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L'Italia giochi all'attacco in Ue

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 18/07/2019

In edicola In edicola Giampiero Massolo, La Stampa
In Europa, in vista delle scelte per Bruxelles, l’Italia deve giocare in attacco. Lo afferma Giampiero Massolo in un editoriale sulla Stampa che, tornando sull’elezione di Ursula von der Leyen si chiede: “Quali conclusioni se ne possono trarre? Intanto, che se l’esito delle elezioni europee di maggio non ha portato a sconvolgimenti rivoluzionari negli assetti tradizionali  delle  famiglie  politiche  europee,  ha senz’altro contribuito a renderle meno compatte all’interno. Alcuni dei partiti che le compongono si sono fatti più sensibili agli umori dei loro elettorati nazionali. Non è un mistero, ad esempio, che, nel Ppe, una parte non irrilevante della Cdu tedesca non disdegni forme di dialogo con i movimenti d’ispirazione sovranista, mentre per reazione non pochi partiti del Pse sono invece portati a radicalizzare le posizioni, rendendo più ardue le intese. Il risultato rischia di vedere una  maggioranza  europeista frammentata e in affanno, pur a fronte di uno schieramento  populista e sovranista che stenta a trovare compattezza e coordinamento. Un Europarlamento più debole e un’Europa in crisi di fiducia, divisa tra nord e sud, incerta perfino sulla sua collocazione geopolitica. In secondo luogo, che la frammentazione delle forze politiche ha comportato una riaffermazione del metodo intergovernativo e delle intese tra governi. La procedura che ha portato alla designazione delle massime cariche dell’Ue ne è stata un esempio eloquente e ha indisposto vieppiù i parlamentari. La saldezza delle istituzioni comunitarie, a cominciare dalla Commissione, non potrà non risentirne. La via di un’Europa a geometria variabile, basata su intese di volta in volta tra gli Stati più solidi si fa quindi più probabile. Per l’Italia, infine. Va detto intanto sul piano generale che storicamente le politiche di isolamento sanitario non hanno mai funzionato. Specie quando, come spesso accade, il potenziale destinatario delle stesse è il primo ad adoperarsi per vanificare gli intenti di emarginazione. Sarebbe stato probabilmente fuori luogo aspettarselo già nel voto di martedì scorso, a fronte delle dichiarazioni pubbliche di Von der Leyen e in presenza di assetti parlamentari che avrebbero reso tutt’al più aggiuntivi i consensi sovranisti. Il voto contrario non può stupire. C’è da ritenere, tuttavia, che prevalga la consapevolezza in concreto di fare sì che il disimpegno non perduri. Sarebbe certo illusorio aspettarsi mutamenti di rilievo negli orientamenti europei o rendite di posizione. Più che mai, dunque, le posizioni vanno conquistate sul campo giorno per giorno. Venuta di fatto meno ove mai fosse esistita, con l’esempio traumatico della Brexit, ogni opzione di uscita, la conclusione ovvia è che con l’Ue si può avere sì un rapporto dialettico e perfino conflittuale, ma occorre ingaggiarsi attivamente. Tutelare nei fatti i nostri interessi. Significa far valere con forza il nostro valore aggiunto ogni volta (e le occasioni sono più di quante si pensi) che possa servire a fare la differenza e a condizionare le decisioni, rafforzare le nostre istituzioni e il sistema Italia per competere alla pari, far rilevare le contraddizioni altrui, condurre una politica di alleanze realistica e flessibile che porti a ricercare a tutto campo, ben oltre gli assi tradizionali, partnership pragmatiche ad iniziare dai temi chiave della crescita, del lavoro, della gestione dell’immigrazione, di un’Europa vicina ai cittadini. Non è tardi per cominciare a giocare in attacco”.
 
Tito Boeri, La Repubblica
A oltre un anno dall’insediamento del governo giallo-verde è oramai evidente di come il Nord si senta tradito. Tito Boeri su Repubblica elenca quelle che definisce le “promesse mancate” nei confronti del settentrione. “Le elezioni del marzo 2018 ci avevano consegnato un’Italia spaccata a metà, con la vittoria delle rappresentanze di due blocchi sociali contrapposti. Da una parte i lavoratori e i pensionati del Nord, rappresentati da un centrodestra dominato dalla Lega, dall’altra i disoccupati e i sotto-occupati del Sud che avevano votato massicciamente per il Movimento 5 Stelle. La coalizione che ha dato vita all’attuale governo ha messo insieme queste due rappresentanze e, a detta di molti commentatori, ha avuto il partito vincente al Nord come forza trainante. Eppure l’agenda di governo sin qui ha del tutto ignorato le istanze del blocco sociale settentrionale. Non c’è stata la flat tax, gradita al Nord dove i redditi nominali sono più alti e c’è però anche un più elevato costo della vita. Una tassazione fortemente progressiva può spingere un contribuente verso uno scaglione fiscale più alto, anche se il suo reddito reale, misurato tenendo conto del potere d’acquisto, non è superiore a quello di chi paga aliquote più basse in zone dove il costo della vita è più contenuto. Anni fa, quando l’inflazione era a due cifre, si parlava spesso del cosiddetto fiscal drag. Ora anche i sindacati hanno smesso di evocarlo, ma c’è ancora, ed è immenso, fra province italiane dato che il costo della vita a Milano è quasi due volte quello di Reggio Calabria. Non c’è stata l’autonomia votata nei referendum in Lombardia e Veneto. Si è, su questo piano, in altissimo mare non tanto per le divisioni nella maggioranza quanto perché un Governo centrale non potrà mai accogliere quella che è di fatto una richiesta di Statuto Speciale da parte delle Regioni che generano un terzo del reddito nazionale. ‘Quota 100’ non ha affatto smantellato la Fornero, non è certo la ‘quota 41’ invocata dal blocco sociale del Nord. Contrariamente a quanto più volte sostenuto dal sottosegretario Durigon, comporta penalizzazioni attuariali per chi fruisce di questa opzione anziché aspettare la vecchiaia o la pensione anticipata. Non a caso, la propensione a prendere quota 100 è stata più alta al Sud, dove molti arrivano alla pensione dalla disoccupazione. Il blocco sociale del Nord ha mal digerito il Reddito di Cittadinanza che va per il 60% a persone che vivono al Sud e che incoraggia chi ha lavori part-time o a salari bassi nel Mezzogiorno a non lavorare dato che per ogni euro guadagnato si perde un euro di sussidio (auguri ai navigator!). Non sappiamo quali siano i motivi di questo tradimento degli elettori del Nord. Forse anche la Lega ha scelto di puntare sull’elettorato del Sud perché più mobile di quello settentrionale e quindi in grado di cambiare le maggioranze nel Paese. Forse è la classe dirigente del partito del Nord ad essersi meridionalizzata. Oppure sono entrambe le cose. Fatto sta che oggi il Nord non sembra avere più una rappresentanza, un proprio partito territoriale. Si è creato uno spazio che, prima o poi, qualcuno è destinato a occupare”.
 
Alberto Orioli, Sole 24 Ore
La concertazione 2.0 pensata dal governo può essere utile a patto che non si tratti di una mera operazione di potere. Lo scrive Alberto Orioli sul Sole 24 Ore. “Aspettiamo dunque il workshop non stop a Palazzo Chigi con le parti sociali. Un anglicismo per ridare smalto a pratiche considerate quasi antiche, sia che si chiamassero concertazione o, più recentemente, dialogo sociale. Inglese o no, l’importante è non perdere l’occasione per affrontare di petto temi cruciali. E che temi se parliamo di lavoro, fisco, spesa pubblica, solidarietà, inclusione sociale, ruolo del mercato e, in definitiva, intervento dello Stato nell’economia. Erano questi, ad esempio, gli argomenti trattati, capitolo dopo capitolo, nell’ormai dimenticato accordo del luglio ’93 con cui il Governo Ciampi riuscì a sconfiggere l’inflazione, abbassare i tassi e creare una nuova architettura di mercato in porzioni importanti della pubblica amministrazione (privatizzazione del contratto nel pubblico impiego, liberalizzazioni delle utilities e delle tariffe, piano per la ricerca e l’innovazione) oltre a innovare a fondo l’architettura delle relazioni industriali e della contrattazione. Sarebbe un peccato (eufemismo) se l’annuncio di creare una sede di incontro a Palazzo Chigi si riducesse solo a una competition personale e politica sulla legittimità o meno a convocare i corpi intermedi di un Paese fatto di rappresentanza ramificata e di associazioni di interessi. Sarebbe un’inutile esibizione di potere se l’incontro servisse a rimarcare che il gesto di Matteo Salvini di convocare al Viminale le parti sociali è stato soltanto uno sgarbo istituzionale da cauterizzare con una nuova convocazione vecchio stile nella Sala verde. Non è tempo di tavoli e tavoloni da gettare in pasto ai social e alla loro fame di fotografie e di immagini. Ciò che conta sono i contenuti. E il primo è innanzitutto d’impostazione culturale perché sono legittimi i dubbi che si possa aprire una nuova, proficua stagione di concertazione 2.0 da parte di chi ha teorizzato, anche in modo molto rozzo, di voler fare a meno della rappresentanza dei corpi sociali, di chi ha teorizzato la democrazia dei clic, la disintermediazione. Scavalcare il ruolo delle parti sociali è stato anche un grande un obiettivo dei primi mesi del Governo Renzi, salvo ripensamenti in un secondo momento. E proprio quel ripensamento può servire di lezione oggi. Poiché è evidente che la riforma fiscale sarà l’architrave della Fase 2 del Governo giallo-verde (se durerà) il confronto con imprese e sindacati si potrebbe rivelare particolarmente utile. E con ogni probabilità sancirà che è decisivo affrontare il tema del cuneo fiscale per ridare ossigeno al ceto medio, via buste paga più pesanti perché alleggerite di tasse e contributi. E sarà decisivo anche il tema della contrattazione decentrata, quella incaricata di distribuire l’aumento di produttività attraverso i premi aziendali, altro strumento decisivo per relazioni industriali 2.0 e su cui concentrare una parte finalmente importante degli sgravi fiscali”.
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