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Una donna e l'Europa da cambiare

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 16/07/2019

Una donna e l'Europa da cambiare Una donna e l'Europa da cambiare Paolo Lepri, Corriere della Sera
L’elezione di Ursula von der Leyen e l’Europa da cambiare. Sul Corriere della Sera, Paolo Lepri si sofferma sul nuovo presidente della Commissione Ue, su quello che andava fatto e su quello che dovrà essere fatto: “Se è vero che «il segreto della libertà è il coraggio», come ha detto ieri Ursula von der Leyen richiamandosi all’antica Grecia di Tucidide e Pericle, la nuova presidente della Commissione dovrà averne molto durante il suo mandato. Questa è una delle poche certezze in un momento così tormentato del progetto europeo. All’ex ministra della Difesa tedesca non mancano esperienza e determinazione. Ma potrebbero non essere sufficienti. Perché diciamo questo? Perché il terremoto politico che ha fatto tremare la casa comune avrebbe forse richiesto interventi di emergenza e non una sostanziale assuefazione allo status quo. Si trattava in primo luogo di riavvicinare l’Europa ai cittadini, di intervenire in campi — dall’occupazione alla sicurezza — nei quali la gente si è sentita abbandonata. Bisognava rafforzare la legittimità democratica. Tutto questo non è avvenuto. Il fatto che le elezioni di maggio abbiano premiato meno del previsto le forze antagoniste non sarebbe dovuto rimanere soltanto una provvisoria consolazione per i (quasi) vincitori. Il classico respiro di sollievo è durato troppo a lungo. L’impressione generale rimane quella di una poco trasparente manovra di palazzo. Paradossalmente, però, questi vecchi metodi hanno prodotto anche risultati politici che potrebbero diventare il punto di forza della donna scelta per succedere al lussemburghese Jean-Claude Juncker. Innanzitutto, anche se il suo nome non è uscito dal cilindro di Angela Merkel ma da quello di Emmanuel Macron , Ursula von der Leyen non ha alle spalle un Paese piccolo come è accaduto nell’ultimo quarto di secolo (a parte l’eccezione non irrilevante di Romano Prodi). La sua leadership ne può guadagnare autorevolezza. Sarà più autonoma, forse, di molti dei suoi predecessori. Proprio le divisioni che hanno attraversato i gruppi politici (in primo luogo il grande malessere dei socialdemocratici tedeschi, che si chiama in realtà nostalgia dell’opposizione), hanno obbligato l’ex protetta della cancelliera a lavorare su un programma concreto in qualche modo lontano dalla ricerca di un equilibrio tra le priorità dei governi: patto per le migrazioni, tutela dell’ambiente, investimenti pubblici, salario minimo, difesa dello stato di diritto, rafforzamento delle competenze legislative dell’Europarlamento. Le fratture e le ricomposizioni nelle famiglie politiche tradizionali, provocate dalla sua candidatura, possono essere un elemento positivo nella dialettica ingessata cui siamo stati per troppo tempo abituati. Per questo von der Leyen è stata ieri su molti temi molto più chiara che nelle prime dichiarazioni. Tutto lascia sperare, però, che la sua Europa non voglia più lasciare soli i Paesi che, come l’Italia, si sono trovati in prima linea davanti all’ondata di arrivi dei dannati della terra. Non può essere certamente sottovalutata, inoltre, la novità che una donna sia stata eletta per la prima volta alla guida della Commissione di Bruxelles. Anche questo sarà, in ogni caso, un elemento di forza”.
 
Macello Sorgi, La Stampa
Il voto europeo a Ursula von de Leyen riflette ancora una volta la profonda spaccatura nel governo italiano, E’ l’analisi di Marcello Sorgi sulla Stampa: “E’ una vittoria stentata, risicata, ma importante, quella di Ursula Von der Leyen, la (ex) ministra tedesca eletta con soli 9 voti di maggioranza (383 su 374), una sessantina di franchi tiratori e l’appoggio determinante di 5 Stelle, Orban e Kaczinsky a presidente della Commissione europea dall’Europarlamento di Strasburgo. Quanto all’Italia, non è esagerato dire che esce con le ossa rotte da questa provvisoria conclusione della vicenda. Il governo è spaccato: i 5 Stelle hanno votato a favore della presidente e i leghisti contro, seppure dopo aver annunciato ieri, anche dopo l’annullamento dell’incontro con la candidata, che avrebbero fatto il contrario anche a dispetto del rifiuto manifestato nei loro confronti da Vdl. Salvini stavolta ha sbagliato i conti: quando ha capito che la presidente poteva contare, sulla carta, su 444 voti, non se l’è sentita di scommettere sui franchi tiratori per cercare di essere determinante, come ha fatto Di Maio, e ha scelto la sua abituale compagnia di Le Pen e degli altri estremisti di destra all’opposizione. È evidente che questo non faciliterà la scelta del nuovo commissario italiano, la cui designazione, fino a prima delle ultime polemiche sul caso Lega-Russia e sulla convocazione dei sindacati al Viminale, il premier Conte aveva attribuito al Carroccio. E non nel senso che l’Italia rischi di non avere il commissario che le tocca di diritto: ma che la scelta del nome (finora s’è parlato del sottosegretario Giorgetti) diventa più delicata perché, dopo quanto è avvenuto ieri e con gli schieramenti che si sono manifestati, cresce il rischio di vederselo bocciato a Strasburgo, come accadde nel 2004 per Buttiglione. Infine c’è un’annotazione che ieri sera a Roma correva di bocca in bocca nei corridoi di Montecitorio: dopo il recente voto in tandem contro il doppio incarico del presidente della Rai, e dopo le comuni prese di posizione a favore della commissione parlamentare d’inchiesta sui finanziamenti occulti ai partiti (leggi: Lega-Russia) e della chiamata di Salvini in Parlamento per spiegare le implicazioni della trattativa moscovita su petrolio e soldi per il suo partito, rivedere insieme Pd e 5 Stelle in appoggio a Vdl qualche idea per il futuro la fa venire. Non siamo al ridicolo «asse Merkel-Renzi-Di Maio» paventato dal Capitano, ma ce n’è abbastanza, in un Paese come il nostro, per pensare o temere che se son rose fioriranno”.
 
Claudio Tito, la Repubblica
Il rifiuto del vicepremier Salvini alla richiesta delle opposizioni di riferire alle Camere sull’affaire Lega-Russia equivale a calpestare la Costituzione. Lo afferma Claudio Tito su Repubblica: “’I membri del governo, anche se non fanno parte delle Camere, hanno diritto, e se richiesti obbligo, di assistere alle sedute». Questo è l’articolo 64 della Costituzione. Presentarsi in Aula, alla Camera e al Senato, non è una facoltà a disposizione di un ministro o di un vicepresidente del Consiglio. Non si tratta di una concessione da valutare di volta in volta. Ma semplicemente di un «obbligo». La scelta di Salvini di rifiutare il confronto con il Parlamento costituisce soltanto una lesione ai diritti della minoranza e in questo caso anche della maggioranza. Il silenzio in un contesto del genere diventa un’eversione. Un membro del governo ha il dovere di conoscere quali siano i suoi obblighi costituzionali ma soprattutto ha prestato giuramento proprio su quei precetti. Il suo impegno è in primo luogo quello di tutelare l’assetto istituzionale previsto dai costituenti. Il Parlamento non è in vita per dare o ritirare una tantum la fiducia all’esecutivo. Le Camere esercitano il controllo sul governo. E si chiama Parlamento perché si parla e non può essere ridotto ad un bivacco di manipoli. E nemmeno a un ordinario tribunale che stabilisce se un comportamento è reato o meno. Le sanzioni, in quella sede, vanno oltre i reati. È la politica, la dignità delle istituzioni, è l’onore di chi rappresenta il Paese. Esiste un contratto che lega indissolubilmente governo, Camere e cittadini: si chiama democrazia parlamentare. Ma evidentemente il capo della Lega non si sente vincolato a quel contratto o ha paura. Paura di aver commesso un errore fatale, di aver inseguito la sua ambizione con metodi illeciti o disonorevoli. Come nella Metamorfosi di Kafka, teme diventare un «insetto immondo». Del resto, un cambiamento in effetti è già in corso. Matteo Salvini fino a poche settimane fa sembrava una sorta di Re Mida. Eppure dopo le ultime elezioni europee e soprattutto con l’esplosione dello scandalo Moscopoli, la capacità di attrarre gli alleati, di tarare i competitor sulle sue caratteristiche e di rappresentare la calamita unica degli interessi diversi del Paese, sta mutando in isolamento. Prima dell’ultima tornata elettorale, appariva lo spauracchio dell’Europa. Fedele amico della Russia di Putin e autocandidato a diventare il primo interlocutore di Trump negli Stati Uniti. Tutto, molto velocemente – come spesso ormai capita nella politica italiana – sta però cambiando. Salvini è isolato in Italia, in Europa e nel mondo risponde con il solito argomento: gli italiani sono dalla mia parte. Un terzo sì, i due terzi però sono contro di lui. È questa la differenza. E allora si può governare un Paese complesso come l’Italia senza sponde, moltiplicando i nemici in casa e fuori? In Salvini c’è qualcosa di più: una insostenibile leggerezza dell’apparenza che indebolisce il Paese e le istituzioni. Ma quando un uomo che dovrebbe essere delle istituzioni rifiuta le istituzioni, la democrazia diventa più fragile”.
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