opinioni» e si spinge coraggiosamente  perfino  a  riconoscere che, tra «eutanasia e assistenza al suicidio», ci sia differenza. Peccato che, dopo molte raccomandazioni assolutamente condivisibili, in pieno stile lapalissiano, la Commissione non esprima né un «sì» né un «no» a un intervento che, secondo l’articolo 508, redatto  nel  1930,  in  era  fascista, equivale all’istigazione al suicidio. Arrivati a questo punto, sulla base di consigli, raccomandazioni, riflessioni, pure ultimatum, peraltro del tutto ignorati, della Corte costituzionale, sarebbe ora che il Parlamento nazionale si prendesse la responsabilità di decidere su una questione, ardua certo, divisiva anche, ma che non può più essere lasciata nel limbo di un assurdo vuoto legislativo. Imbarazzi  e  ipocrisie,  conflitti  di competenze, convenienze elettorali,  ignorano  tragedie  quotidiane che, in giornate di straziante dolore, costringono pazienti e famiglie o a scappare all’estero per trovare soluzione a condizioni di vita ormai inaccettabili, o a cercar di aggirare le leggi, con la complicità sottintesa di tanti medici e infermieri che fanno del buon senso la loro intima regola professionale. Uno Stato degno di questo nome non può abdicare, senza neanche ammetterlo, rispetto alla responsabilità di rispettare i diritti più profondi dei cittadini, quelli della libertà di giudizio sulle loro condizioni di vita, se siano ancora compatibili con quello che questa parola significa. Non può mascherarsi vilmente dietro pareri, dispute, ammonimenti di questa o di quell’altra commissione, non può trascurare i perentori inviti a decidere della Corte  costituzionale. Soprattutto, non può chiudere occhi e orecchie davanti allo strazio di tanti suoi cittadini, di tante sue  famiglie  che  aspettano  da  troppo tempo un segnale di comprensione umana e di rispetto per un diritto insopprimibile, quello di decidere di se stessi. Come è stato per il divorzio, come è stato per l’aborto, sia pure attraverso conflitti decennali, comprensibili crisi di coscienza, rispettabili remore religiose e morali, alla fine lo Stato è riuscito a non sottrarsi al compito non di imporre condotte che l’individuo non si senta di accettare, ma al dovere di lasciare libertà di coscienza rispetto a scelte difficili, amare, drammatiche, ma che non possono essere sequestrate al cittadino, in nome di una “morale di Stato” che è la pudica e ipocrita maschera verbale di quello “Stato etico” che vorremmo seppellito nella tragica storia del secolo scorso”.
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