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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 24/07/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Airola: tutti i miei colleghi del M5S dovrebbero dimettersi
«Sono affranto, non riesco a credere che questa nostra battaglia possa finire così». Lo afferma il senatore Alberto Airola, da sempre un No Tav, intervistato sul Corriere della Sera da Gabriele Guccione dopo l’annuncio del Sì all’opera fatto dal premier Conte. Senatore, che cosa farà adesso? «Avevo promesso che mi sarei dimesso se la Tav fosse passata. Non era un ricatto, l’avevo detto d’impeto». E dunque si dimetterà? «Dipende, valuterò nei prossimi giorni». Da che cosa dipenderà? «Qualcuno mi ha fatto notare che se mi dimettessi ora non conterei più nulla, invece bisogna restare in Parlamento per continuare a osteggiare quest’opera inutile e dannosa. E, in fondo, penso pure un’altra cosa…». Che cosa? «A dimettersi dovrebbero essere tutti gli altri 5 Stelle, non io che sono rimasto coerente». Di Maio ha ribadito la sua contrarietà al super-treno e ha chiesto che siano le Camere a esprimersi col voto. «Di Maio ha fatto una dichiarazione pilatesca. Sa benissimo che in Parlamento non abbiamo i numeri per bloccare l’opera. Dovevamo prima di tutto risolvere la questione tra di noi, con il nostro contraente, la Lega». Nel contratto di governo c’era scritto che l’opera andava ridiscussa, non bloccata. «Ma questa ridiscussione non è stata sufficiente. E Di Maio non può pensare di lavarsene le mani». E il premier Conte? «In questi mesi gli ho scritto una valanga di email per spiegargli come sospendere l’opera davanti alla conferenza intergovernativa. Ho stima di lui, ma è stato malconsigliato, altrimenti non direbbe che il Tav adesso costerà meno e che, se non si dovesse fare, l’Italia perderebbe dei soldi. L’Europa ha promesso più fondi, ma non ha ancora firmato niente. E di penali non ce ne sono».
 
S. Johnson: sogno che mio figlio dica “restiamo in Europa”
«Sogno che mio figlio dica: “Restiamo in Europa!”». E’ quanto confida Stanley Johnson, padre del neo premier britannico in pectore Boris Johnson, intervistato su Repubblica da Antonello Guerrera. Suo figlio è un Brexiter, mentre lei è un convinto europeista. «Assolutamente. Sono stato eletto al Parlamento europeo nel 1973, che onore! Una delle persone che ha influenzato di più la mia vita è stato Altiero Spinelli, padre fondatore dell’Europa, e poi Ventotene… fondammo il Crocodile Club e lì prese forma l’Europa di oggi». Ma suo figlio vuole completare la Brexit. «Il popolo britannico ha votato e bisogna rispettarlo. Io sono democratico fino alla fine». Ma da europeista non è un po’ triste? «Certo che sono triste! L’Unione Europea non ha fatto nulla di sbagliato e su alcuni temi, come l’ambiente cui tengo moltissimo, è straordinaria. Ma i britannici hanno deciso di riprendersi una certa indipendenza e va bene così. Sarà cruciale mantenere quanto più possibile i legami con l’Ue: schiacciarci sull’America di Trump può essere molto pericoloso». Boris come sta vivendo questo momento? «Lo vedo molto rilassato. È una grande sfida ma lui è cresciuto in una fattoria quindi è abituato… Boris è convinto di uscire dall’Ue il 31 ottobre, anche senza accordo, e condivido il suo ottimismo: ci siamo risollevati negli anni Quaranta, che cosa sono due punti di Pil in meno al confronto?». È orgoglioso di suo figlio? «Chi non lo sarebbe? Ma è un momento agrodolce per me. Sarei più felice se fossi padre del leader di un Regno Unito ancora in Ue. A meno che Boris non dica “Scusate, la Brexit non siamo riusciti a realizzarla, ora rimaniamo in Europa!”. Chi lo sa…”».
 
Moavero: per l’Italia il libero commercio è vitale
La diplomazia italiana si sta adeguando alle sfide della globalizzazione per difendere l’interesse nazionale e promuovere il “soft power” italiano e migliorare la presenza dei nostri prodotti nel mondo. Lo afferma il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, intervistato sul Sole 24 Ore da Gerardo Pelosi. Vede più elementi di continuità o discontinuità rispetto al passato nelle posizioni italiane in politica estera? «La nostra politica estera ha tre pilastri di riferimento: Onu, Nato e integrazione europea. Le tre organizzazioni mantengono intatta la valenza ideale. Tuttavia, la loro prospettiva operativa dipende molto dalla capacità di riformarle e l’Italia deve contribuirvi con iniziative costruttive. Le sfide globali e il nuovo mondo multipolare stanno trasformando radicalmente il modo di fare politica estera e lo stesso ruolo degli Ambasciatori». Quando si parla dell’Italia si fa spesso riferimento alla nostra leadership nel cosiddetto “soft power”. Come trasformare questo in un vantaggio competitivo nel dialogo anche politico con i nostri principali partner? «Qualche dato: l’Italia è ottava nel mondo per il suo Pil, settima per produzione manifatturiera e quinta se guardiamo al surplus commerciale manifatturiero; in quest’ultime due classifiche siamo secondi in Europa. Ciò significa che la nostra industria è molto competitiva e che il libero commercio è per noi vitale. Dobbiamo continuare a puntare sulla qualità dei prodotti industriali e agricoli, investire, innovare, brevettare, far crescere il settore dei servizi nei comparti nodali e modernizzare le relative infrastrutture. Inoltre, per affermarsi nel mondo è fondamentale essere percepiti come una controparte negoziale ambita e affidabile. Ed è qui il grande ruolo dell’immagine positiva di cui beneficiamo: di solito, non siamo visti come prevaricatori, né aspiranti dominatori e i nostri prodotti sono istintivamente associati a idee gradevoli e vengono apprezzati per l'alta qualità tecnica specialistica».
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