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La paura di un leader braccato

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 15/07/2019

In edicola In edicola Ezio Mauro, la Repubblica
Salvini e la paura del leader braccato. Questa l’immagine evocata a proposito del caso Russia-Lega in un’editoriale su Repubblica firmato da Ezio Mauro. “Come se all’improvviso si fosse spogliato di tutte le divise poliziesche che ha abusivamente indossato in questi mesi, Matteo Salvini scappa. È uno spettacolo a cui non avevamo ancora assistito, una rappresentazione inedita del potere che capovolge di colpo il culto politico del Capitano, costruito attorno all’uomo forte e decisionista, che mostra il petto e sfida i nemici, mentre cavalca impavido lo spirito dei tempi. E invece scappa. Si sente braccato dallo scandalo russo del petrolio e delle percentuali milionarie, dalle voci dei suoi uomini mentre scambiano nei microfoni che li registrano la politica estera dell’Italia con i rubli clandestini per la campagna elettorale. Si scopre di colpo esposto davanti al mondo dall’imperizia dei faccendieri che ha convocato intorno a sé nella doppia missione russa, una alla luce del sole con gli industriali locali e l’altra nella penombra intercettata del Metropol, con trafficanti che dovevano definire la cresta politica sulla vendita del petrolio. Si vede isolato dal suo stesso governo, di cui fino a ieri era il padrone, e che oggi si ribella davanti alla sua debolezza e alla sua palese ambiguità, con il premier Conte che prende le distanze e il vicepremier Di Maio che stacca incredulo i primi dividendi politici dell’affanno leghista, sentendo l’odore del sangue dell’animale ferito. Naturalmente l’imbarazzo di Salvini è solo colpa sua. La fuga non è affatto una strada obbligata per un leader politico. In democrazia, soprattutto in una democrazia (quasi) diretta nell’interpretazione che ne dà tutti i giorni il populismo al potere, sarebbe doveroso affrontare lo scandalo a testa alta, distinguere colpe, errori, ingenuità e responsabilità e fare chiarezza fino in fondo, rispondendo ai dubbi e agli interrogativi della pubblica opinione. Solo che bisognerebbe dire la verità: e Salvini evidentemente non può permetterselo. Il ministro finge di non capire la cosa più grave: e cioè che in gioco è proprio la sovranità dell’Italia, il suo cavallo di battaglia messo a repentaglio da questo scandalo, con i plenipotenziari salviniani che “vendono” la politica estera del nostro Paese e la strategia europea del governo a esponenti russi, in cambio di fondi illegali che serviranno a pagare la campagna elettorale leghista”.
 
Francesco Bei, La Stampa
Quali sono le minacce per Salvini da quello che è definito ‘l’affaire Metropol’? Ne parla Francesco Bei sulla Stampa. “Alle prese con il più serio attacco alla sua leadership e alla sua reputazione internazionale da quando è nato il governo gialloverde, Matteo Salvini finora ha impostato la strategia difensiva sulla minimizzazione del fatto e dei suoi protagonisti, fino ad arrivare a un inverosimile «Savoini chi?». Da 48 ore tuttavia, da quando cioè è sceso nell’arena anche il presidente del Consiglio, questa tattica ha iniziato a mostrare i suoi limiti. E lo si è visto anche ieri, benché l’oggetto del contendere questa volta fosse l’inusuale vertice convocato dal leghista al Viminale con le parti sociali per impostare la manovra di bilancio. La durezza della sconfessione di Giuseppe Conte, che ha definito la mossa di Salvini una grave «scorrettezza istituzionale» e la remissiva replica del ministro dell’Interno, ci fanno capire quanto la crisi russa stia già incidendo nelle dinamiche interne del governo italiano, spostando l’asse dell’esecutivo più sui Cinque Stelle e su quello che appare sempre più come la loro àncora di salvezza: il premier Conte. Il riequilibrio di potere dentro il governo e l’indebolimento internazionale di Salvini - che ieri il Financial Times (non una gazzetta della sinistra) inseriva insieme a Putin e Trump nell’asse illiberale che «rappresenta una perniciosa minaccia per l'ordine politico moderato europeo e il benessere delle società» – non sono le uniche conseguenze dell’affaire Metropol. Per restare sul piano della politica, senza considerare eventuali ricadute giudiziarie dell’inchiesta di Milano, c’è appunto da notare il progressivo slittamento del presidente Conte da una posizione di terzietà rispetto ai due eterni (finti?) litiganti a un più attivo coinvolgimento politico a fianco dei cinque stelle e contro Salvini. Adesso è cambiato tutto. Ed è bastato un Savoini per far inclinare la barca più a favore dei Cinque Stelle. Resta ancora un mistero sul perché Salvini, al netto dell’amicizia personale, non abbia fin dal primo momento messo in un angolo il suo collaboratore e scaricato su quel “fusibile” tutta la responsabilità dell’impiccio russo. A differenza infatti dei casi Rixi, Siri o del prossimo che si annuncia con la sentenza sul viceministro Garavaglia (segnatevi la data di domani), la vicenda del Metropol di Mosca tocca direttamente Salvini”.
 
Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera
La divisione dell’Italia tra Nord e Sud è certificata dai fatti. La vicenda Olimpiadi e quella dei rifiuti, i ‘sì’ e i ‘no’ di Roma e Milano lo testimoniano. Lo scrive Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera: “Non è detto che il significato vero di un evento sia quello che appare a prima vista. È anzi buona regola dubitarne, e comunque chiederselo. Personalmente, ad esempio, me lo chiedo a proposito della vittoria di Milano per l’assegnazione delle Olimpiadi invernali del 2026. Certo, è evidente che si tratta di un importante successo della città. Di un’ulteriore tappa della sua corsa a diventare più di quanto lo sia già oggi una metropoli tra le più importanti del continente. Ma in questo futuro milanese — la domanda sorge quasi spontanea e voglio sperare che non urti la suscettibilità di nessuno — ci sarà posto per l’Italia? Sorge spontanea questa domanda perché contemporaneamente all’assegnazione delle Olimpiadi a Milano un altro evento di un peso simbolico eguale e contrario occupava le prime pagine dei giornali: il precipitare della crisi dei rifiuti a Roma. Non in una città qualsiasi: a Roma, la capitale del Paese. A una vittoria così significativa da una parte corrispondeva insomma una catastrofe altrettanto significativa dall’altra: tutte e due con il medesimo, fortissimo impatto nell’opinione pubblica. La quale però forse non ha sempre presente che Roma non è soltanto la capitale d’Italia. È anche la città che nel corso del Novecento ha sempre di più assolto alla funzione decisiva di raccordo-cerniera tra il Mezzogiorno e il resto della Penisola. Il successo milanese contemporaneo alla catastrofe romana non può apparire dunque che come una riprova simbolica della distanza sempre maggiore che ormai da tempo separa le due parti del nostro Paese, una riprova della sua crescente divisione. Ciò che della crisi di tale unità impressiona è soprattutto una cosa: il fatto che nessuna forza politica e direi anche intellettuale sembri avere di essa una reale consapevolezza, e dunque si preoccupi di come fare per tentare — almeno tentare — di porvi rimedio. Tra le forze politiche penso in particolare ai 5Stelle. Essi hanno avuto proprio nel Mezzogiorno la loro roccaforte elettorale, così come meridionali sono i loro principali esponenti a cominciare da Luigi Di Maio. Hanno poi avuto a dir poco cinque sei anni (dal loro primo grande successo elettorale nel 2013 al secondo nel 2018) per immaginare qualcosa da fare, qualche importante progetto da mettere in cantiere, qualche prospettiva generale sulla quale far convergere un’eventuale serie di provvedimenti appositamente studiati È per l’appunto questa incapacità di pensare per il Mezzogiorno una qualunque prospettiva di rinascita — che peraltro i 5Stelle condividono con l’intero ceto politico nazionale e locale —, unitamente alla rassegnazione che sembra essersi impadronita della grande massa degli elettori meridionali, sono questi due fattori che non solo spiegano ma in certo senso giustificano il progetto dell’«autonomia rafforzata» portata avanti da alcune Regioni del Nord”.
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