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Interviste da non perdere

Redazione InPi¨ 18/06/2019

Oggi hanno detto Oggi hanno detto Malloch: vogliamo una Ue più favorevole agli Usa
«A noi non serve far saltare la Ue, siamo interessati ad avere una nuova leadership europea più favorevole agli interessi degli Usa». Lo afferma Ted Malloch, l’uomo che era la prima scelta di Trump per fare l’ambasciatore Usa presso la Ue, poi bloccato dalle riserve di chi lo riteneva troppo ostile all’Europa, intervistato da Paolo Mastrolilli della Stampa in occasione del viaggio in Usa di Salvini. Quali sono i temi a cui l’amministrazione Trump tiene di più, nel rapporto con l’Italia? «La questione iraniana è chiaramente balzata in cima all’agenda, e Washington si aspetta che Roma sostenga la sua linea. Poi ovviamente ci sono i temi delle migrazioni e del terrorismo, e del futuro della Ue». Cosa pensa Trump di Salvini? «C’è una chiara convergenza e la volontà di coltivare il rapporto. Tutti considerano il vice premier italiano uno dei leader europei più interessanti, anche chi lo critica. È ovvio quindi che il presidente punti a costruire con lui una relazione personale, andando anche oltre quanto prevede il protocollo». Salvini è un leader del fronte sovranista. Trump intende fare leva su questo gruppo per scardinare la Ue? «Di sicuro gli Stati Uniti vorrebbero un cambiamento nella leadership di Bruxelles, affinché sia più favorevole alla collaborazione con Washington. Il risultato delle elezioni di maggio dovrebbe consentire questo processo». Dai minibot alla flat tax, il vice premier italiano sta sfidando apertamente la Ue. Anche questo è nell’interesse degli Usa? «Washington vuole una leadership più amica a Bruxelles, ma non punta allo sgretolamento della Ue, anche perché una crisi dell’euro avrebbe pesanti conseguenze per l’economia globale, che finirebbero inevitabilmente per avere anche un effetto negativo di contagio negli Stati Uniti».
 
Poniz: il carrierismo delle toghe è la nostra questione morale
«La questione morale tra le toghe esiste e si chiama carrierismo esasperato». Lo afferma il neo presidente dell’Anm, Luca Poniz, intervistato da Giovanni Negri sul Sole 24 Ore. Vede il rischio di una distruzione della credibilità della magistratura? «No. Su questo bisogna essere chiari. La stragrande maggioranza dei magistrati non si riconosce nelle condotte che stanno emergendo. Anzi, giustamente considera offensivo qualsiasi accostamento. E tuttavia non le può e non le deve ignorare, serve uno scatto etico perché tutti noi siamo all’altezza di un compito difficile ma cruciale come l’amministrazione della giurisdizione. Anm stessa deve essere promotrice di un confronto ampio e senza reticenze. Senza nessuna volontà di nascondere la spazzatura sotto il tappeto». Innegabile però che l’indagine di Perugia costituisca l’aspetto più deteriore di quella che è però una prassi che ha largamente preso campo all’interno della magistratura, il carrierismo malato. «E’ vero. Ed è questa la vera questione morale. Però come Anm non siamo stati certo reticenti, abbiamo denunciato da tempo le distorsioni di un sistema al quale però troppi sono sensibili». In qualche modo però si era provato, anche di recente, a mettere in campo rimedi, come il Testo unico della dirigenza approvato nella passata consiliatura per ridurre i margini di discrezionalità e allargare quelli di prevedibilità. «Il Testo unico della dirigenza è stato una grande illusione, quella di tipizzare il più possibile tutti gli elementi da prendere in considerazione per l’assegnazione degli incarichi. La realtà però si è dimostrata quella di una totale sottovalutazione del lavoro tipico di un magistrato, quello giudiziario, a vantaggio di quelli extragiudiziari o paragiudiziari. Così si è costruito un percorso lungo il quale il magistrato molto ambizioso sa benissimo su cosa puntare per ottenere meriti da fare valere».
 
Calenda: formiamo subito un governo ombra
«Dopo aver lavorato uniti per le Europee, dal giorno successivo, come nel film “Il giorno della marmotta”, si ricomincia con le stesse liti dei tempi di Renzi segretario. Non se ne può più». Lo afferma l’eurodeputato del Pd Carlo Calenda, intervistato sul Corriere della Sera da Maria Teresa Meli. In questo contesto lei propone il governo ombra. «Noi possiamo assumere due prospettive. Rinunciare a coordinarci e quindi dire che il Partito democratico sarà un caos da adesso fino alla fine dei suoi giorni, che a quel punto saranno molto vicini, oppure dire che proviamo a rilanciarlo. E come? Come in Inghilterra, con un governo ombra il cui premier è il segretario o il presidente del partito, nel caso specifico, che coordina l’opposizione e le proposte di rilancio del Paese. In questo gabinetto ombra ci devono essere persone che abbiano esperienza ma anche visibilità pubblica perché purtroppo l’opposizione non si fa solo in Parlamento ma anche sui mezzi di informazione. Persone che si vedono una volta ogni due settimane per coordinarsi». E per litigare. «Le differenze di merito sono inesistenti. C’è una lotta interna a suon di slogan e non ci si confronta mai sui temi, sui quali condividiamo quasi tutto». Quasi, appunto. Il nuovo responsabile delle Riforme Andrea Giorgis ha votato no al referendum e i renziani non hanno gradito. «Non va bene nemmeno a me, e infatti la segreteria è stato un passo falso: non ci possono stare persone che rappresentano la negazione dei 4 anni precedenti, e non può mancare qualcuno che ci capisca di economia. Ma a prescindere dalla segreteria, si costruisca uno strumento vero, per fare opposizione, perché il rischio di andare a settembre rimane tutto, e non c’è un programma, non c’è una coalizione, né una leadership per la coalizione».
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