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E i Cinque Stelle stanno a guardare

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 18/06/2019

E i Cinque Stelle stanno a guardare E i Cinque Stelle stanno a guardare Stefano Folli, Repubblica
“Del suo viaggio americano, a Salvini interessava soprattutto il poter rientrare a casa con l’aureola dell’amico italiano preferito alla Casa Bianca. Poter adombrare l’idea che esista un impasto ideologico in grado di legare il sovranismo di Trump al leghismo nostrano in nome ad esempio del taglio delle tasse. E generare l’impressione che il ‘premier virtuale’ sia stato riconosciuto come tale anche a Washington, in modo da avere le spalle coperte nel momento in cui l’Europa pretende di tenere il governo giallo-verde nella quarantena della procedura d’infrazione”. Lo scrive su Repubblica Stefano Folli, secondo il quale, “a giudicare dall’enfasi di certe dichiarazioni, il risultato politico è stato raggiunto in pieno”. “Di sicuro Salvini – prosegue Folli - non ha esitato a parlare anche a nome del presidente del Consiglio, del ministro degli Esteri e per buona misura dell’altro vicepremier. Se alla Casa Bianca hanno interesse ad avere un interlocutore forte in Italia, lo hanno trovato: almeno stando alle tante parole spese dal loro ospite per assecondare il punto di vista della amministrazione sui vari dossier. Da oggi lo scenario cambia ancora a Roma. I Cinque Stelle sono stati una volta di più delegittimati e descritti come il parente povero. Il premier Conte ancora ieri a Le Bourget ha potuto misurare il grado di isolamento dell’Italia, stavolta rispetto a Macron a cui non ha potuto nemmeno stringere la mano nonostante le parole di amicizia riservate al presidente francese. Ma ormai c’è troppa carne al fuoco e poca voglia di fare cortesie a Roma. La lettera di risposta italiana è pronta e attende l’imprimatur dei due vice, non appena Salvini sarà rientrato. Galvanizzato dalla Casa Bianca, c’è da credere che i toni di sfida di quest’ultimo saranno persino più aspri del solito”.
 
Cesare De Carlo, Quotidiano Nazionale
Una manovra trumpiana per l’Italia, come auspicato da Salvini nel suo viaggio negli Usa, sarebbe impossibile. Lo sostiene Cesare De Carlo sul Quotidiano Nazionale. “Salvini – scrive De Carlo – è andato a Washington per i simbolismi che talvolta in politica sono tangibili quanto la sostanza. America First trova il suo corrispondente in Prima gli Italiani. E dato che in due anni Trump ha consolidato un’espansione economica come non si ricordava dai tempi di Reagan, è logico che ieri Salvini abbia voluto avere delle conferme. Dunque Trump cos’ha fatto? Quel che fece il suo lontano predecessore. Con una differenza: Reagan tagliò di circa un terzo le tasse sul reddito. Trump ha tagliato nella stessa misura la Corporate Tax, dal 35 al 21%, e ha sfrondato la giungla dei regolamenti. Risultato: sono nati o tornati in patria una decina di milioni di jobs. Oggi la disoccupazione è al 3,6%, un record. La crescita oscilla fra il 3 e il 4 e, a dispetto del super dollaro, potrebbe salire se, come pare, la Fed abbasserà i tassi d’interesse. Prima volta in nove anni. Questa ricetta è applicabile in Italia? La risposta è no. L’America non è ingabbiata nei parametri del masochismo europeo. Può aumentare il budget annuale e il debito pubblico nella ragionevole prospettiva che la macchina economica finirà per produrre maggiore ricchezza, maggiori entrate fiscali e in prospettiva un riassorbimento del debito. Esattamente quanto avvenne sotto Bush senior e sotto Clinton. Questa è la supply side economics. Fu predicata e praticata dal defunto Jack Kemp. Funziona solo in presenza di uno choc fiscale: tagli in quell’ordine di grandezza. Ma Maastricht li rende improponibili. Nella migliore delle ipotesi il governo gialloverde può arrivare a un uno, forse a un due per cento. Trascurabile”.
 
Mario Deaglio, La Stampa
Le crisi industriali e il lavoro sono le prime emergenze da affrontare. Ne parla Mario Deaglio sulla Stampa ricordando come “da oggi oltre 50 mila italiani, in prevalenza giovani donne laureate, si sottoporranno alle prove dei concorsi, ripetutamente rinviate, per meno di tremila posti da «navigator». Si sa già che anche la loro assunzione subirà un rinvio, il che dà una misura della distanza che separa il semplicismo dei progetti dalle difficoltà concrete di realizzarli. Negli stessi giorni, circa trecentomila lavoratori hanno visto il loro reddito tagliato e spesso il loro futuro compromesso dalla minaccia o dalla realtà di un licenziamento, in oltre 150 crisi aziendali grandi e piccole, le più note delle quali rispondono al nome di Whirlpool, Mercatone Uno e ArcelorMittal, senza che nemmeno una venisse effettivamente affrontata e risolta nei «tavoli» in cui normalmente si esercita l’azione dei Ministeri dello Sviluppo Economico e del Lavoro. Le assunzioni che slittano e le crisi aziendali che vanno tranquillamente avanti, senza veri tentativi di contrastarle, danno la misura della «questione industriale» e sono il risultato finale di alcuni decenni di progressivo allontanamento della politica italiana dalla comprensione delle logiche produttive e spesso anche delle logiche dell’economia. La velocità di tale allontanamento è fortemente aumentata con il governo attuale, nel quale quelle che probabilmente sono buone intenzioni si mescolano spesso a una pessima comprensione dei meccanismi della crescita economica. Nasce così la convinzione che sia sufficiente distribuire piccole somme mensili ai segmenti più poveri del «popolo» per ottenere un rimbalzo dell’economia. E questo basta per chiudere tranquillamente gli occhi di fronte ai problemi minuti e complicati che caratterizzano la realtà produttiva del Paese”.
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