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Il Viminale teme l'estate d'emergenza

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 09/07/2019

Il Viminale teme l'estate d'emergenza Il Viminale teme l'estate d'emergenza Marcello Sorgi, La Stampa
“La nuova stretta annunciata da Salvini conferma che il vicepremier leghista vive come un incubo la possibilità che la questione migranti torni a diventare un’emergenza, o che si dimostri che la linea dura del Viminale in realtà non funzioni”. E’ quanto scrive Marcello Sorgi sulla Stampa. “Basterebbe solo che il numero degli arrivi passasse dalle poche centinaia di questi ultimi mesi a qualche migliaio per far diventare evidente quello che gli addetti ai lavori dicono da tanto tempo. E cioè che solo con un approccio integrato, fatto di interventi diplomatici sui paesi della costa africana, aiuti alle popolazioni in difficoltà e negoziati con i partner europei, la questione dell’immigrazione potrebbe essere fronteggiata. Con i proclami di Salvini, invece, siamo a quel che sta accadendo in questi giorni: il flusso è ripreso, la chiusura dei porti si sta rivelando irrealizzabile, le multe per chi soccorre i naufraghi e li porta da noi vengono agevolmente pagate dalle stesse Ong. Ora invece Salvini si propone un ulteriore inasprimento del già indurito «decreto Sicurezza 2», con forte aumento delle multe e ripresa dei pattugliamenti, che dovrebbero essere affidati a navi della Marina militare, per evitare che gli ingressi dei porti vengano violati. Questa delle battaglie navali all’imbocco dei porti può diventare una nuova trovata di propaganda ma è assai rischiosa da realizzare. Occorrerebbe infatti ricordare cosa accadde il 28 marzo 1997, quando la corvetta «Sibilla» cercò di bloccare il motoscafo di scafisti albanesi «Kater i Rades», con a bordo 142 profughi, e finì con l’affondarlo, provocando la morte di 125 persone. Il governo Prodi aveva scelto la linea del blocco navale ma dovette prendere atto che i costi in termini di vite umane rischiavano di diventare inaccettabili. Chissà se Salvini se ne è ricordato prima di fare la sua proposta”.
 
Federico Fubini, Corriere della Sera
Federico Fubini sul Corriere della Sera torna sul risultato delle elezioni europee riflettendo sul nuovo ruolo della Germania. “Il Paese che oggi esprime la guida della Commissione non è più la Repubblica riluttante che prendeva sempre cura di mandare a Bruxelles un personale politico di secondo piano. Questa volta è diverso: Merkel ha fatto passare alla testa della Commissione una persona direttamente riconducibile a sé. Von der Leyen è la sua delfina storica. Fra lei e la Cancelliera non c’è alcun grado di separazione, il successo o il fallimento della seconda si rifletterà sulla prima e soprattutto sul Paese di entrambe. Voglia di esplicitare il comando? Anche questa sarebbe una novità. In Europa la Germania ha sempre preferito far interpretare le proprie volontà ad altri, di altri Paesi, restando in seconda fila. Vale dunque la pena chiedersi se sia cambiato qualcosa. Sul piano economico nel 2019 la Repubblica federale presenta il tasso di crescita più lento d’Europa dopo l’Italia. Sul piano finanziario le sue prime due banche sono così deboli da essere costantemente al centro di voci su piani d’emergenza e scalate. Sul piano industriale il Paese si presenta in ritardo alla trasformazione tecnologica dell’auto e il manifatturiero è in calo da otto degli ultimi nove mesi. Già da tempo la più forte nazione d’Europa si stava infilando in un cul de sac: le tecnologie si trasformano sempre più in fretta e il mondo non è più «piatto», come quando sembrava che la ricetta tedesca del «risparmia-fabbrica-esporta» fosse la migliore. La Germania e il suo sistema politico non sono più così sicuri di sé da poter guidare da dietro, dissimulandosi. Nel mondo del dualismo fra Usa e Cina, Merkel capisce che il suo Paese deve rinnovarsi. Deve passare attraverso un ripiegamento per ripensarsi. Prendere direttamente in mano il bastone del comando con Ursula vor der Leyen serve a questo: limitare attraverso l’Europa danni che le guerre commerciali e tecnologiche globali oggi possono infliggere a un Paese in transizione politica ed economica”.
 
Stefano Folli, Repubblica
“Fino a quando durerà la nevrosi inconcludente e monotona che scandisce questa estate del governo?” Se lo chiede su Repubblica Stefano Folli. “C’è chi dice molto a lungo perché si è creato un bizzarro equilibrio, in virtù del quale Conte e Tria trattano con l’Europa, evitano le sanzioni e guadagnano tempo pensando alla legge di bilancio. Allo stesso tempo Lega e 5S inscenano ogni giorno una rissa per impressionare l’elettorato, ma facendo attenzione a non farsi troppo male. La domanda iniziale tuttavia ha un senso. Questo equilibrio è troppo singolare per essere duraturo. La popolarità di Salvini ha raggiunto vette virtuali mai toccate prima. Se fossimo in Borsa si direbbe che certe percentuali sono ormai in una ‘bolla’. Troppo facile prevedere che prima o poi scoppierà. Eppure, ecco il paradosso, la ‘bolla’ leghista rimane sospesa in aria e non si traduce in una maggioranza parlamentare, evento che richiederebbe un passaggio elettorale. Come mai Salvini non prova a imboccare quella strada, con quella determinazione che esibisce nei talk show e su Twitter? Così si continua con il frenetico immobilismo. Un giorno è la lite con la ministra della Difesa sull’uso dei mezzi della Marina nel Mediterraneo. Un altro è l’ennesimo rinvio del progetto sulle autonomie regionali. Un altro ancora è la tassa piatta per la quale le risorse sono ridotte al lumicino. C’è un rischio reale di logoramento dietro gli eterni battibecchi che non conducono a nulla. E soprattutto il capo della Lega dovrà considerare prima o poi che il favore degli elettori è legato a un’immagine di decisore vincente. Se invece passa l’idea che il fumo prevale sempre sull’arrosto, la bolla può davvero cominciare a sgonfiarsi”.
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