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Un gioco (sempre pi¨) pericoloso

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 23/07/2019

Un gioco (sempre pi¨) pericoloso Un gioco (sempre pi¨) pericoloso Franco Venturini, Corriere della Sera
La sfida tra Donald Trump e l’Iran sta diventando un gioco sempre  più pericoloso. Lo scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera. “Donald Trump - scrive l’editorialista - strangola l’economia iraniana con le sue sanzioni, incassa l’abbattimento di un drone Usa e manda centinaia di soldati nella vicina Arabia Saudita, liquida come falsa la cattura a Teheran di diciassette spie della Cia, ma continua a ripetere che lui una guerra con l’Iran non la vuole. La guida suprema Khamenei se la prende con le petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz, ne danneggia sei e una la sequestra, distrugge il drone americano, ma anche lui afferma, con il presidente Rohani, che non vuole una guerra tra Iran e Usa. Sembra di essere alla vigilia della Prima guerra mondiale, nel tempo dei «sonnambuli» quando tutti negavano di volere un conflitto e già risuonavano le pistolettate di Sarajevo. Il mondo e le circostanze sono certo molto diverse, ma anche oggi faremmo bene a dubitare, e a temere che un attentato di Sarajevo in chissà quale forma possa giungere all’improvviso. Quanto può durare, del resto, un esercizio di provocazioni al limite dell’esplosione bellica come quello che è in corso da mesi nel Golfo Persico? Il capo della superpotenza americana e le massime gerarchie di Teheran, in realtà, stanno  facendo esattamente lo stesso gioco. n gioco che non soddisfa settori importanti del loro potere e che di questo passo, petroliera dopo petroliera e drone dopo drone, rischia di deflagrare in anticipo rispetto ai calcoli dei due giocatori. Il paradosso che ulteriormente accomuna il presidente Trump e i capi di Teheran è proprio questo, che tutti devono fare i conti nella loro strategia con un serio problema di opposizione interna. Fragili equilibri interni, fragilissimi equilibri tra i flutti del Golfo Persico, quanto durerà il gioco? L’unica certezza è che l’Iran ha deciso di sfidare il mondo, di aumentare progressivamente la quantità e l’arricchimento dell’uranio che possiede visto che l’accordo del 2015 nei fatti non viene applicato. Non c’è da allarmarsi troppo, l’arricchimento è passato dal 3,6 per cento al 4, e per un ordigno atomico serve un livello del 90 per cento. Ma c’è già chi vuole passare al 20. E Israele, un passo più in là, ha ragione di allarmarsi più di quanto abbia sempre fatto. Forse dovrebbe parlarne anche a Trump”.
 
Sergio Rizzo, la Repubblica
L’Italia è decisamente un Paese senza normalità. Su Repubblica Sergio Rizzo passai rassegna i fatti di queste settimane e stila un’impietosa pagella. “Si dovrà chiarire se per mandare in tilt l’alta velocità, spezzare l’Italia in due e gettare nel panico sotto una calura insopportabile centinaia di migliaia di persone «è bastata una sigaretta», come dice un sito anarchico. Di sicuro è andata in fumo ancora una volta la normalità. Se una cabina elettrica rappresenta il ganglio vitale per il funzionamento ordinato di un Paese sviluppato, è normale che sia adeguatamente difesa dagli atti di sabotaggio. Se invece è sufficiente «una sigaretta» per far saltare un sistema che dovrebbe essere protetto come in un bunker, la cosa non è normale. osì non è normale che in un delirio simile chi era bloccato nelle stazioni con temperature vicine ai quaranta gradi abbia dovuto attendere in molti casi ore per avere assistenza, magari solo con la distribuzione di un po’ d’acqua. E mentre i passeggeri boccheggiavano imbufaliti davanti ai monitor dove i ritardi diventavano via via sempre più abissali nel governo non trovava di meglio da fare che beccarsi l’un l’altro. Approfittando del dramma ferroviario in corso per scatenare l’ennesimo caos indicibile sulla Torino-Lione che sta dilaniando il Movimento 5 stelle: con Salvini pronto a infilzare senza pietà il ministro dei Trasporti grillino Toninelli, ostile alla Tav, forse immaginando che pure lo stesso premier Conte si prepari a fargli lo sgambetto. Non c’è pace nel governo. Ma neanche nel Paese, dove nulla sembra più essere normale. Non lo è un intero sistema ferroviario che salta per una cabina facilmente incendiata, ma nemmeno una capitale ridotta nelle condizioni che sappiamo: sommersa dai rifiuti, con le aiuole stile savana, i trasporti pubblici ai limiti della decenza, e che si approvi una legge per far riparare le buche delle strade di Roma all’esercito. Non è normale che seicento cantieri in tutta Italia siano bloccati dalla burocrazia, esattamente come vent’anni fa. Oppure che la corruzione prosegua imperterrita ad ammorbare la politica e la pubblica amministrazione, senza soluzione di continuità dall’epoca di Tangentopoli. E in tutto questo è difficile anche comprendere se la perdita della normalità sia la causa di un Paese spaccato, indifeso, spaventato, incattivito e perennemente in preda al panico, o non ne sia piuttosto la conseguenza. Con l’unica certezza che in questo processo di crescente ansia e disorientamento chi sta al governo è parte attiva. I sovranisti leghisti proclamano solennemente: «Prima gli italiani!». Poi però pretendono per la Lombardia e il Veneto un’autonomia che sconfina nella quasi secessione, con la rossa Emilia-Romagna pronta a mettersi a ruota. Un egoismo territoriale capace di spaccare in due l’Italia molto più decisamente di come abbia fatto ieri quella sigaretta di Rovezzano. Di là i ricchi del Nord, di qua i poveri del Sud, e ci manca poco che ritornino anche le gabbie salariali. Ma i sovranisti a Cinque stelle, che alle politiche hanno fatto il pieno di voti al Sud e la super autonomia del Nord ricco l’hanno incautamente sottoscritta nel contratto di governo, ora non ci stanno. E ricomincia l’eterno conflitto, fra insulti e minacce di crisi. Come ieri sulla Tav. Non passa giorno senza che l’Italia sia tenuta costantemente sulla corda, con gli stracci che volano da una parte all’altra di questo improbabile governo Conte, conditi da epiteti tanto violenti da far considerare sorprendente la sopravvivenza del governo”.
 
Cesare Martinetti, La Stampa
La Stampa dedica l’editoriale all’incendio (di probabile matrice anarchica) che ha paralizzato ieri l’Italia ferroviaria e con Cesare Martinetti parla di “pericolo della lumaca”. “L’attentato di Firenze è un atto troppo grave per finire in una stucchevole querelle politica. Per il danno patito da migliaia di viaggiatori e per l’effetto simbolico che ha nella storia d’Italia la parola «anarchici» accostata - a torto e a ragione - a quella di «attentato». Per di più il bersaglio di ieri era una centralina dell’alta velocità, che da almeno vent’anni è diventata il totem di tutte le opposizioni, rappresentativo di un «No» che va ben oltre la  polemica  contro  la  Torino-Lione. È un no di sistema e al sistema. È una guerra che viene combattuta dalla galassia anarchica nazionale e internazionale costituita  da  gruppi  diversi, spesso in polemica fra loro e con forme di lotta differenti. Ma sono l’esercito clandestino di una forma di terrorismo che non ha come obbiettivo la conquista leninista del potere, come le Brigate rosse negli anni Settanta, ma la diffusione caotica di sabotaggi in situazioni sociali sensibili, dimostrazioni di contropotere territoriale, denuncia dei Centri per i migranti, lotta contro gli sfratti e nelle carceri. Sono In un sito di controcultura anarchica e sovversiva (finimondo.org) è stata pubblicata verso mezzogiorno una nota intitolata «la strategia della lumaca», dove l’incendio alla centralina di Firenze viene definito «un gesto di amore e di rabbia», ventun anni dopo la morte in carcere della giovane anarchica argentina Soledad e diciotto anni dopo quella di Carlo Giuliani nel tragico G8 di Genova. L’anonimo autore anticipa la scontata interpretazione al suo testo: «Prenderanno  queste  nostre  parole nientepopodimenoche per una rivendicazione, ma che ci volete fare non riusciamo a trattenere la nostra  emozione  nel  constatare che questo gigante chiamato Potere abbia sempre e comunque i piedi d’argilla…». La «lumaca» ben rappresenta questa volontà di gettare nel caos la circolazione ferroviaria che fa funzionare la «nostra amabile società». Esattamente  cinquant’anni  fa, nella primavera e nell’estate del 1969, l’Italia fu attraversata da un’ondata di attentati  piccoli  e grandi, riusciti e falliti, a treni e luoghi  simbolici. Si preparava l’autunno caldo e il 12 dicembre con la strage di piazza Fontana, quando - come scrisse Norberto Bobbio - cominciò a «degenerare il  nostro  sistema  democratico». Non facciamo paragoni ma la memoria di quella terribile stagione ci dice che mondi equivoci e pulviscolari come quelli degli anarchici sono facile terreno di provocazioni e strumentalizzazioni. Vale per la politica e per il vasto mondo pacifico e pacifista dei NoTav. Il confronto tra programmi da realizzare e come farlo è una cosa, le polemiche strumentali e rituali a forza di tweet, di battute e strizzate d’occhio servono solo al gioco degli anarchici”.
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