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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 08/07/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Bonaccini, Conte si muova se l’autonomia salta è colpa sua
«Dal governo mi aspetto risposte. Da mesi non ne abbiamo e questo non è serio». Stefano Bonaccini alla vigilia dell’ennesimo vertice “decisivo” sull’autonomia chiesta dalla sua Emilia Romagna, insieme a Lombardia e Veneto, comincia a perdere la pazienza. Nessun aut-aut al governo gialloverde: «Siamo disponibili a fare modifiche alla nostra proposta» apre il governatore emiliano in un’intervista con Silvia Bignami su Repubblica. Ma neanche la tentazione di rinunciare al progetto: «Se tutto si bloccherà sarà responsabilità di Roma, non nostra». Bonaccini, dopo tanti rinvii, ecco un nuovo incontro del governo sull’autonomia. Cosa si aspetta? «Mi aspetto risposte alle proposte che abbiamo fatto per l’Emilia-Romagna, dalla rigenerazione urbana alla messa in sicurezza di edifici e territorio, per rafforzare il trasporto pubblico e la programmazione dei rifiuti, per qualificare la formazione professionale e il diritto allo studio. Visto che non stiamo chiedendo un euro in più e nessuna delle nostre proposte penalizza le altre regioni, mi aspetto risposte positive». La scorsa settimana lei ha chiesto al governo di «dire la verità» sull’autonomia. Qual è la verità per lei? L’autonomia non si farà per la tensione tra Lega e 5 Stelle? «Sto lontano dalla polemica spicciola. Dico che da oltre sei mesi sono sul tavolo del governo. Io non ho mai detto «Prendere o lasciare», ci mancherebbe. Ma non arrivano più risposte e questo non è serio». Ha mai pensato di rinunciare al progetto? Una parte della sinistra le chiede di metterlo in stand by. «In stand by lo ha messo il governo. Noi abbiamo avanzato una proposta col consenso di tutte le parti sociali e senza alcun voto contrario, neanche dall’opposizione: se tutto si bloccherà non sarà per responsabilità nostra. Non chiedo alibi e non ne offro. Pretendo risposte motivate, questo sì. Quando si dice bene l’autonomia ma guai a spaccare il Paese, o attenzione a non allargare il divario nord/sud, io condivido, ma sono tranquillo: chi ha avuto la pazienza di leggere il nostro progetto sa che su questo siamo inattaccabili».
 
Bini Smaghi, il vento ad Atene è cambiato
Quando Atene si trovò sull’orlo del baratro finanziario - fra il 2009 e il 2010 - Lorenzo Bini Smaghi era membro del consiglio direttivo della Banca centrale europea. E allora a guidare il Paese era il partito che oggi esce vittorioso dalle urne. I greci hanno votato dopo la sconfitta di Tsipras alle europee. I risultati parziali danno la vittoria al centrodestra di Nuova Democrazia, coloro che ebbero gravi responsabilità nell’innesco dell’ultima crisi di Atene scoppiata dopo aver truccato i conti pubblici. Cosa ci insegna questa esperienza? «La leadership di Nuova Democrazia – spiega Bini Smaghi in un’intervista con Alessandro Barbera su La Stampa - è cambiata. Ha un programma di riforme e un atteggiamento costruttivo con l’Europa. Gli elettori evidentemente sono pronti a cambiare opinione, anche perché i primi mesi di Tsipras, che avevano portato al confronto con le istituzioni comunitarie, hanno aggravato la crisi e ritardato il percorso di ripresa economica». Perché i mercati hanno da tempo premiato la vittoria di quel partito? Come è possibile che i rendimenti siano ormai pari a quelli italiani? «I mercati scommettono sulla collaborazione del nuovo governo greco con l’Europa e un programma fatto soprattutto di riforme strutturali, per favorire la crescita. Non è sorprendente che lo spread sia sui livelli italiani». Parte di questo premio sul rischio lo si deve di fatto alla ristrutturazione del debito di Atene concesso dall’Europa. E’ una strada che dovrebbe percorrere anche l’Italia? «No, subito dopo la ristrutturazione del debito, nel 2011, lo spread salì e ci sono voluti molti anni prima di ritrovare la fiducia degli investitori. Dovrebbe essere una lezione per l’Italia: questo tipo di soluzione è comunque disastrosa». Come giudica la parabola di Alexis Tsipras? Nato come leader radicale di un partito che arrivò a un passo dall’uscita dall’euro, oggi è attaccato da destra e sinistra. Eppure in questi anni ha governato con grande senso di responsabilità. O no? «La responsabilità l’ha acquisita dopo che ha fatto fuori l’estremista Yanis Varoufakis, che voleva uscire dall’euro».
 
Papakonstantinou, una boccata d’aria
All’inizio di tutta la crisi greca, ci fu l’annuncio del livello di deficit annuo dato il 20 ottobre 2009: 12,5%. I socialisti del Pasok di George Papandreou avevano vinto le elezioni da due settimane. A dare la notizia era stato il ministro delle finanze Giorgos Papakonstantinou, in carica dal 2009 al 2011 e autore dei primi tre pacchetti di austerity e tra i negoziatori del programma di aiuti con la Troika composta da Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea. A suo parere, in un’intervista con Matteo Muzio sul Corriere della Sera, il premier in pectore Kyriakos Mitsotakis ha buone credenziali per far bene mentre non ha lo stesso giudizio positivo per Alexis Tsipras e il suo governo. Papakonstantinou, che tipo è Mitsotakis? Rappresenta un ritorno al passato? «Non credo sia così. Certo, è figlio di un ex premier, ma è personalmente un riformatore. Non sappiamo però se riuscirà a guidare il suo partito Nuova Democrazia sulla strada delle riforme». A cosa si riferisce? «Non hanno ancora fatto chiarezza sul perché avevano truccato i conti e non si sono assunti le loro responsabilità sulla crisi fiscale tra il 2005 e il 2009, quando erano al governo. Ma nonostante questo, Mitsotakis può essere una boccata di aria fresca». Quali misure attuerà il nuovo governo? Tenterà di spendere di più? «In campagna elettorale ha promesso di abbassare le tasse e di rinegoziare il target del 3,5% di surplus annuale con i creditori. Questo dipende da come andranno i negoziati con i partner europei. Certo possono essere ottime misure per far ripartire l’economia e incontrerà la fiducia degli investitori per andare avanti, ma per quanto durerà?» Ci può dare un giudizio sull’operato del premier uscente Tsipras? «La cosa migliore che posso dire è che ha voluto restare nell’euro, rendendosi conto degli errori fatti in precedenza. Il suo inizio è stato disastroso e ha perso metà del Pil del 2015 in poco tempo. La Grecia avrebbe potuto uscire prima dal programma di aiuti, ma in questi anni Tsipras ha pensato solo a far cassa e non alle riforme necessarie. Il mio giudizio è negativo».
 
 
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