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L'amico Putin e il suo profeta

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 11/07/2019

L'amico Putin e il suo profeta L'amico Putin e il suo profeta Sebastiano Messina, Repubblica
“Il 15 dicembre 2013, nella platea che festeggiava l’elezione di Salvini alla segreteria della Lega, apparve un russo: Viktor Zubarev, mandato lì dal partito di Putin. Fino ad allora Salvini non aveva mai citato pubblicamente il presidente russo. Ma da quel momento il successore di Bossi ha cominciato a evocarlo con la passione di un missionario che invoca Gesù Cristo”. Commentando la pubblicazione delle conversazioni segrete tra emissari della Lega e i russi per far arrivare fondi al partito di Salvini, Sebastiano Messina ripercorre su Repubblica l’infatuazione di Salvini per Putin. «Non rompete le scatole a Putin sull’Ucraina», avvertiva su Facebook il 5 settembre 2014. «Chi gioca contro Putin è un deficiente» dichiarava all’Ansa. Non è stato solo il profeta del putinismo, Salvini, ma anche il suo difensore d’ufficio. Una mattina si è presentato all’Europarlamento con una maglietta con la faccia di Putin, per contestare la risposta Ue all’invasione dell’Ucraina: «Scelta idiota, folle, irresponsabile». Un’inchiesta britannica accusava Putin di aver ordinato l’assassinio dell’ex spia Litvinenko? «O ci sono prove o ci rido sopra» commentava subito. Un giornale inglese rivelava che gli hacker russi controllavano i cellulari di Obama, Merkel, Hollande? La prima replica era la sua: «Ormai è sempre colpa di Putin». Opinioni, certo, alle quali si sono però aggiunti i viaggi. Pochissimi quelli a Bruxelles, ben cinque quelli a Mosca. La prima volta nell’ottobre 2014, l’ultima il 17 ottobre scorso, il giorno prima che venisse registrato il colloquio scottante. Con Putin si ha notizia solo di un colloquio di 20 minuti al Westin Palace di Milano (17 ottobre 2014). A parte, si capisce, la cena ufficiale del 4 luglio scorso a Roma. Infine, qualcuno ha notato la foto del presidente russo nella libreria davanti alla quale Salvini ha gioito per la vittoria alle Europee. E insomma, a poco a poco il dubbio è diventato un sospetto”.
 
Daniele Manca, Corriere della Sera
“Le parole «crescita» e «sviluppo» fanno parte del lessico quotidiano di chiunque abbia un ruolo pubblico. Ma sembrano essere diventate ormai un rumore di fondo che sta perdendo di significato. Altrimenti non avremmo dovuto aspettare i risultati dell’Invalsi per accorgerci di quanto la formazione sia la priorità per un Paese che non vuole guardare al futuro con timore”. Lo scrive sul Corriere della Sera Daniele Manca. “Nel rapporto Assonime 2019 – spiega Manca - si sottolinea come uno dei grandi problemi che zavorrano l’Italia è quello di una scarsa produttività che è alla base della mancata crescita. Le singole imprese possono avere anche livelli di eccellenza elevati, ma è la produttività generale di sistema che non regge. Lo dimostra il fatto che l’Italia è il fanalino di coda nella crescita in Europa. Ma anche che, prendendo a riferimento il 1995 e fatta 100 la produttività, oggi il nostro Paese è a quota 107, mentre i 19 membri dell’area euro (senza l’Italia) sono a 126, gli Usa a 156. Un divario così elevato si può pensare di colmarlo solo attraverso riforme strutturali come la velocizzazione della giustizia civile e la semplificazione burocratica. Ma soprattutto si deve poter contare su un sistema educativo in grado di preparare le persone che dovranno concretamente contribuire alla crescita. Nel 2018 in Italia le persone che avevano un diploma, tra i 25 e i 64 anni di età, erano poco più del 60% contro una media europea che arrivava quasi all’80%. Gli italiani tra i 16 e i 74 anni che dichiaravano un alto livello di competenza digitale erano il 19% rispetto a una media Ue del 31%. Tra i 30 e i 34 anni gli italiani laureati, sempre nel 2018, erano il 27,8% contro una media Ue del 40,7%. Con questi numeri e questa preparazione l’Italia pensa davvero di poter affrontare i prossimi anni che saranno caratterizzati da una tecnologia sempre più pervasiva, da una globalizzazione e da un’economia indifferente ai muri che qui e là si vogliono innalzare?”.
 
Riccardo Redaelli, Avvenire
“La ripresa dei combattimenti attorno all’area di Idlib, l’ultima roccaforte dell’opposizione al regime di Damasco, ha portato nuovamente l’attenzione sulla Siria da parte di una comunità internazionale sempre più svogliata e svagata quando si tratta di affrontare i grandi nodi mediorientali”. Lo segnala su Avvenire Riccardo Redaelli. “Pressoché tutti gli oppositori di Bashar al-Assad si sono rassegnati al fatto che egli – o meglio, i suoi alleati iraniani e russi – abbiano vinto il conflitto, e che il dittatore rimarrà al suo posto. Ma vincere militarmente non significa risolvere politicamente una guerra civile. Il Paese è tutto tranne che pacificato, e rimangono irrisolti i motivi e le tensioni che hanno portato, quasi un decennio fa, allo scoppio delle violenze. Anzi, la scia di morti, feriti e distruzioni, di sfollati ed esiliati non ha fatto altro che esasperare le divisioni e le polarizzazioni interne fra le comunità e le fazioni etniche, religiose e politiche. Quanto manca oggi è una seria iniziativa internazionale che cerchi di affrontare gli enormi problemi sul terreno: centinaia di migliaia di morti, più della metà della popolazione rifugiata all’estero o sfollata all’interno dei confini, danni stimati per oltre 400 miliardi di dollari. Né Assad né i suoi protettori hanno i mezzi per farvi fronte. E neppure hanno l’interesse, sia pure con molti distinguo di posizione, a promuovere una pacificazione della Siria che giocoforza dovrebbe concedere qualcosa agli oppositori e alle potenze regionali che li hanno sostenuti. Ma la soluzione credibile e permanente a una fase di guerra è sempre necessariamente politica. Se non possiamo aspettarci molto da Damasco, abbiamo invece il dovere di pretendere dalle Nazioni Unite e dall’Occidente una ripresa di una iniziativa politica di ampio respiro”.
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