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La libertà non è per sempre

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 10/07/2019

La libertà non è per sempre La libertà non è per sempre Antonio Polito, Corriere della Sera
I ragazzi di Hong Kong ci ricordano quanto vale la libertà; trent’anni dopo quelli di Berlino, che la conquistarono prendendo a picconate il Muro, e trent’anni dopo quelli di Pechino, schiacciati invece sotto i cingoli dei carri armati a Piazza Tienanmen. Chissà se ce la faranno. Ieri sembrava di sì. Antonio Polito, in un editoriale sul Corriere della Sera, partendo dalle proteste di Hong Kong affronta il tema della libertà. La governatrice della città, chief executive del regime, ha dichiarato «morta» la controversa legge sulle estradizioni che era diventata il simbolo della rivolta anticinese. Ma Hong Kong non è più un modello di successo neanche per la Cina. Grattacieli e sviluppo sono ormai più alti a Shanghai e Shenzhen; la vecchia ex colonia britannica sembra essere rimasta un’oasi di nostalgia per la «rule of law» nel deserto di diritti del capitalismo comunista. Del resto la libertà non va più molto di moda neanche tra i giovani dell’Occidente. Negli ultimi quindici anni i diritti individuali si sono ristretti in 71 paesi del mondo. Ci sono due ottime ragioni che consigliano di temere davvero per le sorti della libertà, se non la nostra almeno quella dei nostri figli. La prima è che il legame tra democrazia e liberalismo non è scontato. La seconda ragione per cui dobbiamo temere il ritorno della tirannia, seppure in forme nuove, sta nella tecnologia del nostro tempo. L’ambiente tecnologico ha sempre avuto una grande influenza sui sistemi sociali e politici. Le società europee si occupano di altro. Trent’anni fa ci siamo rilassati, assistendo allo spettacolo dei popoli soggetti al tallone sovietico che si ribellavano in nome della libertà. Adesso da quella parte dell’Europa, dall’Ungheria come dalla Polonia, soffia il vento opposto. In Italia, Francia e Gran Bretagna sono arrivati primi alle elezioni europee partiti se non illiberali, certamente non liberali. I liberali da noi hanno preso neanche un seggio. I partiti più vicini ai liberali, pur sommati, non fanno un terzo dell’elettorato. La libertà ci sembra conquistata per sempre, un dato di fatto, una commodity. Per questo non ce ne occupiamo più. Forse dovremmo ripensarci.
 
Michele Ainis, la Repubblica
Siamo in guerra, anche se il capo dello Stato non l’ha mai dichiarata, come vorrebbe la Costituzione. Michele Ainis, in un commento su Repubblica, definisce “autoritario” l’atteggiamento del governo con le misure adottate in diversi settori. Navi da guerra presidiano i nostri mari, per respingere l’assalto dei migranti. Con il rinforzo d’aerei militari, motovedette, radar, in virtù dell’intesa stipulata dai ministri Trenta e Salvini. Sorgerà un muro fra l’Italia e la Slovenia, stando all’idea di Massimiliano Fedriga, governatore del Friuli. E sul fronte interno, impronte digitali ai dipendenti pubblici, come s’usa con i detenuti, e come adesso impone la legge Concretezza (che buffo nome), il cui regolamento è atteso entro fine luglio. Maniere forti con i tifosi di calcio, per effetto del decreto Sicurezza bis, in vigore da giugno. Nuove ordinanze dei sindaci contro barboni e mendicanti (pare che la povertà sia contraria alla pubblica decenza). E più in generale una stretta sui diritti, sulle libertà civili. Insomma, soffia un vento autoritario. Che si rafforza attraverso la lista dei nuovi divieti, e però non solo. Vi s’aggiunge infatti un atteggiamento d’incuria, d’abbandono verso le istanze dei più deboli. Esempio: la legge sull’eutanasia. Il Parlamento avrebbe dovuto battezzarla entro settembre, così ha stabilito la Consulta. Invece non caverà un ragno dal buco, dato che il suo esame non figura più nemmeno nel calendario dei lavori. Come del resto qualsiasi altra proposta normativa sui temi etici, ormai diventati eretici. In compenso fioccano diktat, piovono castighi. A leggere l’ultimo decreto Sicurezza, si contano 5 nuovi divieti; 6 reati; 7 inasprimenti delle pene; 3 misure di sicurezza disposte dai questori. Questo accanimento contro gli ultimi determina un’offesa alla Costituzione. Se c’è un tratto, se c’è un segno distintivo nella Carta del 1947, esso consiste infatti nella protezione dei più deboli, di chi versa in condizioni di minorità sociale. In questa guerra non contano il nemico né il pericolo, fantasmi procreati ad arte, come in un teatro d’ombre cinesi. Conta la guerra in sé, l’agire combattente. Il rischio, per l’Italia, è di fare harakiri.
 
Alberto Mingardi, La Stampa
La definizione di «follia» è: fare sempre la stessa cosa aspettandosi esiti diversi. Alitalia è l’esempio perfetto di una follia bipartisan. Alberto Mingardi, in un fondo su la Stampa, commenta la difficile situazione dell’Alitalia. Nel 2008, la cessione a AirFrance venne bloccata dall’allora centro-destra, innamorato dell’idea di consegnarla a un gruppo di capitani coraggiosi battenti bandiera italiana, sia pure digiuni di aerei e aviazione. Nel 2013 fu il governo Letta a riportare lo Stato, almeno con un piedino, in Alitalia, attraverso un investimento da parte di Poste Italiane. Nel 2017, dopo che sindacati e azienda (allora il socio forte era Etihad) avevano firmato un accordo per un piano pluriennale che riducesse i costi e provasse a rilanciare la compagnia, i dipendenti votarono contro il progetto. Lo fecero con fredda razionalità: visti i precedenti, era legittimo aspettarsi che lo Stato si precipitasse a salvare l’azienda. Così puntualmente è avvenuto, col governo Gentiloni che ha elargito un «prestito ponte» di 600 milioni di euro (e altri 300 dopo qualche mese). Si era messo in moto un meccanismo che ha reso inevitabile il ritorno alla proprietà pubblica. Il governo del «cambiamento» non ama il «neoliberismo», che associa alla stagione delle privatizzazioni. Lo Stato si appresta, fra Mef e Ferrovie, a diventare azionista di maggioranza. Per trovare un partner industriale ci si è rivolti a Delta, che dovrebbe avere un 15% dell’azienda e portare un po’ di know how. Il resto dell’azionariato farà capo a una compagine di imprenditori. Se la questione è «prima gli italiani», ci sono altre compagnie che ne trasportano di più. La quota di mercato di Alitalia segnala che gli stessi italiani potranno essere «sovranisti» nell’urna, ma quando debbono decidere con chi viaggiare scelgono senza remore operatori internazionali. Se il problema sono gli occupati di Alitalia, concentrati attorno alla città di Roma e forse per questo più cari di altri alla politica, costerebbe sicuramente di meno farsi carico direttamente delle loro sorti anziché di quelle della loro azienda.
 
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